sabato 1 luglio 2017

Urubu tá com raiva do boi

Dall’avvento del governo Monti, mi ero promesso di leggere tutti i giorni le pagine economiche dei maggiori quotidiani, in modo da poter avere più strumenti con i quali giudicare la catastrofe in cui ci troviamo. Poi non l’ho fatto (quand’era, il 2011?) perché di economia non solo continuo a non capirci nulla, ma anche quando mi metto a leggere qualcosa sull’argomento, la testa mi diventa come quella di un neonato, in tutti i sensi: ciondola di qua e di là, non riesco a tenerla dritta.
Di conseguenza, mi è difficile spiegare (e spiegarmi) quel che è successo col “salvataggio” delle banche venete (già il fatto che se ne parli sempre mettendo le virgolette è preoccupante): l’unica cosa che ho compreso è che il governo, nella sua incapacità, è riuscito a scontentare davvero tutti, sia quelli che invocavano il rigoroso rispetto della direttiva sulla risoluzione delle crisi bancarie (che in ultima istanza impone il bail-in) sia quelli che desideravano una pura e semplice nazionalizzazione.
Nella sostanza, si è proceduto a pseudo-nazionalizzazione (o parodia dello stessa), in cui lo Stato ha “ripulito” gli istituti a unico vantaggio dell’acquirente (Intesa), il quale ha potuto così scaricare gli oneri della bad bank sui contribuenti.
Non è tuttavia questo l’aspetto più incredibile della faccenda, ma il fatto che l’Unione Europea abbia dato l’assenso a tale operazione, per giunta attraverso la stessa persona (la commissaria Vestager, politicamente parlando una “zecca”), che in precedenza aveva invece rifiutato qualsiasi bail-out per banche di entità ben più modesta.
Che dire? Solitamente quando un governo riesce a scontentare proprio tutti, è probabile che stia facendo la cosa giusta. Alla fine, pare quasi una soluzione “democristiana”: fingere che il bail-in non esista, sfruttando le scappatoie effettivamente previste dalle direttive europee (altrimenti la “commissaria di ferro” non sarebbe stata così conciliante). Tuttavia, da una prospettiva più ampia, il fatto che questi sacrifici siano fatti nell’ottica di una fantomatica “unione bancaria” (che, in perfetto stile europeista, servirebbe solo a privatizzare gli utili e socializzare le perdite), getta numerose ombre sull’operato del governo. Siamo davvero sicuri che coloro i quali attualmente occupano il Ministero dell’Economia abbiano le capacità per comprendere ciò che stanno combinando? Forse anche loro avrebbero dovuto leggere di più gli inserti economici dei giornali a partire dal 2011…

Detto questo, dal momento che non so un cazzo mi consolo con un po’ di musica brasiliana. Il pezzo qui sotto (Urubu tá com raiva do boi, 1974) è dei Baiano e os Novos Caetanos, pionieri del rock demenziale che in Italia nessuno ha mai sentito nominare (ma sono decisamente da riscoprire). Da anni gli appassionati si interrogano sul significato della canzone, che secondo molti (persino Wikipedia) rappresenterebbe «uma crítica à situação econômica do país e ao “milagre econômico brasileiro”». In verità nessuno è stato in grado di interpretarne il senso, e forse proprio per questo mi sembra addirittura adatta a descrivere la nostra situazione: a seconda dell’ideologia da cui si muove, l’avvoltoio e il bue potrebbero rappresentare o lo Stato o il Mercato. Bisogna solo mettersi d’accordo su chi deve divorare e su chi deve decidersi a morire.



“Legal... me amarro nesse som, tá sabendo?
O medo, a angústia, o sufoco, a neurose, a poluição...
Os juros, o fim... nada de novo.
A gente de novo só tem os sete pecados industriais.
Diga Paulinho, diga...
Eu vou contigo Paulinho, diga”

Urubu tá com raiva do boi
E eu já sei que ele tem razão
É que o urubu tá querendo comer
Mais o boi não quer morrer
Não tem alimentação

O mosquito é engolido pelo sapo
O sapo a cobra lhe devora
Mas o urubu não pode devorar o boi:
Todo dia chora, todo dia chora.

“O norte, a morte, a falta de sorte...
Eu tô vivo, tá sabendo?
Vivo sem norte, vivo sem sorte, eu vivo...
Eu vivo, Paulinho.
Aí a gente encontra um cabra na rua e pergunta: ‘Tudo bem?’
E ele diz pá gente: ‘Tudo bem!’
Não é um barato, Paulinho?
É um barato...”

Urubu tá com raiva do boi
E eu já sei que ele tem razão
É que o urubu tá querendo comer
Mais o boi não quer morrer
Não tem alimentação

Gavião quer engolir a socó
Socó pega o peixe e dá o fora
Mas o urubu não pode devorar o boi
Todo dia chora, todo dia chora

“Nada a dizer... nada... ou quase nada...
O que tem é a fazer: tudo... ou quase tudo...
O homem, a obra divina...
Na rua, a obra do homem...
Cheiro de gás, o asfalto fervendo, o suor batendo...”
“Fantastico… mi avvinghio a questo suono, lo sai? La paura, l’angoscia, la mancanza di fiato, la nevrosi, l’inquinamento…
Gli interessi, alla fine… niente di nuovo.
La gente ha ancora i sette peccati industriali.
Di’, Paulinho, parla…
Ti seguo Paulinho, parla…


L’avvoltoio è arrabbiato col bue
e io so già che ha ragione
perché l’avvoltoio sta cercando di mangiare
Ma più il bue non vuol morire
e più manca da mangiare

La zanzara viene inghiottita dal rospo
Il rospo se lo divora il serpente
Ma l’avvoltoio non può mangiare il bue:
ogni giorno piange, ogni giorno piange.

“Il nord, la morte, la sfortuna…
Sopravvivo, lo sai?
Vivo senza il nord, senza fortuna, io vivo…
Io vivo, Paulinho.
Quando si incontra una capra per la strada le si domanda: ‘Tutto bene?’
E lei risponde: ‘Tutto bene!’
Non è un affare, Paulinho?
È un affare…”

L’avvoltoio è arrabbiato col bue
e io so già che ha ragione
perché l’avvoltoio sta cercando di mangiare
Ma più il bue non vuol morire
e più manca da mangiare

Il falco vuole ingoiare l’airone
L’airone acchiappa il pesce e vola via
Ma l’avvoltoio non può mangiare il bue:
ogni giorno piange, ogni giorno piange.

“Niente da dire… nulla… o quasi nulla…
Quello che devi fare: tutto… o quasi tutto…
L’uomo, l’opera divina…
Per strada, l’opera dell’uomo…
Odore di gas, l’asfalto che ribolle, il sudore che cola…”

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