lunedì 24 luglio 2017

Quando l’integrazione funziona

Bubaker Abd el Gaden Tuhati, quando russava sotto le palme e presso i pozzi dell’oasi di Zarur, bambino color cioccolata, non avrà certo previsto la bella avventura della sua giovinezza che lo ha portato a trovare in Italia una patria amorevole, né tanto meno avrà previsto l’ora di apoteosi che questa mattina ha vissuta in una delle più insigni chiese della nostra città, a tu per tu con un cardinale e al cospetto di autorità, di personalità e di cittadini in gran numero. Se una curiosità intenerita non manca mai di nascere al passaggio di qualche battezzando che vada al tempio nella sua nuvoletta di velo bianco o durante le funzioni del battesimo, la cui significativa bellezza appare evidente anche oltre i simboli del rito che possono sembrare oscuri ai profani, era naturale che la curiosità si manifestasse con fervore eccezionale, dopo l’annuncio delle funzioni di oggi che avrebbero aperto le porte della fede a un giovane arabo venticinquenne e a quattro fratelli torinesi, il più “grande” di sedici anni e il più piccolo di cinque.
Ancor prima dell’inizio della funzione, infatti, la chiesa di San Carlo si è stipata di fedeli e alle otto e mezzo, entrando dalla porta maggiore, il cardinale arcivescovo mons. Fossati, si è trovato a passare fra due fitte ali di popolo. Dinanzi all’altare maggiore erano stati disposti alcuni banchi, parati di damaschi cremisi. Quivi si sono disposte le autorità tra le quali il gen. Perol, in rappresentanza del segretario federale Andrea Gastaldi, il seniore Macchione, che rappresentava il console generale Oddone Mazza, i consoli Galbiati e Donegani, il seniore Bassanese, il quale, come è noto, fu per il giovane arabo un affettuoso fratello maggiore, e numerosi membri dell’aristocrazia. In cornu Epistolae ha preso posto mons. Fossati, in cornu Evangelii si sono raccolti, sotto il loro labaro nero, i rappresentanti dell’Associazione nazionale combattenti coloniali.
I battezzandi sostavano intanto sulla soglia della chiesa secondo la legge che vieta agli infedeli l’accesso ai templi. Sulla porta che dalla navata di destra immette nella sacrestia il giovane Bubaker e i quattro fratelli Massimo, Ebe, Giovanni e Leonardo Enrico stavano inginocchiati e alle loro spalle si raggruppavano i padrini e le madrine fra i quali, per l’Arabo, il seniore Bassanese e la signora Livia Bassanese.
Prima d’iniziare la funzione l’arcivescovo ha vestito i paramenti della penitenza: piviale viola e mitra gialla, poi si è avvicinato al gruppo dei battezzandi, la cui emozione traspariva dai volti, mentre i loro occhi seguivano i lenti gesti del presule.
A uno a uno guardandoli con paterna amorevolezza, l’arcivescovo li ha interrogati: secondo le leggi del rito, fra il pastore e gli aspiranti alla fede, si è intrecciato un dialogo lento e suggestivo. «Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?», domandava il presule. «Fede», rispondevano gli interrogati. Poi il pastore ha rivolto altre domande, ha illuminato il significato del rito, ha esposto ai battezzandi i nuovi doveri che essi avrebbero dovuto adempiere per essere degni della fede e delle sue beatitudini. Infine, levatosi in piedi, con atto solenne, ha soffiato tre volte sul loro viso, imponendo allo spirito immondo di uscire dai loro cuori e di lasciare il posto allo Spirito Santo e tracciando sul loro corpo alcuni segni di croce accompagnati dalla preghiera: «Ti segno la fronte perché tu accetti la croce del Signore; ti segno le orecchie perché tu oda i divini precetti; ti segno gli occhi perché tu veda la carità di Dio; ti segno le narici perché esse sentano l’odore della soavità di Cristo; ti segno la bocca perché essa dica parola di vita; ti segno il petto perché il tuo cuore creda in Dio; ti segno le spalle perché tu accetti il giogo della sua servitù». Infine con un più ampio segno di croce ha concluso: «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo segno tutto il tuo corpo affinché tu possa conseguire la vita eterna e vivere nei secoli dei secoli».
Compiuta in tal modo, per tutti e cinque i battezzandi, la prima parte del rito, l’arcivescovo ha dimesso i paramenti della penitenza indossando quelli battesimali, bianchi e argentei, e si è avviato dietro la croce astile, insieme con il clero e i catecumeni, verso il fonte lustrale. Nel tempio carico d’ori e di porpore, fra le lapidi e i monumenti che vi ricordano le glorie passate la folla si è preparata ad assistere al rito con una emozione che si rivelava dal suo silenzio e dalla sua immobilità. Ed ecco presso il fonte battesimale il giovane arabo dal bel volto animoso e i suoi quattro compagni. Le frasi del rito risuonava chiaramente. Alle domande del celebrante non rispondeva questa volta le voci dei padrini e delle madrine come nei riti consueti quando il battezzando non è davvero in grado di rispondere spontaneamente. Le affermazioni di rinuncia e di fede erano naturalmente pronunciate dai catecumeni stessi con serena sicurezza tanto che il loro dialogo con il presule cresceva a poco a poco in fervore e in tono, acquistando un indicibile fascino, un senso di sincerità profonda, di realtà viva e presente, nonostante l’antichità remota delle formule e l’arcaica nobiltà del latino liturgico.
Le cinque teste sono state asperse con l’acqua lustrale. «Ego te baptizo in nomine Domini…», ha detto l’arcivescovo, e, caso singolare nelle cronache dei battesimi, alla sua voce non ha risposto il vagito del battezzato sorpreso dalla tiepida e lieve aspersione; come pure al sapore del sale avvicinato alle labbra non hanno risposto lamentose proteste. Subito dopo il prelato e i nuovi cattolici sono ritornati all’altare maggiore dove Bubaker, che d’ora innanzi si chiamerà Giovanni, ha ricevuto il sacramento della Cresima e dell’Eucaristia.
Celebrata la messa, l’arcivescovo ha quindi rivolto ai cinque battezzati paterne parole. Dinanzi al tempio intanto altra folla s’era accalcata e all’uscita del giovane arabo gli ha improvvisato una dimostrazione di simpatia.
Giovanni Abd el Gaden Tuhati ha sorriso, ha salutato con la mano, poi si allontanato attorniato da un gruppo di fascisti, compagni suoi nella fede che anch’egli da anni professa, con ammirevole dedizione per l’Italia di Mussolini. 
(Suggestivo rito a Torino per il battesimo di Abd el Gaden Tuhati, “Corriere della Sera”, Martedì 7 Marzo 1933 – Anno XI, edizione del pomeriggio)

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