martedì 25 luglio 2017

Generatore automatico di bufale contro Erdoğan


Come è noto, l’“emergenza fake news” è quella cosa iniziata con l’elezione di Trump e conclusasi, almeno temporaneamente, con quella di Macron (che però è già diventato cattivo); infatti, fino al novembre dell’anno scorso, come si può verificare con una breve ricerca negli archivi dei principali quotidiani italiani, le formule prevalenti per indicare una “bufala” erano ancora espresse nell’idioma gentile; è con la repentina e coordinata adozione del nuovo “marchio internazionale” che si è assistito a una nuova fase, piuttosto grossolana, della psychological warfare.

In verità, se volessimo fare un conteggio meramente quantitativo delle fake news, probabilmente scopriremmo che il politico più colpito (prima dell’avvento di Trump) è stato nientedimeno che… Recep Tayyip Erdoğan: proprio lui, il Sultano che nel tempo libero, tra le altre cose, gestisce l’Isis e promuove la pedofilia (per ricordarne giusto un paio, perché contro il Nostro ne sono state sparate talmente tante che ormai è impossibile tenere il conto).

In ogni caso, ci sarebbe abbastanza materiale per stilare un “libro bianco” su questa piccola guerra mediatica (alcune storielle sono molto divertenti, come quella di Erdoğan che fa censurare il Don Giovanni di Mozart perché invidioso dei suoi successi sentimentali). Tuttavia sarebbe in primo luogo necessario capire chi dovrebbe occuparsi di tale “operazione-verità”, visto che i meno interessati a difendere Ankara dalle calunnie sembrano proprio i suoi stessi rappresentanti ufficiali: spiace dirlo, ma l’abulia con cui regolarmente gli ambasciatori transigono anche sulle panzane più clamorose, è a mio parere una delle cause della recente proliferazione delle fake news anti-turche (che laggiù traducono letteralmente come yalan haberler, oppure, con un gioco di parole legato alla prima bufala “ufficiale” della Turchia moderna, asparagas).

Prima o poi sarà necessario prendere qualche provvedimento per contrastare una tendenza che, se al momento danneggia “soltanto” l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani (non che sia un fenomeno trascurabile, considerando anche gli effetti negativi sul turismo), a lungo andare potrebbe trasformarsi in qualcosa di più pericoloso (si pensi alla dilagante “curdomania”, foriera di ripercussioni terroristiche). Obiettivamente appare temerario lasciare l’onere di una controffensiva, che andrebbe combattuta in primis a livello istituzionale e diplomatico, esclusivamente a blog insignificanti o siti anti-bufale, che per giunta non possono limitarsi a smentire le notizie false, ma devono anche giustificarsi di continuo perché, dicendo la verità, hanno preso le difese del “gran visir di tutti i terr…oristi” (così infatti l’opinione pubblica italiana è condizionata dalla propria stampa a considerare il Presidente turco).

È chiaro che con l’andar del tempo pure gli “sbufalatori” di professione perderanno l’entusiasmo e propenderanno per argomenti più neutrali (o almeno più “politicamente corretti”), archiviando per sempre l’etichetta “Turchia”. Del resto tale eventualità si sta già verificando: alcune “leggende nere” su Erdoğan continuano a circolare senza che nessuno si preoccupi di rettificare alcunché; in fondo, perché compromettersi con un personaggio che regolarmente viene additato come causa di tutti i nostri mali (dall’immigrazione al terrorismo, dal conflitto in Siria all’avanzata del populismo, dalle primavere arabe a non so che altro)?

Per esempio, verso la fine dell’estate scorsa i giornali italiani, sulla scorta di quegli inglesi, riportarono all’unisono la notizia che le pièce di Dario Fo (insieme a quelle di Shakespeare, Cechov e Brecht) erano stati bandite da tutti i teatri turchi: i primi furono quelli de “Il Foglio”, poi rilanciati in pompa magna dal “Corriere” con tanto di intervista al premio Nobel (che un mese dopo sarebbe scomparso senza nemmeno sapere che i suoi spettacoli vanno ancora in scena!) e seguiti a ruota da tutti gli altri (“La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano” eccetera): come volevasi dimostrare, nessun sito anti-bufale si è mai preoccupato di approfondire la vicenda (appunto per questo, ripeto, sarebbe utile capire a chi spetta di puntualizzare che una notizia è falsa, quando nessuno si fa avanti per smentirla…).

Il “caso” in questione è indicativo, poiché sarebbe bastato il traduttore di Google per capire il modo in cui la notizia è stata manipolata. In due parole, è andata così: a seguito del tentato colpo di stato dell’anno scorso, il consiglio delle compagnie teatrali nazionali (che “La Stampa” chiama Turkish State Theatres e definisce “la più importante compagnia”…?!) ha deciso di modificare i palinsesti per far sì che la nuova stagione iniziasse con opere di artisti turchi. Mossa discutibile, non c’è dubbio, ma tutto sommato un compromesso accettabile per placare gli animi di una società sull’orlo di una guerra civile. Non per questo, infatti, il governo impedirà ai suoi cittadini di assistere a uno spettacolo controverso come Morte accidentale di un anarchico (messo in scena a Smirne nel novembre dell’anno scorso, proprio in uno dei teatri “controllati dallo Stato”). Per inciso, non so quanto un’opera del genere (perlopiù espressione delle fisime personali dell’autore, ma parce sepultis) abbia da dire a un pubblico che non solo ha attraversato quella tragica stagione in circostanze quasi identiche alle nostre (con qualche golpe in più), ma che oggi è ancora costretto a fare i conti con gli “amati militari” (© Antonio Ferrari), osannati peraltro dagli stessi giornali di cui sopra, che l’anno scorso non vedevano l’ora di godersi il putsch fanta-kemalista (e adesso parlano di khomeinizzazione).

Questo è quanto. Il perfido Erdoğan, dopo aver militato nell’Isis, sterminato gli armeni, fatto piangere Putin, messo in galera Don Giovanni, aver organizzato un golpe contro se stesso, islamizzato l’Olanda e Lindsay Lohan, ha fatto pure morire Dario Fo di dolore…

Per l’ennesima volta mi domando se l’1% di frottole raccontate sulla Turchia fossero state usate contro Israele quanti “professionisti dell’informazione” sarebbero stati crocifissi (in senso metaforico, s’intende). A questo punto, tanto varrebbe creare un generatore automatico di bufale contro Erdoğan e lasciare che questo bot prenda il posto di tutti gli “inviati speciali”: se non altro il giornalismo italiano ne guadagnerebbe in lucidità e onestà intellettuale.

lunedì 24 luglio 2017

Le lingue dell’Africa Orientale Italiana

«Nei maggiori centri dell’Eritréa e della Somália, l’italiano è compreso pressoché da tutti e l’uso si va diffondendo rapidamente negli altri Governi. Nei maggiori centri e lungo le strade dell’Impero etiopico si trova facilmente chi può servire in qualche modo da interprete.
L’Africa Orientale Italiana è un mosaico di lingue e dialetti svariatissimi. Le lingue più diffuse sono l’amarico, già lingua ufficiale dell’Impero negussita, parlato dagli abissini propriamente detti nello Scióa e nell’Amára; il tigrè e il tigrái parlati nell’Eritréa; il sáho e il dáncalo; l’orómo o gálla, parlato nella varietà dei suoi dialetti dalle popolazioni galla dallo Harár a Gambéla e dal Nilo Azzurro al confine Sud; il sidáma, che pure comprende una varietà notevole di dialetti, parlati dai Sidáma dalle sorgenti dell’Uébi Scebéli a Dembidóllo; il sómalo, parlato in Somália e nella parte Sud-Est del Governo dello Harár; l’agáu, parlato in parte dell’Eritréa e parte dell’Amára; l’harári, parlato in Harár; l’arabo, compreso e usato nei porti e da molti commercianti, lo suahíli, parlato nella Somália meridionale, ecc.
[…] Alla grandissima varietà delle genti corrisponde altrettanta varietà di linguaggi. Gli abissini (ivi compresi le popolazioni tigrè dell’Eritréa) parlano 3 lingue semitiche principali derivate del gheèz, antica lingua ancora usata nella liturgia copta; il tigrè, parlato nel Nord e nel Nord-Ovest dell’Eritréa (Massáua, Habáb, Chéren); il tigrái o tigrignà che è la lingua dell’altopiano eritreo e del Tigrài; l’amárico, già lingua ufficiale dell’Impero etiopico, parlata dagli Amára e dagli Scioani e diffusa dai dominatori scioani e amara nei principali centri anche del Sud e Sud-Ovest. Il gheèz e le sue derivazioni tigrè, tigrài e amárico hanno uno speciale alfabeto, molto decorativo, che ebbe origine dal sudarabico; ecco comprende attualmente 37 segni basilari, con 214 modificazioni per esprimere vocali.
Pure di origine semitica sono il guraghé, parlato dalle omonime genti a Sud dell’Auásc, tra il lago Zuai e il fiume Ómo, e l’harari (Haràr città), che usa l’alfabeto arabo. L’arabo è del resto parlato in tutte le località costiere e abbastanza conosciuto, specialmente nel Sud-Est e nell’Est, sia per l’influenza dell’islamismo, sia per i rapporto commerciali.
L’oromo o galla, è parlato dalle popolazioni omonime in vari dialetti raggruppati in: dialetti orientali (Arússi e zona di Haràr); dialetti Tulamà (Scióa); dialetti Méccia (Gímma, Límmu, Gúma, Liecà, Nónno). Si scrive con caratteri latini.
Sidáma parlano linguaggi divisi, come le popolazioni, in 4 gruppi: dialetti Sidáma orientalidell’Omocentrali o Iamma o Giangerò, occidentali o Gónga; i linguaggi più diffusi sono l’uolamo, parlato sulle due rive dell’Ómo, e il caffino.
L’agáu comprende numerosi dialetti parlati nell’Amára e nell’Eritréa, spesso riservati ai rapporti familiari, mentre nei rapporti esterni è usato l’amarico o il tigrai delle popolazioni circostanti. Sembra che il dialetto agáu del Quarè o quaresà sia la lingua della religione Falascià. Il begia è parlato dalle genti begia nel Nord dell’Eritréa, ma tende a essere sopraffatto dal tigrè. Il saho è la lingua dei Sáho (Teora, Assaorta, Miniferi, ecc.) stanziati a Sud della ferrovia Massáua-Ghinda fino alla Dancália; l’afár dáncalo è parlato dai dancali.
Il sómalo, pure appartenente al gruppo cuscitico, è il linguaggio di gran lunga prevalente nella Somália Italiana, parlato pure nella parte Sud ed Est dello Haràr; esso comprende 3 gruppi di dialetti: dialetti Daròd, parlati nella Migurtínia, nella parte Nord e centrale di Óbbia e nell’Oltregiúba; dialetti Hauìa, parlati nella parte meridionale della regione di Óbbia, in tutto il medio bacino dell’Uébi Scebéli e a Ovest dell’Uébi nella regione del Galgiàl; dialetti Dighìl, parlati tra Uébi e Giúba e sul basso Uébi a valle dei dialetti Hauìa. Sarebbero poi ancora conservati in Somália linguaggi di cacciatori Uabóni e Uasánie; il bravano è un linguaggio bantù, così come il bagiuni (isole Bagiuni), affine al suahili.
Linguaggi negri bantù sembrano quelli dei Berta e dei Gunza del Béni Sciangùl, e sulla riva destra dell’Abbài. Linguaggi nilotici sono quelli dei gruppi nilotici dei Bária e Cunáma, dei Nuer, Iámbo, Miechèn, Turcána, Bácco, Cónso, ecc.» 
(Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938, pp. 26-27, 83)

Contegno con gl’indigeni dell’Africa Orientale Italiana

«L’Abissino (sotto questo nome s’intendono i tigrini, gli amara, gli scioani e altre popolazioni che con essi convivono) è di carattere chiuso, molto orgoglioso, volubile e, come tutti gli orientali, dissimulatore e accorto parlatore. Il Gálla e il Sidáma sono in generale di carattere più aperto, generosi, facili all’entusiasmo, ma deboli di volontà, mutevoli e indolenti. Il Somalo è in generale d’intelligenza sveglia, generoso, ma anche spesso indolente e dissimulatore. In generale, tutti coloro che sono venuti a contatto con gl’italiani riconoscono la nostra superiorità e i vantaggi della nostra civiltà; e soprattutto i giovani accolgono con gioia le novità che l’Italia porta dovunque, imparano con sorprendente rapidità l’italiano e sono pronti a lavorare e progredire. Tutti hanno un senso acuto della giustizia e dell’autorità. Gl’Italiani con il loro carattere umanissimo e con l’istintiva penetrazione psicologica, hanno già stabilito un equilibrio nei rapporti con gl’indigeni: non altezzosità e separazione assoluta, ma superiorità e comprensione. Occorre trattare con giustizia e bontà, ma senza debolezza; saper diffidare è buona regola; troppa familiarità è fuori luogo.
Gli Eritrei e i Somali sono orgogliosi di appartenere da gran tempo all’Italia e di aver contribuito alla conquista dell’Impero; ascari e dubat godono di grande prestigio in tutta l’Africa Orientale Italiana. Essi si considerano, di fronte agli abissini, quasi pari agl’Italiani e loro naturali collaboratori. Di questo spirito e dei loro meriti, riconosciuti solennemente dal Governo Fascista, è doveroso tener conto nel trattare con loro; scambiarli per etiopici sarebbe grave offesa e ingiustizia.
Sono noti i provvedimenti presi dal Governo Fascista per la difesa della razza e per evitare la formazione di un deprecabile meticciato» 
(Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938, pp. 19-20)

Quando l’integrazione funziona

Bubaker Abd el Gaden Tuhati, quando russava sotto le palme e presso i pozzi dell’oasi di Zarur, bambino color cioccolata, non avrà certo previsto la bella avventura della sua giovinezza che lo ha portato a trovare in Italia una patria amorevole, né tanto meno avrà previsto l’ora di apoteosi che questa mattina ha vissuta in una delle più insigni chiese della nostra città, a tu per tu con un cardinale e al cospetto di autorità, di personalità e di cittadini in gran numero. Se una curiosità intenerita non manca mai di nascere al passaggio di qualche battezzando che vada al tempio nella sua nuvoletta di velo bianco o durante le funzioni del battesimo, la cui significativa bellezza appare evidente anche oltre i simboli del rito che possono sembrare oscuri ai profani, era naturale che la curiosità si manifestasse con fervore eccezionale, dopo l’annuncio delle funzioni di oggi che avrebbero aperto le porte della fede a un giovane arabo venticinquenne e a quattro fratelli torinesi, il più “grande” di sedici anni e il più piccolo di cinque.
Ancor prima dell’inizio della funzione, infatti, la chiesa di San Carlo si è stipata di fedeli e alle otto e mezzo, entrando dalla porta maggiore, il cardinale arcivescovo mons. Fossati, si è trovato a passare fra due fitte ali di popolo. Dinanzi all’altare maggiore erano stati disposti alcuni banchi, parati di damaschi cremisi. Quivi si sono disposte le autorità tra le quali il gen. Perol, in rappresentanza del segretario federale Andrea Gastaldi, il seniore Macchione, che rappresentava il console generale Oddone Mazza, i consoli Galbiati e Donegani, il seniore Bassanese, il quale, come è noto, fu per il giovane arabo un affettuoso fratello maggiore, e numerosi membri dell’aristocrazia. In cornu Epistolae ha preso posto mons. Fossati, in cornu Evangelii si sono raccolti, sotto il loro labaro nero, i rappresentanti dell’Associazione nazionale combattenti coloniali.
I battezzandi sostavano intanto sulla soglia della chiesa secondo la legge che vieta agli infedeli l’accesso ai templi. Sulla porta che dalla navata di destra immette nella sacrestia il giovane Bubaker e i quattro fratelli Massimo, Ebe, Giovanni e Leonardo Enrico stavano inginocchiati e alle loro spalle si raggruppavano i padrini e le madrine fra i quali, per l’Arabo, il seniore Bassanese e la signora Livia Bassanese.
Prima d’iniziare la funzione l’arcivescovo ha vestito i paramenti della penitenza: piviale viola e mitra gialla, poi si è avvicinato al gruppo dei battezzandi, la cui emozione traspariva dai volti, mentre i loro occhi seguivano i lenti gesti del presule.
A uno a uno guardandoli con paterna amorevolezza, l’arcivescovo li ha interrogati: secondo le leggi del rito, fra il pastore e gli aspiranti alla fede, si è intrecciato un dialogo lento e suggestivo. «Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?», domandava il presule. «Fede», rispondevano gli interrogati. Poi il pastore ha rivolto altre domande, ha illuminato il significato del rito, ha esposto ai battezzandi i nuovi doveri che essi avrebbero dovuto adempiere per essere degni della fede e delle sue beatitudini. Infine, levatosi in piedi, con atto solenne, ha soffiato tre volte sul loro viso, imponendo allo spirito immondo di uscire dai loro cuori e di lasciare il posto allo Spirito Santo e tracciando sul loro corpo alcuni segni di croce accompagnati dalla preghiera: «Ti segno la fronte perché tu accetti la croce del Signore; ti segno le orecchie perché tu oda i divini precetti; ti segno gli occhi perché tu veda la carità di Dio; ti segno le narici perché esse sentano l’odore della soavità di Cristo; ti segno la bocca perché essa dica parola di vita; ti segno il petto perché il tuo cuore creda in Dio; ti segno le spalle perché tu accetti il giogo della sua servitù». Infine con un più ampio segno di croce ha concluso: «Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo segno tutto il tuo corpo affinché tu possa conseguire la vita eterna e vivere nei secoli dei secoli».
Compiuta in tal modo, per tutti e cinque i battezzandi, la prima parte del rito, l’arcivescovo ha dimesso i paramenti della penitenza indossando quelli battesimali, bianchi e argentei, e si è avviato dietro la croce astile, insieme con il clero e i catecumeni, verso il fonte lustrale. Nel tempio carico d’ori e di porpore, fra le lapidi e i monumenti che vi ricordano le glorie passate la folla si è preparata ad assistere al rito con una emozione che si rivelava dal suo silenzio e dalla sua immobilità. Ed ecco presso il fonte battesimale il giovane arabo dal bel volto animoso e i suoi quattro compagni. Le frasi del rito risuonava chiaramente. Alle domande del celebrante non rispondeva questa volta le voci dei padrini e delle madrine come nei riti consueti quando il battezzando non è davvero in grado di rispondere spontaneamente. Le affermazioni di rinuncia e di fede erano naturalmente pronunciate dai catecumeni stessi con serena sicurezza tanto che il loro dialogo con il presule cresceva a poco a poco in fervore e in tono, acquistando un indicibile fascino, un senso di sincerità profonda, di realtà viva e presente, nonostante l’antichità remota delle formule e l’arcaica nobiltà del latino liturgico.
Le cinque teste sono state asperse con l’acqua lustrale. «Ego te baptizo in nomine Domini…», ha detto l’arcivescovo, e, caso singolare nelle cronache dei battesimi, alla sua voce non ha risposto il vagito del battezzato sorpreso dalla tiepida e lieve aspersione; come pure al sapore del sale avvicinato alle labbra non hanno risposto lamentose proteste. Subito dopo il prelato e i nuovi cattolici sono ritornati all’altare maggiore dove Bubaker, che d’ora innanzi si chiamerà Giovanni, ha ricevuto il sacramento della Cresima e dell’Eucaristia.
Celebrata la messa, l’arcivescovo ha quindi rivolto ai cinque battezzati paterne parole. Dinanzi al tempio intanto altra folla s’era accalcata e all’uscita del giovane arabo gli ha improvvisato una dimostrazione di simpatia.
Giovanni Abd el Gaden Tuhati ha sorriso, ha salutato con la mano, poi si allontanato attorniato da un gruppo di fascisti, compagni suoi nella fede che anch’egli da anni professa, con ammirevole dedizione per l’Italia di Mussolini. 
(Suggestivo rito a Torino per il battesimo di Abd el Gaden Tuhati, “Corriere della Sera”, Martedì 7 Marzo 1933 – Anno XI, edizione del pomeriggio)

sabato 22 luglio 2017

I fratelli che vennero dalla foresta


La NATO, attraverso il suo canale di YouTube, ha pubblicato qualche giorno fa un breve documentario per celebrare i “fratelli della foresta”, partigiani estoni, lettoni e lituani che resistettero all’occupazione sovietica almeno fino alla metà degli anni ’50, quando vennero quasi interamente sbaragliati dagli invasori.

Il filmato, come prevedibile, ha suscitato accese polemiche da parte delle autorità russe, che non vedevano l’ora di riportare in auge le care vecchie accuse staliniane contro i guerriglieri baltici: tutto sommato la NATO ha fatto loro un piacere, tornando ai toni old school e lasciando da parte gli arcobaleni e le canzonette (che durante l’era Obama avevano messo a disagio un po’ tutti).

Nulla da eccepire, sia chiaro: nel campo della propaganda la lex talionis è l’unica regola valida, anche nella forma dello “specchio riflesso” (Tu mi chiami “Stalin”? E io ti chiamo “Hitler”!).
Tuttavia, sarebbe giusto precisare, per onestà intellettuale, che le formazioni che concorsero nel formare la resistenza anti-sovietica, cioè i corpi franchi, le brigate antibolsceviche e i gruppi paramilitari, nacquero ben prima del nazismo (e anche del fascismo), in concomitanza con i primi vagiti di indipendenza delle loro patrie tra il 1918 e il 1919. Bisogna inoltre ricordare che a ispirare i nazionalismi baltici non fu soltanto l’avversione ai russi, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) un marcato sentimento anti-tedesco. Se in seguito molti dei “fratelli della foresta” fiancheggiarono le armate del Reich (e alcuni confluirono direttamente nelle SS), fu solo per motivazioni tattiche, in base al principio che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Anche i pogrom che accompagnarono l’avanzata tedesca nel Baltico non furono ispirati dall’antisemitismo nazista, ma si verificarono in continuità con le ossessioni locali, che in Estonia facevano apparire gli ebrei come quinte colonne del bolscevismo (un sospetto accresciuto dal colpo di stato tentato dall’Unione Sovietica nel 1924), mentre in Lituania (come è stato osservato da Maurice Bardèche), per quanto paradossale, la minoranza semita era considerata complice dell’imperialismo tedesco e contigua col suo tipo di capitalismo.

Insomma, una situazione nella quale “il più pulito ha la rogna”: per questo non mi interessa più di tanto polemizzare con chi evidentemente pensa che di storia si possa discutere solo in termini di tifoseria. L’unica cosa che mi piacerebbe è che i miei connazionali la smettessero di idealizzare gli imperi ai quali non sono stati sottomessi, fosse solo perché (tra le altre cose) tale atteggiamento è speculare all’entusiastica adesione alla NATO da parte dei Paesi baltici (che pure viene dagli stessi ipocritamente biasimata).
È anche vero che molti italiani non hanno neppure gli strumenti culturali per comprendere cosa ha significato per estoni e lituani vivere sotto occupazione sovietica, dato che nel nostro Paese il più piccolo accenno all’argomento viene ancora considerato politicamente scorretto, se non apertamente blasfemo (da Libro nero del comunismo, per intendersi): ultimamente si sta persino diffondendo l’andazzo di bollare qualsiasi critica a Stalin o all’Unione Sovietica come “filonazista” e/o “russofobica” (ma state calmi, i russi sanno benissimo difendersi da soli).

Se posso aggiungere My two cents (anche in Russia questa espressione sta prendendo piede, tradotta letteralmente come Мои два цента), penso che il video della NATO sia un encomio tardivo verso popoli che sono stati dati in pasto a Stalin in nome del nuovo equilibrio mondiale.
Per quel che mi riguarda, anche se non vedo in Stalin il male assoluto, devo tuttavia ammettere che il tiranno bolscevico mi suscita molta meno simpatia di quella nutrita nei suoi confronti da Churchill e Roosevelt. Per ingraziarsi “Baffone”, gli Alleati infatti fecero cose che gridano ancora vendetta: pochi conoscono, ad esempio, la famigerata “Operazione Keelhaul”, attraverso la quale Roosevelt e Truman consegnarono almeno un milione di combattenti anti-bolscevichi direttamente all’Unione Sovietica. Tra di essi, cosacchi, russi bianchi e persino semplici civili che da un giorno con l’altro erano diventati cittadini sovietici. In particolare, gli appartenenti all’Esercito di Liberazione del generale Vlasov (la versione russa dei “fratelli della foresta”, seppur dal carattere più smaccatamente collaborazionista) che caddero nelle mani degli americani, vennero riconsegnati a Stalin addirittura “impacchettati”, cioè storditi con lacrimogeni e barbiturici.

La memoria dei “fratelli della foresta” è in effetti controversa su entrambi i fronti, poiché mentre gli americani si trovano ora costretti a rivalutarli, sancendo un’improponibile continuità tra partigiani anticomunisti e forze armate lituane, quasi a certificare il fallimento del proprio progetto geopolitico (incoraggiare i revanscismi altrui rappresenta da sempre l’ultima ratio di un impero, come la storia ha dimostrato in più occasioni), al contrario i russi stanno ancora cercando di capire se Putin sia erede di Nicola II o Stalin: il dibattito tra nazionalisti da quelle parti, già particolarmente infuocato, si è acuito col conflitto in Ucraina. Le posizioni in realtà sono molto più composite di come vengono presentate da intellettuali come Aleksander Dugin, che ovviamente hanno tutto l’interesse a dipingere un’estrema destra monoliticamente «filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa» (ma si pensi solo al surreale exploit di Eduard Limonov a favore dell’occupazione di Crimea e Donbass).

Da che parte oggi combatterebbero i “fratelli della foresta”, si chiedono i patriottardi russi (in attesa di diventare grandi): con i “banderisti” ucraini (perché, a seconda delle simpatie, i traditori restano traditori, o gli anti-comunisti restano anti-comunisti), oppure con gli insorti di Donetsk e di Lugansk, le milizie popolari che hanno unito filorussi, vetero-stalinisti, anarchici, nazional-bolscevichi e trotskisti?
La questione è sempre aperta, anche perché l’Armata di Liberazione (“R.O.A.” in russo) resta una componente importante dell’immaginario dei nuovi momenti nazionalistici, che negli ultimi anni si sono impossessati non solo dei suoi simboli (come la bandiera con la Croce di Sant’Andrea), ma della sua stessa eredità “morale”. Per farsi un’idea, presento qui di seguito la traduzione di uno degli inni che negli ultimi anni sono stati dedicati proprio a coloro “vennero dalla foresta”:

mercoledì 19 luglio 2017

Un cinema di ordinaria follia


Ho letto tutto d’un fiato National Security Cinema di Matthew Alford e Tom Secker; questo volume, appena dato alle stampe, torna su un tema che solo negli ultimi anni ha iniziato ad appassionare studiosi più seri dei complottisti: l’influenza dei servizi segreti americani su Hollwyood.
Liquidare l’argomento come il proverbiale “segreto di Pulcinella” è un atteggiamento che lascia il tempo che trova, poiché tutti bene o male siamo stati influenzati dalla cinematografia statunitense: tuttavia, avere finalmente le prove documentali di una vera e propria “arte di regime”, va al di là delle semplici paranoie personali o del “sentito dire”.

Il Pentagono e la CIA avrebbero direttamente influenzato quasi duemila produzioni, tra film e serie televisive: il volume illustra nel dettaglio le imposizioni che registi e sceneggiatori hanno dovuto accettare dal famigerato “complesso militare-industriale”, sotto il ricatto di vedersi negato qualsiasi sostegno “logistico” (indispensabile per le scene di guerra) o di venire boicottati tramite interdizioni burocratiche e pressioni sugli sponsor.

Ammetto di aver sfogliato frettolosamente l’opera con uno scopo ben preciso: trovare conferme di quanto scrisse l’unico che finora abbia portato queste tematiche in Italia, Stefano Anelli aka “John Kleeves”. Un personaggio che francamente faccio fatica a chiamare in causa, dato che qualcuno ricorderà il modo in cui nel 2010 passò alle cronache per aver ucciso la nipote con un colpo di balestra (e poi essersi suicidato con la stessa arma). All’epoca i giornali liquidarono la sua produzione (che comprende titoli notevoli come Sacrifici umaniUn paese pericoloso e Divi di Stato, quest’ultimo appunto dedicato al  “controllo politico su Hollywood”) come “libri deliranti anti-Usa”: una definizione che, col senno di poi, in effetti potrebbe apparire adeguata.
Confesso quindi di aver spulciato National Security Cinema solo per scovare tra i case studies gli stessi analizzati da Anelli/Kleeves: per esempio, pellicole come Il silenzio degli innocenti, oppure (ancora più importante, e vedremo subito il perché) Un giorno di ordinaria follia (titolo originale: Falling Down) diretto nel 1993 da Joel Schumacher e interpretato da Michael Douglas.
Sfortunatamente, a questi due titoli gli studiosi americani non hanno dedicato nemmeno una riga; in compenso nel volume trovano spazio illuminanti osservazioni su Forrest Gump (altra pericola “sospetta” per Kleeves), agli sceneggiatori del quale il Pentagono suggerì di rivedere totalmente la trama, poiché troppo “nichilistica” nei confronti dell’esperienza vietnamita. Nonostante i cambiamenti apportati alla versione iniziale non furono sufficienti a garantirsi la collaborazione governativa, il risultato finale risultò comunque pesantemente “influenzato” dal Dipartimento della Difesa: per dirne una, se nell’originale Forrest e Bubba facevano parte di un reparto “speciale” per soldati dalle capacità intellettive non eccessivamente sviluppate, nel film che poi tutti hanno visto i due simpatici tontoloni combattono allo stesso livello degli altri.

La ricerca di Alford e Secker in ogni caso fornisce spunti straordinari a proposito di pellicole del calibro di Apocalyse Now (forse l’unico film bellico nella storia del cinema americano che il governo ha sin dal principio snobbato), Top Gun (il cui sequel è stato bloccato per decenni a causa del cosiddetto “scandalo Tailhook” riguardante gli stupri di massa nell’esercito: la marina militare si rifiutò di collaborare finché il clamore suscitato dall’affare non si fosse placato – sembra assurdo, ma è proprio ciò che è scritto nei documenti desecretati!), Black Hawk Down, The Interview, Terminator, Robocop, i film sugli eroi della Marvel, eccetera eccetera.

È chiaro che prima o poi dovremo tornare su ognuno dei titoli appena evocati; al momento però, come detto, mi interessava soprattutto rivenire almeno uno straccio di informazione su Un giorno di ordinaria follia. I motivi di questa “ossessione” risalgono a un altro strano caso di cronaca, quello di un estremista di destra (tale Gianluca Casseri) che nel dicembre 2011 uccise due ambulanti senegalesi a Firenze. Come riportarono le gazzette, l’assassino non solo uscì di casa per compiere il delitto lasciando il dvd del film in bella vista, ma quando un edicolante tentò di fermarlo, pronunciò la stessa battuta del protagonista Michael Douglas: «Pensa bene a cosa ti conviene fare».
Devo ammettere che quando lessi la notizia, mi tornò subito alla mente l’analisi di “John Kleeves” della pellicola. Voglio riportarla qui di seguito, con la raccomandazione (ce n’è sempre bisogno, visto quel che accade), di prenderla con le molle (la citazione è tratta da Divi di Stato, Settimo Sigillo, Roma, 1999, pp. 131-133):
«Il film drammatico Un giorno di ordinaria follia […] [presenta] una trama promettente: un uomo si ribella contro la società. Un’occasione per fare parecchie denunce sociali. In superficie sono presentate, infatti, ma annullate da un preciso lavorio subliminale. Prima l’uomo è stato abbandonato dalla moglie e poi ha perso il lavoro […]. Bill (Douglas) dice infatti: “Non sono io che ho perso il lavoro; è il lavoro che ha perso me”. Niente accuse ai datori di lavoro quindi. […] Nella sua marcia a piedi verso la casa della ex moglie Bill attraversa i quartieri malfamati di Los Angeles, che sono anche i quartieri più poveri. Viene mostrata un’umanità indolente, insensibile e criminale: perciò sono poveri. Sono quasi tutti immigrati di colore, tipo portoricani e asiatici, e sono loro a infastidirlo provocandone la reazione. C’è anche qualche bianco nella melma, ma sono o pazzi neonazisti come il gestore del negozio di articoli militari o drogati terminali o puri vagabondi. C’è un bianco macilento a terra con un cartello Will work for food (“Sono disposto a lavorare per cibo”): uno slogan pubblicitario, perché l’uomo non è evidentemente in grado di lavorare, probabilmente per gli eccessi di alcol e droga. Diverso sarebbe stato usare per la comparsata un uomo robusto e all’erta […]. Non manca l’occasione per inserire un po’ di propaganda per la politica estera: all’esoso gestore di un grocery store […], un coreano che non si è neanche preso la briga di imparare la lingua del paese che lo ha accolto, Bill rinfaccia: “Sai quanto ha speso il mio governo per la Corea?”. La tesi subliminale del film è che se ci sono problemi negli Stati Uniti, che possano portare all’esasperazione un americano peraltro esemplare come Bill […] questi sono dovuti agli immigrati. La ex moglie si chiama infatti Elizabeth Travino e di lei dice la madre di Bill: “È mezza italiana; si sa come va con quelle”.
[…] Alla fine Bill è ucciso dal poliziotto Prendergast (Duvall). Non è una fine troppo amara; è la conclusione di una sfortunata vicenda personale, dovuta a problemi psicologici. Tutti sono contenti: Pendergast ricava i giusti stimoli per continuare il lavoro, la ex moglie trae un sospiro di sollievo […] e la figlia non si accorge di nulla. […] Non ci si rattrista neanche per le vittime di Bill: alcuni delinquentelli portoricani e il poco raccomandabile gestore del negozio di articoli militari. Ci si può soffermare un attimo sulla figura di quest’ultimo: è un fanatico delle armi e del nazismo, che lui identifica con la sua cattiveria generalizzata, con l’odio verso tutto ciò che gli pare diverso e debole. Si tratta di uno stereotipo nella filmografia hollywodiana post 1953: suggerisce che la violenza che ognuno non può non notare nella società e nella politica estera americana è dovuta a soggetti del genere. Per il resto non rimane che notare come Michael non abbia la fibra del padre: Kirk Douglas non avrebbe accettato un tale film».
La persona che snocciolava tali lucidissime considerazioni è poi la stessa caduta nel “vortice”...
Tutta questa storia assomiglia alla brutta trama di una pellicola hard-boiled, per giunta neppure “riveduta e corretta” dai servizi segreti.
Al di là dei “complottismi” di circostanza, credo esista un sottile legame, almeno a livello di suggestioni, tra questi diversi giorni di follia. Certo risulta paradossale, se non grottesco (per restare in tema di cinema), che uno come Casseri, dopo aver passato la vita a scrivere della tradizione primordiale, dell’eroismo iniziatico, dell’audacia e del coraggio della razza ariana (contributi poi cancellati dai siti che li avevano ospitati), abbia trovato come ultima giustificazione “intellettuale” un filmaccio americano senza capo né coda, dove il protagonista impazzisce, ammazza un paio di persone e poi viene ucciso.
Come sosteneva un grande protagonista del Novecento, “La cinematografia è l’arma più forte”. A volte però anche la paranoia e la stupidità non scherzano...

Mutilazioni genitali maschili

Rituale di circoncisione degli aborigeni australiani (fonte)
Una battaglia che mi trova generalmente d’accordo con tutti quei movimenti “maschilisti” sorti come funghi negli ultimi anni (specialmente in ambito anglosassone), è la richiesta di equiparazione tra circoncisione e infibulazione.
La questione in verità è molto semplice: se consideriamo le mutilazioni genitali femminili come un fenomeno barbaro e violento, perché non possiamo far lo stesso con quelle maschili
Per farsi un’idea delle principali argomentazioni “maschiliste”, consiglio la lettura di uno degli articoli più esaustivi sul tema: Circumcision: The double standard of genital mutilation (“A Voice for Men”, 19 agosto 2014)

Tuttavia, prima di addentrarci in qualsiasi “questione di genere”, è opportuno ricordare che il motivo principale per cui tale pratica non potrà mai essere messa in cattiva luce, almeno a livello mainstream, è l’importanza che le attribuiscono le comunità ebraiche, le quali in nessun caso accetterebbero una campagna anti-circoncisione condotta con le stesse modalità di quelle anti-infibulazione (nemmeno se fosse ridotta a una prospettiva radicalmente “islamofobica”).

Lasciamo però da parte le polemiche e veniamo al punto: negli Stati Uniti oltre la metà della popolazione maschile è circoncisa (la maggior parte sin dalla nascita); come se non bastasse, periodicamente le autorità sanitarie americane propongono campagne di circoncisione di massa per prevenire la diffusione dell’Aids:
«Tutti circoncisi. Per combattere l’Aids, la nuova arma dell’America […] è la circoncisione obbligatoria per i neonati. […] La pratica religiosa che unisce ebrei e musulmani, e che i cristiani rigettarono già con San Paolo, negli Stati Uniti, va detto, si è trasformata da più di un secolo in una operazione chirurgica così diffusa da essere quasi di routine. Le statistiche parlano del 79 per cento dei maschi, soprattutto bianchi (88 per cento) e neri (77 per cento) non ispanici. Ragioni storiche e culturali ne hanno facilitato lo sviluppo: dalla influenza della cultura ebraica a quella scuola di pensiero medico risalente alla fine dell’Ottocento che dall’Inghilterra attecchì in America, soprattutto perché sbandierava -nota la storica della medicina Ornella Moscucci- l’effetto anti-masturbazione.
[…] L’effetto-circoncisione si basa però sull’incidenza nell’Africa musulmana, dove i circoncisi riducono il rischio della metà. Ma già un documento […] rivela che “gli studi hanno dimostrato l’efficacia della circoncisione soltanto nei rapporti eterosessuali, che sono il modo di trasmissione dell’Hiv predominante in Africa, mentre la trasmissione più diffusa negli Usa è quella omosessuale”. Ma se l’efficacia è relativa perché esporre tutti i neonati a un intervento pur sempre chirurgico?»
(Usa, ipotesi circoncisione di massa, “Repubblica”, 24 agosto 2009).
Il tentativo di addurre giustificazioni “igieniche” sono risibili: che dire dell’aumento dei rischi di infezione conseguenti alla rimozione del prepuzio, nonché della progressiva perdita della sensibilità al glande? (Ormai non credete più nemmeno nel pansessualismo, poveri voi).
I motivi per cui negli Stati Uniti è considerato normale far circoncidere i propri figli sono perlopiù “culturali”: è naturale che un popolo auto-proclamatosi “eletto” cerchi di imitare quelle usanze che nel proprio immaginario rappresentano il legame privilegiato con la divinità (inevitabile, quindi, che una nazione fondata da puritani adotti costumi “giudaizzanti”).

In Italia non siamo in grado neppure di quantificare la diffusione del fenomeno, poiché, come detto, non è assolutamente percepito come un problema. Al contrario, l’attenzione verso l’infibulazione non viene mai meno: il Ministero per le Pari Opportunità ha persino istituto un numero verde contro le mutilazioni genitali femminili, in linea con una campagna internazionale promossa dalle Nazioni Unite. Non pare tuttavia che l’iniziativa, dal 2009 a oggi, abbia avuto molto successo, sia perché, come è noto, per gli standard attuali la violenza degli immigrati contro le donne è solo una manifestazione della loro “cultura” (o “identità”), che va difesa e tutelata dal colonialismo mentale delle società che li ospita; sia perché, dopo l’elezione di Trump, l’islam ha iniziato diventare un valore in sé (en passant, notiamo che se la sinistra “regressista” ha intenzione di andare fino in fondo col suo demenziale jihad “arcobaleno”, è probabile che tra qualche anno l’infibulazione, assieme al burqa e alla lapidazione delle adultere, diventerà una delle cose più femministe al mondo).

Al di là di questo andazzo, l’infibulazione suscita comunque una qualche indignazione (se non altro nei giornali di destra), mentre sollevare il minimo dubbio sulla circoncisione continua ad apparire come un atteggiamento “blasfemo”. Nel nostro Paese le sentenze riguardanti la mutilazione genitale maschile si contano sulle punta della dita, e si riferiscono solo alle condizioni in cui viene messa in atto, mai alla sua “sostanza”. Poco meno di dieci anni fa il gup del tribunale di Bari, alle prese con il caso di un bambino di origine nigeriana deceduto per dissanguamento in seguito a un “intervento” casalingo, sentenziò che «la circoncisione è un rito giustificato e giustificabile perché trova la sua ragion d’essere nella stessa Carta costituzionale, ma l’espletamento di tale rito non può prescindere dalle più comuni regole poste a tutela del diritto alla salute».
La madre venne quindi condannata a un anno di reclusione per omicidio colposo (purtroppo di recente abbiamo dovuto assistere a un caso simile).
La “ragion d’essere” evocata nella sentenza risiede nell’articolo 19 della Costituzione, che sancisce: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».
Ancora una volta, sfuggono i motivi per cui la circoncisione troverebbe la sua raison d’être nella stessa Costituzione che al contempo vieta l’infibulazione.

Probabilmente è necessario allargare la prospettiva e riconoscere che, attorno alla questione, ruotano troppi “interessi”: da una parte la religione, con l’islamicamente corretto che procede di pari passo al giudaicamente corretto (una situazione in cui forse nemmeno un Paolo redivivo riuscirebbe a districarsi); dall’altra, il femminismo imperante che obbliga a ridurre ogni problematica esclusivamente al “patriarcato” (visto che abbiamo parlato di regimi islamici, non è un caso che gli adulteri maschi vengano regolarmente esclusi dall’elenco delle vittime: eppure le lapidazioni per zina valgono anche per gli uomini, dalla Somalia all’Iran).

Per le virtù del relativismo metodologico, così selettivo nel momento in cui si imbatte in temi che potrebbero urtare la suscettibilità di taluni o contravvenire ai dogmi del politicamente corretto, a fornire alla circoncisione, oltre a quella religiosa e ideologica, anche una base culturale, interviene l’antropologia. Ricordo, per esempio, un’imbarazzante apologia della mutilazione genitale maschile (per giunta in versione tribale) nel volume Contro l’identità (1996) dello studioso Francesco Remotti, nel quale il Nostro non si perita di mettere sotto accusa i missionari cristiani per aver osteggiato l’usanza dei BaNande congolesi di scheggiare il pene dei propri ragazzi con pietre appuntite. Secondo l’antropologo, i “colonizzatori” avrebbero «sgretolato una cultura insieme al suo momento più formativo e critico», negando «ogni senso educativo all’olusumba [scil. il rituale della circoncisione], facendolo così retrocedere a una mera manifestazione di superstizione, se non di barbarie».

Se nella stessa accademia la critica alla circoncisione è un tabù, risulta difficile pretendere un mutamento di sensibilità non dico da parte di rabbini, imam e luminari americani, ma dalla stessa opinione pubblica. Ecco perché poi uno finisce tra i “maschilisti”...

martedì 18 luglio 2017

Pubblicità Progresso


Una vecchia pubblicità di aspirapolvere: «Per sfuggire alla legge salgariana dell’oni-gomon, che prescrive alla vedova di immolarsi sul rogo e confondere le proprie ceneri con quelle della salma cremata, una maharani ha prontamente risucchiato i resti del caro estinto sottraendosi alla cerimonia suicida».

Credo che se non fosse stato il 1982, ci sarebbero state come minimo una inchiesta parlamentare, l’intervento dell’ambasciatore indiano, il boicottaggio dei prodotti italiani e la richiesta di pubbliche scuse. Anche se già nel 1987 i tempi dovevano essere cambiati, almeno oltreoceano, se Allan Bloom poteva scrivere nel suo “classico” La chiusura della mente americana
“If I pose the routine questions designed to confute them and make them think, such as, ‘If you had been a British administrator in India, would you have let the natives under your governance burn the widow at the funeral of a man who had died?,’ they either remain silent or reply that the British should never have been there in the first place. It is not that they know very much about other nations, or about their own. The purpose of their education is not to make them scholars but to provide them with a moral virtue -- openness.” 
(«Se faccio una domanda di routine [ai miei studenti], pensata per confutarli e farli pensare, per esempio: “Se tu fossi stato un amministratore inglese in India, avresti permesso agli autoctoni sotto la tua giurisdizione di bruciare la vedova al funerale di un uomo che era morto?”, essi tacciono oppure rispondono che, in primo luogo, gli inglesi non avrebbero dovuto trovarsi là. Non che sappiano molto delle altre nazioni, o della propria. Lo scopo della loro istruzione non è farne degli studiosi, ma conferire loro una virtù morale – l’apertura [mentale]»
PS: Come notano gli appassionati di Salgari, è singolare che lo scrittore utilizzi il termine più antico “oni-gomon” per descrivere una cerimonia che è universalmente conosciuta come “sati”.
- Fra tre giorni si compirà, sulle rive del Gange, un oni-gomon a cui devono prendere parte le bajadere e le nartachi della pagoda di Kalí ed il manti certo non vi mancherà.
- Che cos'è questo oni-gomon? - chiese Sandokan.
- Si brucerà la vedova di Rangi-Nin sul cadavere del marito, il quale era uno dei capi dei Thugs.
- Viva?
- Viva, sahib.
- E la polizia anglo-indiana lo permetterà?
- Nessuno andrà ad informarla.
- Credevo che quegli orribili sacrifici non si compissero piú.
- Il numero è ancora assai grande, non ostante la proibizione degli inglesi. Se ne bruciano ancora molte delle vedove, sulle rive del Gange.
(da Le due tigri, 1904)

domenica 16 luglio 2017

I khmer grigi


Sul “Corriere” di ieri, l’ennesima intervista di Mario Monti contro Renzi: non è la prima volta che il tecnocrate cerca di ridare credibilità al Cazzaro di Rignano (© “Dagospia”) facendolo passare come suo acerrimo nemico (ci aveva provato anche durante il referendum costituzionale, ma pure allora gli andò male…).

In quest’ultima tirata (come sempre “al riparo” dal contraddittorio), Nonno Monti ha un po’ esagerato nella specialità che gli ebrei definiscono chutzpah; cioè le ha sparate più grosse del solito, giungendo ad affermare (o confermare) non soltanto che fu Draghi a far cadere un governo democraticamente eletto interrompendo «gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce», ma anche che il Presidente della Banca Centrale agì in tal modo per «accreditarsi presso quel mondo tedesco che era preoccupato per l’arrivo al vertice della Bce di un italiano».

Vogliamo ricordare en passant che uno dei dogmi della Bce è proprio la sua “indipendenza”, dunque in teoria Draghi non avrebbe avuto alcun bisogno del permesso di Berlino per assumere decisioni da egli ritenute giuste o necessarie (come poi del resto ha fatto, dopo la “manovrina” per togliersi dai piedi Berlusconi).
Per come la racconta Monti, sembra invece che il cosiddetto fiscal compact sia stato dettato esclusivamente dalla necessità di Draghi di “farsi bello” agli occhi della Merkel.
Insomma, per ricapitolare: come reazione alla “macchina del fango” messa in moto contro di lui da Renzi, Monti non trova di meglio che dirottare il flusso di melma verso Draghi! Non pare un atteggiamento molto corretto: forse che ai piani alti sta accadendo qualcosa che i comuni mortali non possono nemmeno intuire?

Poi, per il resto, il “patrigno costituente” avrebbe tutte le ragioni di rinfacciare a Renzi le parole con cui si presentò alle primarie del Pd nel 2012: «A livello europeo, l’autorevolezza di Mario Monti ha facilitato l’assunzione di decisioni importanti, che vanno nella giusta direzione» (L’Europa dal basso). L’ipse dixit però ci riporta al punto di partenza, e ci obbliga a domandarci perché Monti sia intenzionato a partecipare a tutti costi a questa squallida commediola (che, guarda caso, si ripresenta sempre a ridosso di qualche importante appuntamento elettorale)?

Una prima ipotesi è che egli stia ancora recitando una parte, la quale adesso gli impone di creare lo smokescreen con cui permettere a Renzi di rifarsi una verginità.
D’altra parte, in questi anni è emerso un lato inquietante della personalità di Monti: dietro alla maschera di compassato tecnocrate, sembra che il professore nasconda una certa dose di megalomania e animosità. Come ho scritto altrove, il fatto che nelle elezioni del 2013 egli abbia preteso di correre col suo micropartitino, nonostante Napolitano gli avesse praticamente già garantito la Presidenza della Repubblica, dimostra un’incredibile mancanza di lungimiranza: era a un passo da diventare il nuovo Ciampi, ma inspiegabilmente ha preferito passare alla storia come il fratello cattivo di Ebenezer Scrooge (quello che non si redime).
Ciò fa sorgere il sospetto che le movenze distaccate del Nonno nascondano un alto grado di irrazionalità e sentimentalismo: a questo punto, siamo costretti a pensare che l’avversione nei confronti di Renzi sia soprattutto dovuta alla durezza con cui costui ha osato riprenderlo in Senato qualche mese fa.

Lasciando tuttavia da parte le scaramucce, sarebbe stato interessante se durante l’intervista un giornalista si fosse presentato al cospetto di Monti e gli avesse chiesto conto dei 300 miliardi che, secondo l’attuale Ministero dell’Economia, sarebbe costato agli italiani il suo governo “tecnico”.
Non è una questione di poco conto: Gentiloni e Padoan stanno utilizzando l’ex “Salvatore della Patria” come spauracchio contro gli altri eurocrati, per scongiurare l’eventualità di un nuovo “Salva Italia” (che obiettivamente rappresenterebbe la pietra tombale sull’economia nazionale).

Già, perché era vero che fare austerità in tempo di crisi porta direttamente alla carestia: ma c’era proprio bisogno di provarlo sulla propria pelle, per arrivarci? A quanto pare sì, visto che molti ancora non hanno capito. Del resto nemmeno a me è chiaro del tutto perché si debba andare avanti con questa feroce ideologia anti-economica, uno stile di governo talmente meschino che nemmeno ha il coraggio di dichiarare i propri intenti. Peraltro il fatto che nessuno dei perpetratori di tale scempio trovi l’onestà di ammettere i propri errori, mi lascia scettico sull’eventualità che le cose possano migliorare: è evidente ormai che non si ha a che fare con semplici “professori” (seppur golpisti e incapaci), ma con dei veri e propri “khmer grigi”. Se ultimamente si sono presi una piccola pausa, è solo per dare al popolaccio l’illusione di aver spento per un attimo il “pilota automatico”: ma sono pronti a tornare, per nuove e affascinanti esperimenti nel campo dell’ingegneria sociale.

sabato 15 luglio 2017

Israele è antifascista?

Il deputato del PD Emanuele Fiano è intenzionato a lasciare il segno nella storia repubblicana con un ddl che estenderebbe il reato di apologia di fascismo all’antieuropeismo, al “sovranismo”, a ogni critica all’euro, all’Europa e all’immigrazione (chi vuole può leggersi l’intervista rilasciata a “l’Unità”).

Ora, anche volendo prendere sul serio tutta questa storia, si resta un po’ a disagio nel constatare che per montare l’“emergenza” il governo non ha trovato di meglio che scagliarsi contro una “spiaggia fascista” gestita da un personaggio decisamente pittoresco (e tutto sommato innocuo). Ancor più irritante il tentativo di sfruttare un tema così importante (che rischia di reintrodurre il reato d’opinione) come pretesto per ricompattare il centro-sinistra.

Tuttavia, il punto che più mi colpisce è che anche in Italia, come in Francia, a proporre iniziative di tal fatta sia qualcuno che non esiterei a definire un “sionista sfegatato”. Non è un mistero infatti che Emanuele Fiano abbia da sempre incentrato la propria militanza politica sul contrasto al “pregiudizio anti-israeliano” che a suo dire allignerebbe nella sinistra italiana, tanto da aver creato nel 2005 l’associazione “Sinistra per Israele”, della quale è ancora segretario nazionale.

A parlare di certi argomenti si rischia, come è noto, l’etichetta di antisemita: tuttavia “Lele” Fiano non è Moni Ovadia, dunque pare legittimo criticarlo non in quanto ebreo, ma come fervente sostenitore di Israele (poi chi vuol ravvisare un atteggiamento razzista da parte mia faccia pure, ma il problema è solo e soltanto suo).
Il presupposto da cui parte Fiano è che la condotta di Israele vada difesa a prescindere, indipendentemente dai principi a cui essa si ispira. Per dirla ancora meglio, non esiste “destra” o “sinistra” per la “Sinistra di Israele”: esiste solo Israele.

Eppure, al di là delle opinioni personali sulla questione mediorientale e lo Stato ebraico, se ci limitiamo a considerare la situazione italiana, emerge che storicamente Israele ha riscosso simpatie perlopiù a destra.
Per farsi un’idea di quanto sia forte tale legame, una lettura più che consigliata è La destra e gli ebrei. Una storia italiana (Rubbettino, Catanzaro, 2003) di Gianni Scipione Rossi. Nel volume emergono numerosi particolari di tale “amicizia”, opportunamente lasciati cadere nell’oblio: per esempio, che verso la fine del 1947 «il quotidiano del MSI [“L’Ordine Sociale”] guardò con palese simpatia a quelli che chiama in un primo tempo “sionisti” e dopo qualche giorno semplicemente “ebrei”, scaricati dagli inglesi» (p. 69). 
L’Autore cita a tal proposito una frase significativa di Franz Maria D’Asaro (uno dei primi direttori del “Secolo d’Italia”), tratta da Socialismo e nazione (Ciarrapico, Roma, 1985): costui, rispondendo al suo interlocutore Enrico Landolfi (che rimproverava alla destra il passaggio «dalle drastiche negazioni del periodo prebellico ai deliri addirittura filosionisti degli anni settanta e ottanta»), ribadisce «l’ammirazione per lo spirito nazionale di un popolo che, accerchiato da tutte le parti, difende esemplarmente il suo sacrosanto diritto alla vita».

Con la guerra dei sei giorni, Israele entrò infatti ufficialmente nella pantheon missino in qualità di “baluardo d’Occidente” contro il comunismo. Giorgio Almirante, nonostante la nomea di antisemita, fu in realtà un “fedelissimo” di Israele almeno a partire dal febbraio del 1967, quando espresse alla trasmissione “Tribuna Politica” la sua “ripulsa” delle leggi razziali, e fino al fatidico 1973, anno della guerra del Kippur, che oltre a registrare l’incondizionato sostegno del MSI al fronte israeliano, vide uno scambio epistolare tra Giulio Caradonna (deputato romano e segretario provinciale della Destra Nazionale) e il rabbino capo di Roma Elio Toaff.
Caradonna offrì un “appoggio concreto” da parte dei militanti alla comunità ebraica di Roma, minacciata dagli attacchi dell’estrema sinistra. Toaff rifiutò, ma da quell’offerta nacque un “prudente” dialogo, e un breve messaggio di ringraziamento del rabbino venne portato da Almirante negli Stati Uniti come “lasciapassare” «per contrastare possibili contestazioni d’antisemitismo».
Oltre a ciò, è doveroso ricordare anche il lavorio intellettuale di Giano Accame, primo sionista “ufficiale” dell’estrema, a Gerusalemme già dal 1962 come inviato del “Borghese” (giornale ai tempi gestito da Mario Tedeschi, altro ex-repubblichino di origine ebraica). Accame registrò l’apprezzamento da parte degli ambienti di destra della figura dell’ebreo combattente e dell’istituzione del kibbutz come «idea comunitaria basata su valori sociali, nazionali e spirituali» (Rossi, p. 111).

Sarebbe complicato rintracciare aneddoti simili nella storia dei rapporti tra lo Stato ebraico e la sinistra italiana (tanto meno quella estrema). Perciò è lecito domandarsi se non sia un po’ schizofrenico continuare a sostenere che “Israele è di sinistra”, e dato che ci siamo, pure “antifascista”. E, giusto per tornare alla “legge Fiano”, come dovremmo regolarci, per esempio, con figure come quella di Fiorenzo Capriotti, incursore della Decima Mas che dopo la guerra assieme a Nicola Conte (Marissalto) formò l’unità speciale della marina militare israeliana Shayetet 13, della quale venne poi nominato comandante ad honorem? Capriotti, nonostante non abbia mai rinnegato certi “valori” (come dimostra l’autobiografia Diario di un fascista alla corte di Gerusalemme), in Israele è comunque considerato alla stregua di un eroe nazionale.

Ecco, se proprio è necessario approvare questo benedetto provvedimento, che almeno si contempli un “salvacondotto” per tutti quei camerati che contribuirono alle gloriose vicende di Eretz Yisrael!
Onore!

venerdì 14 luglio 2017

L’Unesco dichiara patrimoni dell’umanità i muri e il fascismo

All’elenco dei patrimoni dell’umanità, l’Unesco ha appena aggiunto le mura di Bergamo e le altre straordinarie opere di difesa veneziane diffuse tra Veneto (Peschiera del Garda), Friuli (Palmanova), Zara (Croazia) e Cattaro (Montenegro), consentendo così all’Italia di riconquistare il primato nella World Heritage List (negli ultimi anni ci aveva scavalcati la Cina, ma ora la legittima supremazia è stata opportunamente ripristinata).

Le costruzioni militari che diventano patrimonio dell’umanità rappresentano una piccola vittoria contro la retorica dei “ponti contro muri”, quell’insopportabile melassa che ha finito per infastidire persino i terroristi islamici, i quali hanno risposto alla nostra arrendevolezza perpetrando i propri attentati direttamente sui ponti (e costringendo così i poveri londinesi a costruire… muri sui ponti!)

Per non farsi mancare nulla, nella nuova infornata di patrimoni l’Unesco ha incluso anche la “nostra” Asmara, in quanto «esempio eccezionale di urbanizzazione modernista» (questa la motivazione ufficiale). Il cinema Odeon, il Roma, l’Impero, l’Augustus, il bar Centro, il Moderno, il Venezia, la stazione di servizio Fiat Tagliero di Pettazzi: tutta roba che gli inglesi non sono riusciti a distruggere (si sono pure fregati la teleferica, ’sti pezzenti) e che adesso, col beneplacito delle istituzioni mondialiste, resisterà persino alla Boldrini (com’è ironica la sorte, nevvero?).



Come ciliegina sulla torta, l’agenzia delle Nazioni Unite proprio in questi giorni ha definito Israele “potenza occupante” e ha dichiarato la Tomba dei Patriarchi di Hebron “sito palestinese”.
Sarebbe interessante (fino a un certo punto) capire cosa ne pensa Emanuele Fiano, il “Gayssot dei poveri” che è intenzionato a mettere in scena il suo ridicolo teatrino antifascista per scopi puramente censori: pare quasi che l’Unesco abbia voluto rispondergli indirettamente, nel riconoscere da una parte l’importanza dell’architettura fascista al di là di qualsiasi strumentalizzazione politica, e dall’altra nel combattere una battaglia realmente degna di definirsi “antifascista”, schierandosi contro uno Stato che, se non fosse “ebraico”, difficilmente potremmo considerare “l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Ecco, per ringraziare l’Unesco del suo coraggio (perché è davvero coraggioso denunciare ancora oggi l’occupazione israeliana, soprattutto dopo anni di hasbarà che, tra le altre cose, ha permesso che nell’immaginario sinistroide l’inesistente “causa curda” rimpiazzasse quella palestinese), farò una donazione per sostenere le sue iniziative, in nome del cameratismo, dell’art déco e della superiorità di Bergamo Alta rispetto a New York (peraltro confermata in tempi non sospetti pure da Pippo Franco e Francesco Salvi).
Onore!

giovedì 13 luglio 2017

I servizi segreti tedeschi spiano Atene da anni


Grazie a questa inchiesta della versione greca di “Vice”, stanno emergendo i particolari dell’intensa attività di spionaggio che i servizi segreti tedeschi hanno portato avanti nei confronti di Atene almeno dal 2001. Il Bnd avrebbe messo sotto controllo non solo ministeri, aziende, ambasciate (compresa quella italiana), ma anche linee telefoniche e caselle di posta elettronica personali. Il tutto con l’approvazione delle istituzioni, poiché per una peculiarità tipicamente tedesca all’intelligence è consentito fare all’estero ciò che non potrebbe fare in patria: per esempio, spiare l’intero apparato politico, amministrativo ed economico di un’altra nazione.

Uno dei dettagli più inquietanti della vicenda è che il Bnd per anni avrebbe intercettato le comunicazioni della principale compagnia telefonica greca OTE, almeno fino a quando essa non è passata dalle mani dello Stato ellenico a quelle di… Deutsche Telekom (che ne è entrata in possesso nel 2009).

Di questa notizia in Italia finora ne ha parlato solo il “Corriere della Sera” (F. Fubini, “Così i tedeschi spiarono la Grecia”, 13 luglio 2017): pare che nessuno sia ancora intenzionato a rilanciarla, men che meno le testate greche, che paradossalmente appaiono le più refrattarie a discutere dello scandalo [σκάνδαλο]. I motivi di tale imbarazzato silenzio sono forse quelli ipotizzati dallo stesso Fubini: «Gli ingredienti di un caso politico ci sono tutti. Ma la reazione del governo greco di Alexis Tsipras è stata emblematicamente tenue: sono passati i tempi della rivolta anti-tedesca, oggi Atene vuole evitare qualunque polemica che rischi di incrinare la speranza che un giorno Berlino alleggerisca il debito greco».

L’inchiesta giunge peraltro nei giorni in cui il ministero delle Finanze tedesco, in risposta a un’interrogazione dei Verdi, ha rivelato che dalla crisi greca Berlino ha guadagnato oltre un miliardo di euro, escludendo dal computo i risparmi di bilancio (che in verità superano i cento miliardi) e i ricavi delle privatizzazioni, che hanno consentito alle aziende tedesche di accaparrarsi i “gioielli di famiglia” di proprietà statale (incluso l’intero sistema aeroportuale del Paese).

Anche se il destino dei greci può lasciare indifferenti gli italiani (soprattutto per l’influenza dei media, che ci invitano da sempre a considerarli più “inferiori” di noi), tuttavia alla luce di questa vicenda dovremmo domandarci se per caso i servizi tedeschi non siano riusciti anche a ottenere informazioni con le quali ricattare i nostri politici: al di là della propaganda e dell’incapacità individuale, solo così forse si potrebbe spiegare l’assurda sudditanza di molti rappresentanti dell’attuale classe dirigente.

martedì 11 luglio 2017

Sì che Soros di voi tra voi non rida

Il World Jewish Congress è rimasto turbato dall’iniziativa del governo Orbán di tappezzare le città ungheresi con manifesti anti-Soros, giusto per ricordare agli elettori che grazie a Fidesz sono stati respinti il 99% di immigrati clandestini (99% elutasítja az illegális bevándorlást) e invitarli a “Non lasciare che Soros rida per ultimo” (Ne hagyjuk, hogy Soros nevessen a végén). Il Congresso ebraico si è anche inquietato per una scritta a pennarello comparsa su uno dei cartelloni, che etichetta il noto filantropo come Büdös zsidó (“sporco ebreo”).





La campagna è stata ovviamente bollata come “antisemita”, tuttavia quel che il Sinedrio ha dimenticato di puntualizzare è che l’ambasciatore israeliano in Ungheria, dopo una timida condanna iniziale, è stato invitato dal governo Netanyahu a rivedere le proprie posizioni. Alla fine questo è stato il suo giudizio finale sulla campagna di sensibilizzazione: «Le mie frasi non intendevano in alcun modo delegittimare le giuste critiche contro George Soros, che continua a minacciare il governo democraticamente eletto in Israele finanziando organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico e sono intenzionate a negargli il diritto a difendersi».

In aggiunta, il buon Orbán ha invitato le comunità ebraiche del Paese a sostenerlo nel contrasto all’immigrazione islamica in Europa. Il Segretario di Stato János Lázár ha poi dichiarato che «il governo non critica George Soros per le sue origini ebraiche, ma per il suo sostegno all’immigrazione incontrollata in Europa».
Lo stesso Netanyahu settimana prossima sarà in visita ufficiale a Budapest, ma crediamo che anche in tal caso il World Jewish Congress non avrà nulla da ridire.

domenica 9 luglio 2017

Il robot che salva la bambina


Un robot creato dall’Università di Perm’ (Russia) avrebbe salvato una bambina bloccando gli scaffali sui quali si era arrampicata un attimo prima che la travolgessero. Dal momento che ne hanno parlato il “Corriere” e “Repubblica”, si è avuto l’immediato sospetto che fosse una “bufala”. E in effetti è proprio così: si tratta di una trovata pubblicitaria di un gruppo di scienziati, gli stessi che l’anno scorso avevano mandato un altro “Promobot” (il nome dice già tutto) in giro per le strade di Perm fingendo che fosse scappato dal laboratorio.

Da un’osservazione più attenta del filmato, si nota che la bambina reagisce a un’indicazione ben precisa, che gli scatoloni sono vuoti e, soprattutto, che il robot è piazzato lì proprio per eseguire quel tipo di compito. La vera “bufala”, infatti, è che  l’automa, a detta di uno dei creatori, avrebbe agito di propria iniziativa, riuscendo a intuire da solo la situazione di pericolo e salvando così l’irrequieta pargoletta. Una storiella che, per l’appunto, solo la grande stampa potrebbe creder vera (o almeno spacciare per tale).

Il discorso andrebbe esteso a tutta la paranoia sui robot che sviluppano l’autocoscienza e si mettono in testa di sottomettere il genere umano. Un tema di valore squisitamente letterario, che nasconde la banalità della questione: una macchina può funzionare o meno, e la sua “funzione” è quella per cui è stata creata. Tuttavia, dopo aver antropomorfizzato qualsiasi cosa ci capisse a tiro, era inevitabile che arrivasse il turno dei robot: di conseguenza, anche se una macchina è programmata per fare cose a cazzo, si può ormai ormai far credere a chiunque che essa sia dotata di vita propria. Da tale prospettiva si può quindi comprendere, per esempio, il clamore suscitato da un braccio meccanico che “decide” di pungere il dito di una persona: per citare ancora “Repubblica” (Ideato un robot che decide se ferire le persone, 13 giugno 2016), «l’intelligenza artificiale decide arbitrariamente se far partire un ago che punge il dito, violando in tal modo la prima delle tre regole che Asimov aveva “dettato” per i robot protagonisti dei suoi romanzi di fantascienza».

Abbiamo già discusso i motivi per cui ci piace credere a certe favole “tecnologiche”: senonché il rischio di seguitare a discutere di cibernetica attraverso le categorie del “prodigioso” o del “miracolistico”, è che prima o poi l’umanità venga davvero soggiogata dalle macchine, per il semplice motivo che sarà troppo stupida per capire come funzionano.
Tale scenario risponderebbe peraltro al classico archetipo della élite che detiene il monopolio robotico e può quindi estendere il suo potere all’intero universo. Esiste nondimeno la possibilità che, qualora diventassimo tutti scemi, anche i robot comincerebbero a “imitarci”: nella simpatica distopia Idiocracy (2006), per esempio, la tecnologia più avanzata è ridotta a condurre operazioni elementari proprio perché il quoziente intellettivo medio generale si è abbassato a livelli di ritardo mentale.

Credo, in conclusione, che chi si occupa di giornalismo scientifico dovrebbe rileggersi qualche pagina del caro vecchio Spinoza:
«Chiunque cerca le cause vere dei prodigi e si preoccupa di conoscere da scienziato le cose naturali e non di ammirarle da sciocco, è ritenuto generalmente eretico ed empio, ed è proclamato tale da quelli che il volgo adora come interpreti della natura e degli Dei. Essi sanno, infatti, che distrutta l’ignoranza, o meglio la stupidità, è distrutto anche lo stupore, cioè l’unico loro mezzo di argomentare e di salvaguardare la loro autorità».

sabato 1 luglio 2017

Urubu tá com raiva do boi

Vorrei proporre un pezzo dei Baiano e os Novos Caetanos (Urubu tá com raiva do boi, 1974), pionieri del rock demenziale brasiliano che sfortunatamente credo nessun italiano abbia mai sentito nominare.
È una canzone che mi ha sempre affascinato, poiché da anni gli appassionato si interrogano sul suo significato: per alcuni (compresa Wikipedia) essa rappresenterebbe «uma crítica à situação econômica do país e ao “milagre econômico brasileiro”». In realtà nessuno finora è stata in grado di offrire una spiegazione definitiva, anche se proprio tale ambiguità la rende adatta a descrivere anche la situazione del Brasile contemporaneo: a seconda dell’ideologia da cui ci si muove, l’avvoltoio e il bue potrebbero rappresentare o lo Stato o il Mercato.
L’unica cosa su ci si deve mettere d’accordo è a chi spetta di divorare e a chi di essere divorato...



“Legal... me amarro nesse som, tá sabendo?
O medo, a angústia, o sufoco, a neurose, a poluição...
Os juros, o fim... nada de novo.
A gente de novo só tem os sete pecados industriais.
Diga Paulinho, diga...
Eu vou contigo Paulinho, diga”

Urubu tá com raiva do boi
E eu já sei que ele tem razão
É que o urubu tá querendo comer
Mais o boi não quer morrer
Não tem alimentação

O mosquito é engolido pelo sapo
O sapo a cobra lhe devora
Mas o urubu não pode devorar o boi:
Todo dia chora, todo dia chora.

“O norte, a morte, a falta de sorte...
Eu tô vivo, tá sabendo?
Vivo sem norte, vivo sem sorte, eu vivo...
Eu vivo, Paulinho.
Aí a gente encontra um cabra na rua e pergunta: ‘Tudo bem?’
E ele diz pá gente: ‘Tudo bem!’
Não é um barato, Paulinho?
É um barato...”

Urubu tá com raiva do boi
E eu já sei que ele tem razão
É que o urubu tá querendo comer
Mais o boi não quer morrer
Não tem alimentação

Gavião quer engolir a socó
Socó pega o peixe e dá o fora
Mas o urubu não pode devorar o boi
Todo dia chora, todo dia chora

“Nada a dizer... nada... ou quase nada...
O que tem é a fazer: tudo... ou quase tudo...
O homem, a obra divina...
Na rua, a obra do homem...
Cheiro de gás, o asfalto fervendo, o suor batendo...”
“Fantastico… mi avvinghio a questo suono, lo sai? La paura, l’angoscia, la mancanza di fiato, la nevrosi, l’inquinamento…
Gli interessi, alla fine… niente di nuovo.
La gente ha ancora i sette peccati industriali.
Di’, Paulinho, parla…
Ti seguo Paulinho, parla…


L’avvoltoio è arrabbiato col bue
e io so già che ha ragione
perché l’avvoltoio sta cercando di mangiare
Ma più il bue non vuol morire
e più manca da mangiare

La zanzara viene inghiottita dal rospo
Il rospo se lo divora il serpente
Ma l’avvoltoio non può mangiare il bue:
ogni giorno piange, ogni giorno piange.

“Il nord, la morte, la sfortuna…
Sopravvivo, lo sai?
Vivo senza il nord, senza fortuna, io vivo…
Io vivo, Paulinho.
Quando si incontra una capra per la strada le si domanda: ‘Tutto bene?’
E lei risponde: ‘Tutto bene!’
Non è un affare, Paulinho?
È un affare…”

L’avvoltoio è arrabbiato col bue
e io so già che ha ragione
perché l’avvoltoio sta cercando di mangiare
Ma più il bue non vuol morire
e più manca da mangiare

Il falco vuole ingoiare l’airone
L’airone acchiappa il pesce e vola via
Ma l’avvoltoio non può mangiare il bue:
ogni giorno piange, ogni giorno piange.

“Niente da dire… nulla… o quasi nulla…
Quello che devi fare: tutto… o quasi tutto…
L’uomo, l’opera divina…
Per strada, l’opera dell’uomo…
Odore di gas, l’asfalto che ribolle, il sudore che cola…”