giovedì 15 giugno 2017

Ve lo meritate, il Pizzagate

Non so se avete seguito il famigerato “Pizzagate”, probabilmente la “teoria del complotto” più fantasmagorica del secolo, secondo la quale la Fondazione Clinton, con l’appoggio dei potentissimi fratelli Podesta (due lobbisti legati a Hillary), avrebbero organizzato un traffico internazionale di minori avendo come base... una pizzeria di Washington.

Durante la campagna elettorale americana l’attenzione sullo “scandalo” aveva raggiunto i picchi massimi, per poi scemare anche a seguito dell’impresa di uno squilibrato che a dicembre del 2016 decise di “investigare” sparando qualche colpo di fucile nel locale, fortunatamente senza ferire nessuno (ovviamente per i complottisti si è trattato di un false flag per insabbiare lo scandalo).

Personalmente mi ero interessato al caso solo per l’incredibile interesse suscitato nella stampa turca, tuttavia negli ultimi giorni ci sono tornato, complice soprattutto una fastidiosissima infezione intestinale che mi ha inchiodato a letto. Dato che ho già letto tutta la Recherche, Moby Dick e il libro Cuore, cosa c’è di meglio che non spararsi video complottisti a raffica fino a quando non si va fuori di testa e il terrore combinato all’effetto dei medicinali consente finalmente di cadere in deliquio?


Comunque, ho visto tutto quello che c’era da vedere (ai lettori interessati ad approfondire consiglio la ricostruzione in italiano qui sopra, senza dubbio la più completa), e ho tratto qualche conclusione, chiaramente partendo dal presupposto che questa storiaccia sia una colossale bufala.

La prima è che effettivamente i fratelli Podesta sono troppo potenti per essere “al di sopra di ogni sospetto”. Il fratello più giovane, John, oltre a esser stato Capo di gabinetto della Casa Bianca durante la presidenza Clinton e Presidente della campagna elettorale di Hillary, ha addirittura tentato di organizzare una “rivoluzione” in Vaticano su modello delle “primavere arabe” (mica c’è riuscito, tranquilli, eh!).

Il maggiore dei Podesta, Tony, è anch’egli lobbista di fiducia (superlobbyist, anzi) dei democratici e a Washington è considerato una sorta di arbiter elegantiae. La sua casa viene paragonata dai grandi giornali a un museo, nonostante i suoi gusti estetici siano quantomeno “controversi” (questa è uno dei punti che ha eccitato le fantasie dei complottisti).
Venendo al nocciolo, penso che i media abbiano dedicato scarsa attenzione alle email dei Podesta pubblicate da Wikileaks: è un atteggiamento che difficilmente riesco a non considerare ipocrita (pensando soprattutto al caos che ora stanno sollevando per l’altrettanto fantomatico “Russiagate”).
In particolare, ci sono diversi messaggi in cui è evidente che i fratelli stanno usando un codice (a meno di non pensare che usino la parola “pizza” a caso perché sono di origine italiana): da qui a dedurre che stiano parlando di violentare bambini ce ne passa, però un qualche interessamento forse non guasterebbe, soprattutto in un periodo in cui si tende a distinguere tra “complottismi” buoni (anti-russi) e cattivi (anti-Clinton).

La seconda conclusione riguarda il proprietario della pizzeria, tale James Alefantis. Gli “sbufalatori” hanno avuto buon gioco nell’evidenziare l’assurdità di credere che un locale in cui si gioca a ping pong mentre si aspetta da mangiare sia al centro di un traffico internazionale di bambini. Il che è sicuramente vero; tuttavia non stiamo parlando di una pizzeria qualsiasi: pur essendo un posto piuttosto mediocre, sporco, rumoroso, con le piastrelle divelte e le pareti scarabocchiate e piene di buchi (negli ultimi tempi i complottisti hanno fatto diverse incursioni con telecamere nascoste, vedi per esempio qui e qui), è comunque considerato al di sopra della media, proprio per gli agganci che il titolare ha con i pezzi grossi del Partito Democratico.
Lo stesso Alefantis è una figura decisamente ambigua: da una parte, è il classico “gay istituzionale”, che ha avuto tra i suoi fidanzati ufficiale David Brock (uno dei giornalisti più vicini a Hillary, descritto come una sorta di “crociato clintoniano”) e che ama presentarsi come il gestore un po’ eccentrico di un “locale per famiglie”; dall’altra parte però costui sembra attratto da quel sottobosco orgiastico che faceva parte della cultura omosessuale almeno finché da quelle parti la monogamia non è diventata d’obbligo: come è emerso dal suo profilo Instagram (scandagliato dai complottisti in tutti i modi finché non lo ha reso privato), il pizzaiolo preferito dai Podesta apprezzava foto di uomini truccati ricoperti di sangue, fotomontaggi da film pornografici gay con la pizza al posto dei genitali maschili e tante altre amenità. Roba che alla fine non scandalizzerebbe più di tanto nemmeno il pubblico italiano, dopo anni di programmi pomeridiani destinati a rimodellare standard e tabù: quello che però è decisamente meno accettabile, e che ha prevedibilmente fatto uscire di testa i complottisti, sono le battutine sulla pedofilia. Sì, tale Alefantis postava su Instagram foto di bambini e faceva allusioni sessuali su di esse, scherzando con i suoi amici e contatti.

Tale sgradevole evenienza ci conduce alla terza conclusione, la più importante: Alefantis, nonostante i suoi intrallazzi, nonostante fosse culo e camicia (no pun intended) con i Clinton e i Podesta, nonostante le riviste lo considerassero una delle persone più influenti di Washington, si credeva ancora underground. Tanto da aver organizzato, dietro al “locale per famiglie”, una backroom (“er retrobottega”) dove far esibire gruppi di musica punk sperimentale: un posto che in Italia sarebbe considerato al di sotto del livello di un centro sociale, ma che a Washington diventa affascinante e alternativo. Ecco, il problema è che (come potete apprendere dal video all’inizio e da centinaia di altri) sul “retro” suonavano soprattutto gruppi che, credendosi anch’essi underground, scherzavano un po’ troppo sulla pedofilia. C’è per esempio questa tizia col passamontagna rosso e la voce distorta che fa battutine sulle “preferenze” sessuali, mentre esibisce nei suoi video immagini di bambini torturati e uccisi; oppure c’è quell’altro gruppo che sfoggia uno dei presunti “simboli dei pedofili” (il triangolo con la spirale) evidentemente allo scopo di “provocare”.

Non è peraltro inusuale questo atteggiamento “goliardico” nei confronti della pedofilia per un certo tipo di sottocultura. Il fatto si spiega facilmente: dal momento che non rimangono più molti tabù con cui épater le bourgeois, perché l’omosessualità è diventata una virtù, la pornografia è roba da seconda serata (a volte anche da prima), il cannibalismo è stato sdoganato nei reality show, e persino l’omicidio ha goduto della spettacolarizzazione dei serial killer, alla fine una delle poche cose in grado di scandalizzare i “bigotti” resta la pedofilia. Ecco perché, quando i complottisti hanno individuato il bersaglio nei gruppi che suonavano sul retro della pizzeria, non han dovuto far altro che cogliere fior da fiore...

Lo stesso discorso vale per gli artisti indirettamente coinvolti dal fatto che le loro opere siano appese alle pareti di casa Podesta: in particolare la povera pittrice serba Biljana Đurđević, che pur non meritando ancora una pagina Wikipedia, in compenso ha avuto il privilegio di apparire sulla “Pizzagate Wiki” per i suoi ritratti di bimbi appesi che tanto piacciono al lobbista clintoniano.

Tutta questa storia assomiglia a una specie di contrappasso: non posso dire che sia meritato, però l’atteggiamento di fingersi “alternativi” e poi trescare con le sfere più alte dell’establishment mi pare abbia fatto il suo tempo. In effetti oggi, paradossalmente, il vero underground assomiglia più a tutta la schiera di lunatici che sta sfornando video su video sul Pizzagate. Per il resto, lo ripeto, non è vero nulla (già!), dunque potete continuare a dormire sogni tranquilli.

Solo una postilla conclusiva: la surreale vicenda mi ha fatto tornare in mente i tempi in cui frequentavo i centri sociali. Col senno di poi, se non l’avessi fatto forse oggi sarei ancora di sinistra, quindi tutto sommato è stata una cosa positiva. Comunque, un giorno mi trovato in una di queste “strutture autogestite” benevolmente tollerate dall’amministrazione locale (di cui si può immaginare l’orientamento politico): tra il palco, il baretto e tante altre cose, c’era pure un angolo dedicato alla vendita di dischi e libri e paccottiglia varia. All’epoca ero un cazzone (ci tengo a precisarlo), ma non così tanto da non sentirmi infastidito da certa roba: non parlo dei fotomontaggi blasfemi o degli immancabili volumi della Shake Edizioni (roba allucinante che tutti compravano ma per fortuna nessuno leggeva), e nemmeno di certe copertine di dischi (come quella col disegno di un anarchico incappucciato che violentava una suora), ma di fanzine artigianali tutte sadomasochismo, mutilazioni, incesto e… pedofilia, appunto.
Le provocazioni sull’argomento spesso oltrepassavano il cattivo gusto, ma probabilmente negli anni ’70 era peggio. Ciò che tuttavia poteva impensierire era il fatto che certe cosacce imbarazzanti si sarebbe potuta collegare a una “sponsorizzazione” pseudo-istituzionale; per dirla in breve: se un giornalista di “Libero” in incognito fosse capitato davanti a quel banchetto, altro che Pizzagate…!
È chiaro che per chi scriveva certa roba, nonché per chi la vendeva o (eventualmente) leggeva, lo scopo era soltanto la “provocazione”: una “goliardata”, una sorta di trolling ante-litteram.
Questo spiega anche le reazioni piccate degli artisti coinvolti nell’immaginario del Pizzagate, che hanno risposto con indignazione rivendicando, ça va sans dire, la propria libertà (mi stupisce sempre l’ingenuità di certi “provocatori”: Ma io scherzavo…).

In conclusione, il Pizzagate a mio parere rappresenta una sorta di “apocalisse” dell’underground. Per certi versi, esso è prosperato sul paradosso che consente a certe “culture” di considerarsi “alternative” nonostante non lo siano più da tempo. Andy Warhol sosteneva che “non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità”, ma in tal caso mi sembra che gli artisti coinvolti avrebbero preferito rimanere nel loro orticello di piccole perversioni e provocazioni, piuttosto che “emergere” come complici di un’immaginaria gang di pedofili. Tanto che nessuno di loro ha poi fatto nulla per alimentare le ambiguità sul falso scandalo; eppure oggi sono finalmente “famosi”, nel senso che sono tutti registrati negli schedari dei complottisti e i loro video hanno fatto il pieno di visualizzazioni (e di commenti negativi).

Il senso comune ha dunque consumato la sua vendetta: è vero che raramente esso coincide col buon senso, ma è una feroce forza che il mondo possiede, e con la quale non si può mai smettere di fare i conti, neppure nel proprio retrobottega.

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