giovedì 1 giugno 2017

Una bandiera siriana in House of Cards

L’altra sera mi sono imbattuto nelle nuove puntate di House of Cards e, lo ammetto, le ho guardate (del resto cosa avrei dovuto fare?). In verità non mi appassiona affatto: finora mi sono semplicemente limitato a “recuperare” tutte d’un fiato le stagioni precedenti solo perché i giornali continuavano a usare la serie come termine di paragone per qualsiasi evento politico mondiale, e il fatto di non saperne nulla mi ha fatto sentire un po’ obsoleto (quando superi la trentina queste cose le soffri di più, una volta non provavo alcun complesso a perdermi qualsiasi puntata di Lost o Breaking Bad).
A dirla tutta, trovo House of Cards mediocre sotto ogni punto di vista; tuttavia, se è possibile sorvolare sull’estetica in nome del de gustibus, le mie osservazioni sui “contenuti”, e in particolare la critica alla “mistica della crudeltà” (cioè la tendenza a portare all’estremo un’allegoria fino a annientarla) che pervade l’intera opera, si sono rivelate azzeccate, quando per esempio l’Iran ha mandato in onda la serie  per dimostrare quanto sono cattivi e corrotti gli americani.

Mission accomplished anche in questo caso? Non credo: al contrario, considerando proprio le meschine ragioni dietro il successo internazionale, diventerà sempre più difficile per gli sceneggiatori arrestare il declino verso la piattezza assoluta con la continua rincorsa ai “colpi di scena” (di certo esiste un termine più astruso per indicarli, ma di cinema non me ne intendo, guardo solo i film in tv), che peraltro sta diventando l’unico espediente per tenere in piedi la serie. Infatti finora erano state soprattutto le “trovate” più imbarazzanti o disgustose (la comparsata delle Pussy Riot o lo sputo in faccia a Cristo) a regalare titoli sui giornali. Lo spettatore sfortunatamente si assuefà anche al peggio, quindi neppure lo screenwriter più esperto penso riuscirà a trovare un efficace antidoto contro la noia. Che, per inciso, ora si percepisce sin dall’inizio di una nuova stagione; l’altra sera ero talmente “coinvolto” dall’intreccio che a un certo punto mi sono dimenticato che il buon Frank Underwood fosse un dem e ho iniziato a non capire più perché i repubblicani ce l’avessero tanto con lui: d’altro canto i “cattivi” in genere sono sempre loro, quindi l’associazione è sorta in automatico.

Visto che siamo già scaduti alla politica, tanto vale parlarne: non era forse l’unico tocco di originalità della serie proprio il fatto che il villain alla Casa Bianca per una volta non fosse modellato sui soliti Nixon o Reagan? Non a caso molti hanno voluto riconoscere nella coppia diabolica una versione gotica dei Clinton: considerando tutto l’immaginario sanguinario e paranoico che li circonda, ci sarebbe stato infinito materiale su cui speculare. Invece poi anche gli Underwood sono finiti nel tritacarne della propaganda, e ovviamente è saltato fuori che il protagonista era Donald Trump (“la realtà supera la finzione!”).

Alla fine però non si è nemmeno capito il motivo per cui questa serie sia stata prodotta, se partiamo dal presupposto che i registi americani accendono una telecamera solo per obbedire agli ordini di qualche oscuro committente che tiene in mano i destini del mondo. Quel che si è capito, come appena osservato, è che andrà avanti a forza di plot twist (questa l’ho trovata su Wikipedia): finti suicidi sempre più acrobatici, piani machiavellici da manuale di self-help con contorno di qualche storiaccia di “sesso brutto” (ma cosa resta? la necrofilia? o magari un presidente francese che va con una vecchia? Ah già… che gaffe).

Detto questo, veniamo al “succo” : nella prima puntata dell’altra sera, in un servizio televisivo che mostra dei manifestanti impegnati a bruciare l’effige del presidente Underwood, a un certo punto è apparsa una bandiera siriana.


La spiegazione più semplice è che anche in House of Cards gli Stati Uniti stanno combattendo in Medio Oriente, dunque è normale che in una manifestazione anti-americana compaia una bandiera dalle tinte panarabe. Nondimeno nella serie l’amministrazione democratica collabora apertamente col governo siriano contro l’Ico (la versione in technicolor dell’Isis), dunque è un po’ incongruo veder spuntare un vessillo del genere. Ad aumentare l’ambiguità della scelta, c’è anche il fatto che quella bandiera fino al novembre 2011 venne usata dal famigerato “Esercito Siriano Libero”: pur non essendo la stessa che poi è diventata il simbolo dei “ribelli” (quella verde, bianca e nera con tre stelle, risalente ai tempi del mandato francese, adottata proprio per marcare anche visivamente l’inizio di una guerra civile), fa comunque un certo effetto. Probabilmente per capire i retroscena dietro certi “indizi” servirebbe un master di complottismo applicato alla Alex Jones University. O sarà forse la versione del “colpo di scena” per quegli sfigati che si credono esperti in geopolitica? (Sfortunatamente de te fabula narratur).

PS: Tempo fa anche nei Simpson apparve una barriera siriana...

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