domenica 18 giugno 2017

Il Pizzagate e l’immaginario americano

Si discuteva l’altro giorno del cosiddetto “Pizzagate” (e della mia infezione intestinale): alla fine tutto si è concluso per il meglio (o almeno spero), nel senso che il malanno è passato e non sono diventato complottista. Non è purtroppo mancato qualche strascico: per esempio, un dolore alla schiena spuntato all’improvviso che mi ha bloccato a letto per un altro giorno. Ecco perché mi sono concesso l’ultimo giro di complottismo internettiano; ora però direi che è meglio chiuderla qui e uscire finalmente di casa.
(Di seguito giusto due o tre note per completare il quadro).

Avevo parlato, nel post precedente, di “apocalisse dell’underground”, evitando tuttavia accuratamente di nominare Marina Abramović, perché il mio livello di Schadenfreude avrebbe superato il buon gusto. Però ho goduto, devo ammetterlo, a vedere questa faccendona portata in palmo di mano da tutti i critici per i suoi abboccamenti col gotha, trasformarsi in una sacerdotessa lesbo-satanica a capo di una cricca internazionale di pedofili e assassini (della faccenda del cosiddetto Spirit Cooking avevamo già discusso a suo tempo). Mi ha anche divertito il fatto che la Abramović sia uscita di testa, reagendo come tutti quelli coinvolti nel complotto immaginario (“Stavo solo scherzando”).
Sarò limitato, ma non riesco a capire quelli che passano la vita a “provocare” e poi, una volta che il pubblico li prende finalmente sul serio, corrono a piangere da giornalisti e avvocati. Ci troviamo di fronte a un fenomeno curioso, perché sembra che gli iconoclasti vogliano esser considerati tali solo dal “potere costituito”, dall’“istituzione”: perciò passano il tempo ad aspettare una reazione “dall’alto” (con la consapevolezza che non arriverà mai); quando però invece questa si presenta “dal basso”, restano completamente spiazzati. Come a dire: dopo una vita passata a combattere la “destra religiosa” o roba del genere, a farti chiudere i battenti è il complottista della porta accanto.
In generale è una situazione imbarazzante, anche perché il provocateur in fondo è convinto di agire per il bene dell’umanità, dato che pensa che qualsiasi convenzione sociale sia una creazione del patriarcato o dei preti. Poi un bel giorno sbatte contro il senso comune che, come ho detto, è altra cosa rispetto al buon senso, ma è una forza con la bisogna sempre fare i conti: probabilmente d’ora in avanti sarà costretta a farli anche la povera Marina, alla quale forse non resta che tornare a esibirsi coi suoi amici bulgari come ai bei tempi.

Sempre restando in tema di “apocalisse underground”, a un livello ancor più politico, segnalo che nell’immaginario dell’intrigo satanico-pedofilo è stato risucchiato persino… Pannella! Infatti uno dei suoi classici “discorsi alla cazzo” (absit iniura verbis) è stato sottotitolato, taggato (#Pizzagate) e dato in pasto ai mitomani d’oltreoceano:


Purtroppo le lunatic fringes americane (che concorrono anche a formare la “base” di Trump) non sono evidentemente in grado di comprendere le “argute provocazioni” di un “Venerato Maestro”. Questa “satanizzazione” postuma è comunque una lezione per il futuro: se negli ultimi anni ci eravamo abituati alla political correctness solo in salsa islamica o gay, ora forse diventerà di moda persino il “complottisticamente corretto” (Non dire cose che potrebbero far sospettare un tuo coinvolgimento in un clan pedofilo-satanico internazionale).

Passando a faccende più serie, lo scorso febbraio il grande James Woods (ora diventato ultra-conservatore), su Twitter ha iniziato a prendere di mira John Podesta, l’uomo di fiducia dei Clinton e addetto alla campagna elettorale di Hillary, proprio sul Pizzagate. In un suo tweet ha addirittura chiamato in causa il presunto “linguaggio cifrato” con cui i fratelli Podesta avrebbero gestito un traffico internazionale di minori sul retro di una pizzeria (peraltro citando una delle email più “innocue”, dove Podesta sta parlando proprio di… spaghetti alle noci, an amazing Ligurian dish).
Ciò che stupisce è che nel 1995 lo stesso Woods recitò in un film per la tv sul celebre “caso McMartin”, una vicenda di isteria collettiva che coinvolse lo staff di un asilo, accusato di violenze di gruppo sui bambini. La cosiddetta “isteria sugli abusi negli asili” (day-care sex-abuse hysteria) fu in effetti un fenomeno molto diffuso nella società americana tra gli anni ’80 e i ’90 del secolo scorso: esso peraltro rientra nella più ampia Satanic ritual abuse hysteria, in cui appunto confluisce anche il Pizzagate.

Sicuramente esistono migliaia di studi sull’argomento, ma anche dalla prospettiva di osservatore superficiale e piuttosto disinteressato nei confronti del cosiddetto “complottismo” (pure per le sue implicazioni culturali, psicologiche o sociologiche), posso dire di essermi imbattuto decine di volte nel cosiddetto élite pedophile ring. È un’accusa che, per motivi intuibili, risulta particolarmente efficace per demolire il proprio avversario: non a caso durante la presidenza di Bush senior divenne una sorta di leitmotiv (nel novembre del 1991 un bollettino australiano arrivò addirittura ad accusarlo di essere il “leader mondiale dei pedofili”), e di recente che anche la famigerata spia-dissidente Litvinenko affermò di possedere fotografie di Putin mentre violentava una bambina.

A volte queste “leggende” si rivelano purtroppo fondate: per esempio, ricordo i sospetti sul “lassismo” delle autorità belghe nell’affrontare il caso Dutroux, dimostratisi poi legittimi una volta emerse le coperture ad altissimi livelli; oppure il terribile scandalo che ha coinvolto due dei volti più noti della BBC, i quotatissimi presentatori Jimmy Saville e Stuart Hall. E, per rimanere nel Regno Unito, l’affaire che ha investito addirittura l’intero Parlamento britannico, in occasione del quale si era parlato di una vera e propria lobby dei pedofili (peccato che poi la stampa abbia smesso di interessarsene).
Tornando negli Stati Uniti, ultimamente stanno affiorando incessanti rivelazioni sull’“epidemia” di pedofilia che affligge da sempre Hollywood: si veda il documentario An Open Secret (2014), nel quale si dimostra come i molestatori di ragazzini nell’industria dello spettacolo siano generalmente protetti da una diffusa omertà. Quando, per esempio, si scopre che uno dei protagonisti di un programma televisivo per bambini è un molestatore, la prassi è quella di pagare le vittime per il loro silenzio e poi “spostare” il pedofilo da altre parti (vedi il caso, purtroppo non isolato, di Brian Peck).
Vogliamo aggiungere qualcosa su quanto accaduto all’interno della Chiesa cattolica? Meglio di no, anche perché almeno di quelli i media se ne sono occupati in maniera approfondita: negli ultimi anni hanno allentato la presa solo perché ora c’è un Papa che gli sta simpatico; è un peccato tuttavia che non abbiano dirottato l’attenzione su altri ambiti in cui sono coinvolti ragazzini, come appunto lo spettacolo, lo sport, l’associazionismo eccetera…
Insomma, non è solo perché siamo tutti svitati che le leggende metropolitane si trasformano in isterie collettive: sembra che nelle “sfere alte” la pedofilia sia come minimo considerata un “peccato veniale”, da insabbiare senza remore di alcun tipo.

Per restare sul Pizzagate, era prevedibile che queste accuse finissero per coinvolgere anche i Clinton, non soltanto per l’evidente incapacità del vecchio Bill di controllarsi. Ci sono un paio di “affari” nei quali Hillary Clinton si è di recente trovata in mezzo, che ovviamente sono stati ingigantiti durante la campagna elettorale. Il primo riguarda le fondazioni a lei indirettamente legate che hanno cominciato a operare ad Haiti dopo il terremoto: parliamo in particolare di un gruppo di missionari battisti che è finito sotto processo nel 2010 per aver sottratto trentatré bambini haitiani ai propri genitori. La leader del gruppo, Laura Silsby, nonostante avesse promesso di condurli in un orfanotrofio ancora da costruire, venne comunque scagionata su interessamento dell’allora Segretario di Stato (la Clinton, ça va sans dire): in pratica avrebbe rapito i fanciulli in “buona fede”, cioè credendo che lontano dal loro Paese devastato avrebbero avuto una vita migliore.
Un altro “caso” che ha fatto da sottofondo ai mesi convulsi delle elezioni riguarda Anthony Weiner, il marito dell’assistente della Clinton (l’onnipresente Huma Abedin), il cui passatempo preferito era quello di inviare messaggi e foto imbarazzanti a qualsiasi donna gli capitasse a tiro, compresa una quindicenne: la vicenda è stata ridotta a gossip, ma se Weiner non avesse patteggiato avrebbe rischiato un processo per pedopornografia.

Era inevitabile che tutto ciò venisse condensato in una “narrativa” coerente e utilizzato in campagna elettorale. A questo punto dovremmo interrogarci sul ruolo di Donald Trump nell’amplificare certe leggende internettiane. In poche parole: il candidato repubblicano ha mai cavalcato l’onda del Pizzagate? Dal momento che non ne ha mai fatto menzione, la risposta potrebbe essere senza alcun dubbio negativa. Tuttavia qualcuno ha creduto di individuare un’allusione in una battuta fatta durante il famoso Al Smith Dinner, il pranzo di beneficenza dove i candidati si punzecchiano a vicenda: Trump, evocando il titolo di una biografia della Clinton, It Takes a Village (che richiamava quel famoso motto pseudo-africano, “Per crescere un bambino ci vuole villaggio”), ha detto che la Clinton giù ad Haiti ne ha “presi molti” di quei villaggi (she’s taken a number of them, giocando sull’ambivalenza del verbo to take). In questo caso sembra pacifico che il repubblicano si stesse riferendo alla poco accurata gestione dei fondi per la ricostruzione dell’isola (che la Clinton ha perlopiù dirottato verso le imprese del fratello, Tony Rodham). Certo, se poi i complottisti sfoderano un filmato in cui Hillary passeggia per le vie di Haiti nientedimeno che con… George Soros, allora la “pizza” è servita.

Comunque, non è con questa assurda teoria che mi interessa concludere, quanto con un dato a mio parere importante ma come al solito trascurato: Donald Trump ha “consacrato” la sua presidenza alla lotta contro il traffico di minori. Così infatti ha proclamato non appena insediatosi alla Casa Bianca: «La mia amministrazione si concentrerà sulla lotta all’odioso crimine del traffico di esseri umani, […] che negli ultimi anni negli Stati Uniti ha raggiunto livelli “epidemici”».
I sostenitori di Trump ovviamente ne hanno tratto una “narrativa” adeguata nella prospettiva dei numerosi arresti verificatesi negli ultimi mesi (vedi “Sputnik”: While Mainstream Media obsesses over Russia, Trump’s FBI out catching pedophiles), estendendo l’influenza del loro paladino anche a livello internazionale. Il Presidente americano sarebbe quindi ora il leader di una crociata anti-pedofilia che va dal Giappone al Ghana fino all’immancabile Haiti, dove nel febbraio scorso è stata sventata una tratta di ragazzine, peraltro pochi giorni prima che la Clinton Foundation lasciasse definitivamente l’isola: tempismo infelice (sempre dal punto di vista dell’immaginario, s’intende).

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