mercoledì 21 giugno 2017

Morirete tutti in un attentato

L’altra notte, in un distretto di Londra un 47enne di origine gallese ha investito un gruppo di fedeli mussulmani all’uscita dalla moschea dopo la preghiera per il ramadan, uccidendo una persona e ferendone una decina. A differenza di quanto accade regolarmente da due anni a questa parte dopo ogni attentato, stavolta le istituzioni e i media non hanno avuto alcuna remora a parlare di “terrorismo”: in tal caso non è parso opportuno ridurre l’attentatore a un semplice “lupo solitario” (nonostante non fosse iscritto ad alcun partito o associazione né avesse pianificato l’attacco con altri complici) e neppure considerarlo uno “squilibrato” isolato (anche se a tutti gli effetti di questo si tratta).
Sembrava ormai d’obbligo la kermesse di politici e opinionisti interessati esclusivamente a placare un’evanescente reazione “islamofoba”, a invitare le persone a “tirare avanti” senza cambiare in nulla il proprio stile di vita, a non rispondere all’odio con l’odio, ma solo con canzoni, candele e gessetti colorati: eppure è bastato che per una volta le parti apparissero invertite, per entrare immediatamente in un clima di paranoia, accuse collettive e desiderio di vendetta verso i “seminatori” di idee contrarie alle proprie.

Non era difficile prevedere che un’azione del genere sarebbe stata strumentalizzata all’estremo, dato che la filastrocca era già stata imparata a memoria per essere recitata alla prima occasione: il terrorismo islamico non esiste, ma quello “islamofobico” adesso sì; non tutti i mussulmani sono terroristi, ma se un autoctono fuori di testa fa una strage davanti a una moschea, allora il crimine va ascritto all’intera compagine dei maschi bianchi eterosessuali e cristiani.      
Tuttavia questa jacquerie dall’alto, questa colossale orgia del politicamente corretto, si è interrotta sul nascere quando, nel pomeriggio della stessa giornata, agli Champs-Elysées un tizio di origine tunisina si è lanciato contro una camionetta della polizia con la sua auto, a bordo della quale sono stati poi ritrovati pistole, kalashnikov, esplosivi e persino una bombola del gas.

L’aggressione (fallita) è stata comunque rivendicata dall’Isis (o da chi per esso): col senno di poi, apporre il proprio “marchio” su un’impresa che ha letteralmente “guastato la festa” agli apologeti in loco, è stata senza dubbio una mossa sbagliata, sintomo di miopia strategica. Almeno per una volta, avremmo potuto assistere all’inedito spettacolo di una condanna netta e inequivocabile del terrorismo: è chiaro, solo contro quello “islamofobico”; ma sarebbe stata comunque un’iniziativa originale, una “svolta”, seppur selettiva, nell’affrontare il problema.
Invece neppure per un giorno è stato possibile far la voce grossa contro gli assassini (anche perché il “doppio standard” sarebbe risaltato in maniera troppo lampante). È una situazione decisamente grottesca: l’ignavia impedisce persino di invocare una reazione in nome di quegli ideali di solidarietà, uguaglianza, accoglienza, tolleranza, che a parole saremmo disposti a difendere fino alla morte. Neanche in nome del politicamente corretto, è più consentito condannare il terrorismo: deve essere per forza tutto così sfumato, ambiguo, strisciante (per non dire ipocrita e farisaico).

Ad onta dei reiterati appelli all’unità, è sin dall’attacco di Charlie Hebdo che manca una risposta efficace, realmente in grado di far sentire tutti parte di una collettività, di un identico destino: si prosegue nella parcellizzazione della società in nome del rispetto delle “culture” altrui, si creano dei ghetti ormai estesi oltre l’ambito urbano, interiorizzati nella mentalità stessa di frange che desiderano solo annientare la società in cui sono cresciuti.
Man mano che si procede nel cammino di auto-distruzione, diventa sempre più evidente come gli unici davvero interessanti alla sopravvivenza della società di cui stiamo parlando, sono poi gli stessi che vengono additati come sabotatori delle sue magnifiche sorti e progressive, coloro i quali finora si sono semplicemente limitati a invocare una lotta al terrorismo senza doppiezza né equivoci. Spesso mi domando quando arriverà il punto in cui anche i rappresentanti di quest’ultima bistrattata “resistenza”, ossessivamente ridicolizzati con ogni sorta di epiteto (razzisti, xenofobi, populisti), se ne laveranno le mani, o magari verranno costretti a farlo per l’introduzione di nuovi reati d’opinione.
È probabile che tutto ciò accadrà molto presto, in maniera imprevedibile. Sarà forse come nell’ultimo romanzo di Houellebecq, Sottomissione, nel quale si prefigura una via di fuga dalla modernità attraverso l’islam? Ricordo che il libro uscì in Francia un attimo prima degli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, paradossalmente offrendo anche alla “destra” la possibilità appunto di “lavarsene le mani”, di riconoscere la superiorità della reazione islamica rispetto a quella lepenista e mettersi il cuore in pace: in quei giorni lo stesso Jean-Marie Le Pen, di fronte alla marea che marciava per le strade proclamandosi “Charlie” senza crederci nemmeno un po’ (altrimenti non saremmo giunti a questo punto), rifiutò di solidarizzare col giornale definendolo “anarco-trotskista”, e scaricando la responsabilità dell’assalto ai servizi segreti.

In fondo i terroristi che ci attaccano, quelli che si rifanno all’Isis (o al suo “mito”), non colpiscono le chiese né le sedi dei partiti “populisti”: nel primo caso perché, a differenza che in Medio Oriente o in Africa, attacchi di questo tipo non susciterebbero alcun clamore nell’opinione pubblica (lo sgozzamento di un sacerdote ultraottantenne a Rouen non era stato evidentemente “concordato” con le centrali che guidano gli attacchi in Europa); nel secondo caso, non solo perché si correrebbe il rischio di un contraccolpo (i fondamentalisti, a differenza di quanto sostengono più o meno tutti, non desiderano la guerra civile poiché non sono così sicuri di vincerla), ma soprattutto perché ciò darebbe l’impressione alla parte di società che hanno identificato come nemica di poter giungere a una sorta di “trattativa”, di composizione del conflitto.

Invece i terroristi islamici non danno tregua proprio a quelli che puntualmente proclamano la capitolazione: alla fine sono i “buoni” gli unici a morire realmente negli attentati. Anche perché, considerando che i media già fanno fatica a nominare le vittime (persino quando sono bambini, come a Nizza o Manchester), qualora iniziassero a morire solo i “cattivi” immagino che il silenzio stampa diventerebbe lo standard. Peraltro tale fenomeno in parte già si verifica nei confronti dei poliziotti uccisi o feriti: tra tutti, l’unico di cui si è trovato il tempo di parlare è quello colpito a Parigi nell’aprile scorso (sempre agli Champs-Élysées), solo perché è saltato fuori che era omosessuale: il terrorista ovviamente non aveva idea della sua vita privata; ma l’evenienza ha almeno offerto ai media l’occasione di far diventare “buono” persino un poliziotto.

Chi non rispetta almeno uno dei nuovi canoni necessari all’approvazione sociale, perde la qualifica di “vittima” ed è automaticamente escluso dai ludi funebri, ridotto al ruolo di danno collaterale la cui scomparsa ha forse senso solo per parenti e amici.
Perché, per concludere nel modo più chiaro possibile, l’unico motivo per cui il terrorismo non si è ancora perfettamente incastrato nella nostra routine è proprio la presenza di persone che si rifiutano di accettarlo come prezzo da pagare per la società aperta, tollerante, multiculturale ecc… Ma quando questo piccolo resto si consumerà, non rimarrà più alcuna “parte maledetta”, nessun diaframma in grado di separare i buoni dai cattivi. Come conseguenza, l’illusione che la prima causa del terrorismo sia il maschio-bianco-eterosessuale cristiano e populista che discrimina il povero immigrato di fede islamica, si rivelerà come tale proprio quando sarà completamente livellata dal logorio mediatico e politico.
Sarà quello il momento in cui davvero “il lupo dimorerà con l’agnello”: ma più che a un paradiso in terra assomiglierà a un’immensa “festa crudele”, una tragedia collettiva dove le vittime si riconosceranno completamente nel ruolo di capri espiatori, ospiti d’onore del banchetto sacrificale. Per questo, alla lunga, sarete solo voi, a morire tutti in un attentato.

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