lunedì 19 giugno 2017

La lingua di legno

In questo periodo sto diventando ultra-paranoico; credo sia una sensazione ciclica, che mi prende in  alcuni momenti della mia angusta esistenza. È come avere il sospetto di esser rimasti una delle poche persone normali rimaste in circolazione, uno dei pochi “libri aperti” che girano per strade invase da sfruttatori, ladri, drogati, assassini, vigliacchi (per citare la tassonomia di Travis Bickle).

Forse questo sgradevole sentore è dovuto anche al fatto che negli ultimi mesi mi sono trovato a interagire con categorie di persone i cui appartenenti sembrano fuoriusciti dalla stessa macchina clonatrice: sto parlando dei cosiddetti “addetti alla selezione del personale”, dei venditori porta a porta e dei giornalisti. Nel primo caso, ho avuto a che farci per il semplice motivo che sono perennemente in cerca di un nuovo lavoro (come tutti); nel secondo caso, perché me li ritrovo sempre sulla porta di casa; e nel terzo – stendiamo un velo pietoso.

Costoro, messi uno accanto all’altro, sembrano parlare tutti la stessa identica “lingua di legno”: un eloquio fatto di “piuttosto che” esclusivamente in senso disgiuntivo, delle “criticità”, della “implementazione”, del “quant’altro” e dell’al-netto-di… 
Ecco, dopo un po’ questa specie di linguaggio cifrato che dovrebbe comunicare “professionalità”, questo pseudo-burocratese mascherato di managerialità (di recente mi ha impressionato un “movimentare” come sinonimo di “spostare”), finisce per mandarti fuori di testa.

A dirla tutta, non è nemmeno un cruccio recente: un certo modo di parlare mi ha sempre suscitato diffidenza immediata, come se mi trovassi di fronte a qualcuno intenzionato a nascondere chissà quale mostruosa doppia vita. In effetti ogni volta che mi imbatto in frasi fatte sparate a macchinetta, non posso fare a meno di pensare alla “maschera” del protagonista di American Psycho di Ellis, il professionista posato e competente che poi la notte fa a pezzi le persone. Esempio pacchiano, lo riconosco, ma comunque efficace. Potrei anche citare il Michele Apicella di Bianca, la versione nannimorettiana del serial killer, ma non vorrei scadere così in basso. Peraltro ho ritrovato uno stesso identico carattere nel film Nightcrawler (2014), la storia di un tizio che riprende scene violente e poi le vende ai giornali, e che proprio per dimostrare di essere “professionale”, si esprime come se avesse imparato Wikipedia a memoria.

È lo stesso atteggiamento che, come dicevo, ho riscontrato nelle categorie di cui sopra; anche se ormai inizia a suscitarmi perplessità persino chi indugia un po’ troppo in “tecnicismi”, soprattutto quando tratta di argomenti come la gastronomia. Per esempio, se qualcuno inizia a spiegarmi come si prepara una pietanza (di solito senza che io gli abbia chiesto nulla, perché la cucina è roba da femmine – vedi che sono l’unico normale?!), e a un certo punto butta lì una frase del tipo: “In tal modo l’alimento conserva tutte le sue proprietà nutritive”, io mi metto subito sulla difensiva. Nel caso si trattasse poi di uno con cui sono in confidenza, allora difficilmente riuscirei a nascondere lo sconcerto; di solito infatti la mia reazione standard è: “Ma non è che per caso me stai a pija’ per culo?”. Lo sgomento aumenta nel constatare che l’interlocutore usa quelle espressioni perché è convinto che davvero abbiano un senso. E così tutto si trasforma in un’inquietante monodia sul “mangiar sano”, finché alla fine del discorso mi rimane un dubbio di fondo: non è che ’sto qui passa le notti in giro ad ammazzare prostitute, oppure, nel migliore dei casi, a spiare la vicina col binocolo?

No, sul serio, cominciano a preoccuparmi un po’ tutti. È vero, omnia munda mundis, ma se uno si esprime come un fottutissimo dépliant mi viene il dubbio che sia proprio lui a dividere la sua vita tra il “puro” e l’“impuro”. Come minimo, dopo il solito “discorsetto” l’addetto alle risorse umane corre a vantarsi coi colleghi di aver umiliato l’ennesimo sfigato, il venditore a porta a porta di aver plagiato l’ennesima casalinga e il giornalista di aver scritto l’ennesima balla. Chissà poi la sera, quando ritornano nel loro appartamento e la porta si chiude… mi vengono i brividi solo a pensarci.

Magari poi si scopre che il maniaco sono io... Ma no, sono davvero la persona più trasparente di questo mondo. Quello che dico è quello che sono. Altro che i cripto-razzisti, i puritani che si fingono libertini, gli “omofili” coi figli degli altri: io lo ammetto apertamente, di essere uno stronzo (per gli standard della società contemporanea, intendo). Se poi vogliamo introdurre qualche nuovo reato d’opinione, ne deriveranno nuove forme di bigottismo: il gioco è, come sempre, a somma zero. Non è l’hate speech a spaventarmi, ma il sussiego di chi ha il timore di ricadere in questa particolarissima forma “americana” di reato (che spero non prenda mai piede nel Vecchio Continente, anche se sta già accadendo): cosa nasconde, il parlare “depurato”? Perché mi dici che vuoi “aprire un tavolo per implementare la discussione” invece di un banale “boh dai ne parleremo forse”? Va bene, non sei un maniaco, non sei un predatore sessuale, non pratichi strani rituali né sei un cultore segreto del sadomasochismo, ma… ti sei lavato le mani dopo esser andato in bagno? Vuoi cercare di nascondere l’impurità dei polpastrelli mondando le tue parole? Ah, ti ho scoperto! (Purtroppo ti ho già stretto la mano, mi hai fregato ancora).

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