giovedì 15 giugno 2017

Donare il sangue è politicamente scorretto?


Ieri, per la “Giornata mondiale del donatore di sangue”, i quotidiani hanno lanciato l’allarme: i giovani sono talmente poco interessati alla faccenda, che è a rischio il “ricambio generazionale” tra volontari. Il Ministero ha persino annunciato una “campagna di sensibilizzazione”, che di certo passerà completamente inosservata a meno che non riesca a urtare la suscettibilità di qualche minoranza (ricordo le accuse deliranti contro la “campagna per la fertilità”).

Pur facendo parte della sparuta schiera 18-35, di quelli che forse potrebbero permettersi di “festeggiare” due volte, ho trovato l’iniziativa un po’ imbarazzante, sia perché non riesco più a sopportare tutte queste “giornate mondiali” che si moltiplicano di anno in anno (anche se da qualche tempo sembra siano dedicate solo agli immigrati), sia perché mi pare che ci sia troppa ipocrisia intorno all’argomento, non solo da parte della stampa (questo è prevedibile), ma anche da tutti quelli che hanno voluto intervenire a vario titolo (dai rappresentanti delle associazioni ai donatori stessi).

Le scuse accampate sono imbarazzanti: c’è chi dice che è colpa “del precariato” e “della tempistica”, perché i giovani non riescono a far coincidere l’orario di lavoro (che non hanno) con quello degli ospedali (puoi andare ogni mattina di qualsiasi giorni dell’anno, ma forse non è abbastanza); c’è chi invece afferma che le famigerate “campagne” (ancora) non siano troppo accattivanti (in realtà è esattamente il contrario: tutta la comunicazione è pensata esclusivamente per i giovani). Eccetera eccetera.

Qualcuno però ha trovato il coraggio di avanzare timidamente un problema autentico: per donare è necessario non drogarsi. Per fortuna è stato detto tra le righe, confondendo a bella posta droghe leggere con anabolizzanti, così i giornalisti non sono andati fuori di testa.
Perché ormai donare il sangue sta diventando un qualcosa di politicamente scorretto. A partire dal primo passo, cioè il famigerato “questionario anamnestico”. Da quello infatti non si scappa: ti fai le canne? Non puoi donare. Sei un alcolizzato? Niente da fare. Fai sesso non protetto? Arrivederci (no, non ti do il numero di telefono). Ti fai un tatuaggio o un piercing all’anno? Ne riparliamo (forse).

Sono domande talmente dirette che quasi mi stupisce non sia ancora stata organizzata una manifestazione anti-sessista davanti agli ospedali, magari sollecitata dagli stessi giornali che oggi fanno la sceneggiata: sono convinto che se tra i donatori ci fossero tanti “professionisti dell’informazione”, probabilmente la sicurezza sanitaria verrebbe compromessa, perché diventerebbe appunto “sessista” (oppure “omofobo”, a seconda dei casi), chiedere se si abbia mai avuto “rapporti occasionali e non protetti”. E che dire del divieto a donare imposto a quel povero ragazzo che non resiste all’idea di farsi scarabocchiare compulsivamente la pelle ogni tre mesi: non sembra questa una grave violazione dei diritti umani?

Si scherza, ma fino a un certo punto: è già un miracolo che in Italia non sia ancora giunta da oltreoceano la paranoia del fat-shaming, cioè l’idea che quando un dottore dice al paziente di dimagrire in realtà lo sta insultando e umiliando psicologicamente. A essere sincero anche al sottoscritto, durante la visita che precede il prelievo, capita regolarmente di essere rimproverato per il leggero (anzi leggerissimo) sovrappeso: devo dire che non mi sono mai sentito offeso, nonostante talvolta i toni usati siano stati drastici (“Se non dimagrisce ora tra qualche anno sarà costretto a prendere pillole su pillole per pressione e colesterolo”). Questo solo per dire che non mi sto vantando di non fare sesso occasionale o non avere nemmeno un tatuaggio: del resto, chi si vanterebbe oggi di roba del genere? Come scrive Guareschi in uno dei sui racconti postumi (dall’eloquente titolo È di moda il ruggito della pecora): «È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti». Certo, l’idea che il mio (leggero) sovrappeso possa garantirmi l’appartenenza a una “minoranza oppressa” finora non mi era mai passata per la mente, ma a lungo andare credo dovrò pensarci, poiché la tendenza mi sembra ormai quella di concedere il diritto di parola solo a chi riesce a presentarsi come “vittima” (ma a questo punto meglio chiatto che altro, dico bene?).

Ad ogni modo, se i “modelli” proposti dagli stessi quotidiani che oggi moraleggiano sui “giovani scapestrati” sono quelli che conosciamo, c’è poco da lamentarsi: peraltro la questione non si riduce a quelli che si tatuano dalla testa ai piedi o si accoppiano a caso. I nostri tempi ci hanno infatti regalato una nuova strabiliante specie, che ho visto chiaramente emergere dagli interventi degli scorsi giorni: quello del “bravo ragazzo”, a suo dire talmente o-ne-sto da non voler contribuire in alcun modo a un’istituzione corrotta come la sanità pubblica. Non sto esagerando: questa gente viene fuori dalle fottute pareti, non ce ne siamo ancora resi conto: avete idea dei ventenni e trentenni che non vanno a donare perché (testualmente) “c’è troppa burocrazia” e “la sanità non funziona”? Alla faccia delle canne: c’è chi è andato in overdose di informazione (perché l’alibi gliel’hanno ancora offerto i pubblicisti di cui sopra). Ecco quindi un altro motivo per cui donare il sangue diventa doppiamente scorretto: non solo contro zecche e sgualdrine, ma pure contro i “liberisti all’amatriciana”.

*

AGGIORNAMENTO (19 giugno 2017):

Oggi, nella rubrica dei lettori del “Corriere”, è comparsa lettera che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Si tratta della indignata missiva di una ex-donatrice che, “pur riconoscendo l’importanza della sicurezza”, si lamenta delle “regole ferree” con le quali vengono selezionati i donatori (a suo dire ormai obsolete):


Le rimostranze della lettrice si arrestano pudicamente ad argomenti “neutrali” (quali l’utilizzo di medicinali o il tabagismo), ma tra le righe si capisce che il riferimento alle “cose che fanno i giovani” riguarda temi più “piccanti” (non di certo il viaggiare – che peraltro non si traduce automaticamente in una sospensione, a differenza di quanto sostiene l’ex-donatrice indignata).

Mi auguro che si tratti solo di un intervento isolato, perché qui ci sono già tutti gli elementi per creare un “effetto valanga” e trasformare dei blandissimi criteri di selezione in “fascismo”. La grande stampa infatti non minaccia invano: in pratica ha appena preparato il terreno per far scoppiare uno “scandalo” ad arte. Si comincia con un innocuo articolo in cui ci si lamenta che la carenza dei donatori è dovuta al fatto che la sanità italiana non capisce i “bisogni dei giovani”; poi si dosa scientificamente qualche letterina per dare l’idea che il “Paese reale” sia tormentato dall’idea che un trans che si è appena fatto una canna non possa donare; infine, spuntano fuori titoloni del tipo Per donare il sangue dobbiamo diventare tutti come Salvini?, e la frittata è fatta.

Tuttavia spero, come ho detto, che questo non accada, che non sarò costretto ad assistere all’ennesimo dibattito psicodrammatico riguardo uno degli ultimi argomenti sul quale, almeno fino a un momento fa, si poteva andare tutti d’accordo. Non è per odio nei confronti dei giovani, né per bigottismo, razzismo, sessismo, omofobia o “salutismo”, che i medici sono costretti a porre domande imbarazzanti: è solo per tutelare donatore e pazienti. È davvero così difficile da capire?

Del resto nessuno può obbligarti a rispondere onestamente al questionario anamnestico; questo però non cambia la “verità effettuale della cosa”: hai solo fatto perdere una mattinata a te e agli altri (e Dio non voglia che tu abbia messo in pericolo la vita di un’altra persona solo perché sei un idiota).

Quindi, lo ripeto per l’ultima volta, non iniziamo una guerra civile anche sul tema delle donazioni. No, il dibattito, no: se il “Corriere” la chiude qui, fa un piacere a tutti. Perché prima o poi anche Dracula morirà di sete

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