venerdì 5 maggio 2017

Russia: guerra santa al settarismo

Cattedrale di San Vladimiro di Kiev
trasformata negli anni ’30 in Museo Antireligioso
Qualche mese fa ho scritto un lungo articolo su La legge Jarovaja e la libertà religiosa in Russia (5 novembre 2016), che grazie ai servizi segreti russi è diventato il primo risultato di Google sull’argomento (in realtà è soltanto perché sono uno dei pochi ad averlo traslitterato “all’italiana”, mentre la maggior parte dei commentatori, che come al solito si è limitata a riportare le veline d’oltreoceano, ha preferito scriverlo “all’americana”, Yarovaya).

Il provvedimento è tornato alla ribalta in questi giorni (lo vedo anche dalle chiavi di ricerca), quando è giunta in Italia la notizia che in Russia è stata messa al bando una setta, accusata sia di aver rifiutato l’accordo “giuseppinista” con lo Stato russo (il che non le consente più di abusare dell’etichetta di “cristiana”), sia di aver plagiato i propri adepti con paranoie apocalittiche e precetti anti-scientifici (come il famigerato rifiuto delle trasfusioni di sangue).

In verità, come già specificato nell’articolo precedente, la “Jarovaja” non ha come scopo principale quello di perseguitare certe minuscole sette: infatti ha poco a che fare con tutta questa vicenda, dato che la controversia tra il Cremlino e le “minoranze religiose” dura da anni. Tuttavia c’è chi è interessato a presentarla comunque in tale prospettiva, così da convincere il pubblico italiano che Putin sia “nemico dei cristiani”: ma il pacchetto di provvedimenti che prende il nome dalla deputata di Russia Unita Irina Jarovaja è stato adottato semplicemente in conformità alle leggi “islamofobe” istituite in alcuni Paesi europei (e non solo: vedi Egitto e Tunisia), dopo l’ondata terroristica che ha travolto il Vecchio Continente.

Solo da questo punto di vista si potrebbe criticare la “Jarovaja”: l’eccessiva “emotività” che la ispira rischia di produrre “effetti collaterali” non voluti. Sfortunatamente gli anti-putiniani d’Italia non possono dire una parola sull’argomento, per il semplice motivo che tale legge introduce misure che loro stessi, dagli editorialisti del “Corriere” alla destra cattolica, hanno invocati per anni. Non sono infatti costoro che hanno sempre chiuso un occhio sull’ipocrisia dei divieti burocratico-urbanistici alle moschee? Eppure che sia necessario fare chiarezza sul modo in cui certe associazioni islamiche dispongono di ingenti finanziamenti è un principio che oggi viene riconosciuto un po’ da tutti: la “legge draconiana” voluta (?) da Putin lo stabilisce senza più infingimenti. 

In pratica, una cosa è “stalinista” solo quando la fanno i russi; però, ancora a costo di ripetermi, questa “paranoia” non è dovuta alla conformazione cranica degli slavi o che altro: è soltanto un problema di geopolitica – anzi, di geografia (così mettiamo da parte quel termine con cui troppi si sono riempiti la bocca). Gli Stati Uniti, così liberali egualitari pii e rispettosi degli dèi di tutto il mondo (o quasi), sono circondati da acqua; la Federazione Russa è circondata da terra. Quindi finché i mussulmani del Daghestan pregano e cantano, nulla di male; quando invece coi soldi di qualche petrolmonarchia certe sette islamiche fanno saltare in aria qualche sceicco sufi, ecco che Mosca deve necessariamente preoccuparsi. E non è che può fare l’embargo contro il Castro di turno: laggiù serve la fanteria…

Quindi la legge Jarovaja si rivolge anche contro le sette che abusano dell’etichetta di “islamiche” senza aver ottenuto il riconoscimento dello Stato. Il fatto che risultino coinvolte anche quelle “cristiane” è, come detto, secondario: del resto nemmeno nel nostro Paese certi gruppi religiosi possono accedere all’elenco dei beneficiari dell’Otto per mille, il che dimostra che la questione non riguarda semplicemente la “libertà religiosa”. 

Perché, in effetti, il problema non è tanto politico, quanto teologico-politico. Ho affrontato il tema nell’articolo precedente, ma anche qui repetita iuvant: perché il fedele “apocalittico”, cioè colui che crede di vivere nella fine dei tempi, indipendentemente da qualsiasi confessione appartenga, dovrebbe rifiutare di vivere anche la “propria” apocalisse? Per essere più chiari: se io sono convinto che lo Stato a cui appartengo sia intrinsecamente malvagio e contrario alla vera Legge divina, per quale motivo pretendo da lui quella giustizia che non gli riconosco?

Non è affatto una questione scolastica, infatti il principio che la Russia sta cercando di ristabilire va al di là di uno schematico Cuius regio eius religio e investe la totalità dei rapporti tra Stato e religione, i quali vanno nuovamente ripensati anche alla luce del revival religioso verificatosi dopo il crollo dell’Unione Sovietica; non a caso uno dei centri da cui deve partire tale ripensamento è proprio la Russia, il Paese che durante l’ateismo di Stato ebbe come inno bellico La guerra santa [Священная война].

Insomma, possono essere posti dei limiti all’influenza della religione nella sfera pubblica? Al di là di un “laicismo” solo di facciata, attualmente il tema è diventato tabù. Non solo per una questione di political correctness, che in nome della “tolleranza” impedisce una condanna netta degli estremismi induisti, buddisti ed ebraici; ma anche per il singolare fenomeno della “demonizzazione selettiva” della repressione del sacro, che porta a riconoscerla come positiva quando essa è orientata in senso “progressista”, mentre a stigmatizzarla quando origina da “destra”. Tale atteggiamento comporta una sorta di “radicalizzazione inconscia” che è potenzialmente in grado di trasformare qualsiasi sentimento religioso in una minaccia non tanto allo Stato o alle comunità, quanto al re-ligare stesso. 

Un altro elemento importante del “nuovo corso” inaugurato dalla Jarovaja, che finora non è stato rilevato dai critici, è la rivalutazione positiva di quell’agnosticismo che in Russia si è fatto tradizione e cultura (anche nelle forme estreme dell’ateismo di Stato). Questa nuova sensibilità permette di ridurre lo spazio della religione nella sfera pubblica, anche nei confronti dell’ortodossia: i primi effetti indiretti si apprezzano, per esempio, nei numerosi appelli contro la costruzione di nuove chiese in nome del turismo, dell’urbanistica o di che altro (qui una notizia recente in russo: i residenti di un quartiere di San Pietroburgo con una lettera a Putin si oppongono alla costruzione di un sacrario in ricordo delle vittime dell’incidente aereo nel Sinai perché sarebbe in contrasto con lo stile “europeo” della zona e potrebbe causare problemi di traffico – per non dire del suono delle campane che disturberebbe la quiete…).

Potremmo dire che, grazie a Dio, c’è ancora qualcuno che difende l’ateismo. Al di là della provocazione, il popolo russo negli ultimi decenni ha vissuto ogni “nuova religione” come un attentato all’integrità della vita collettiva e dell’identità nazionale. Ora, grazie a una repressione più decisa del settarismo, molte persone avranno modo di recuperare la propria libertà ed emanciparsi dal giogo mentale al quale sono costretti; a tutti gli altri invece sarà finalmente offerta la possibilità di testimoniare la propria fede. Per il resto, vale il giudizio recentemente espressi da Papa Francesco nel suo viaggio in Egitto: «Per Dio è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita» (29/4/17).

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