sabato 6 maggio 2017

Roberto Calasso da cacciatore a preda


Il Gruppo Rcs, dopo trenta e passa anni, si è accorto che Roberto Calasso scrive panzane: vedi la stroncatura di Armando Massarenti a Il Cacciatore Celeste su “Il Sole 24 Ore” (Sotto le stelle della caccia22 maggio 2016). È singolare che ciò accada un attimo dopo la fuoriuscita di Adelphi da Rcs in seguito alla fusione con Mondadori; peraltro le critiche del Massarenti, considerando le modalità con cui la grande stampa in passato ha recepito i “capolavori” del Venerato Maestro, sembrano decisamente pretestuose: «Calasso afferma perentoriamente le proprie tesi, che hanno un’impronta filosofica e non scientifica, e queste prevalgono su tutto»...

Viva la faccia! Bastava solo che Adelphi uscisse dal giro per accorgersene? Se questa è l’industria culturale italiana, allora c’è poco da festeggiare. Sia chiaro, non dubito della buonafede di Massarenti, che probabilmente covava da anni la stessa opinione verso i tomi di Calasso; credo però sia indicativo che gli venga concesso di esprimere la propria insofferenza soltanto ora.
Inoltre è grottesco che il grande e irreprensibile Calasso venga relegato nel ruolo di “antropocentrista”, quando la maggior parte della saggistica adelphiana promuove da sempre il superamento delle concezioni tradizionali dell’uomo come signore del creato e dell’autocoscienza come suo tratto distintivo (basta sfogliare il catalogo, da Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes a Il superorganismo di Hölldobler e Wilson).

Che sta succedendo, insomma? È desolante che la critica non riesca a esprimere un qualcosa di più obiettivo di una dissezione scientista (Massarenti evidentemente non si è accorto di avere a che fare con della pseudo-saggistica, tendente alla narrativa) o di un elogio sperticato (come i puntualissimi ossequi di Pietro Citati sul “Corriere”).


Tuttavia, volendo discutere esclusivamente del libro, senza pregiudizi né divagazioni sul mondo editoriale italiano, è necessario riconoscere che, sì, Il cacciatore celeste è bruttino. Assomiglia a un patchwork dei lavori precedenti dell’Autore, se non addirittura a un pastiche, dato che a tratti Calasso pare scordarsi buona parte di ciò che ha scritto nella sua sconfinata carriera.
Non convince comunque, nonostante la sensazione di avere a che fare con un classico caso di self-plagiarism, la “trovata” di presentare il volume come «ottava parte di un’opera in corso iniziata nel 1983 con La rovina di Kasch»: con tale espediente si vorrebbe conferire una qualche omogeneità a un percorso culturale confuso e velleitario, che il Nostro aveva già tentato di consolidare con una precedente “tetralogia del Ka”, a quanto pare ora assimilata a una labirintica “tetralogia seconda” che come un doppio mostruoso moltiplica le intuizioni calassiane all’infinito (ma gli gnostici, oltre alla copula, non aborrivano pure gli specchi?).

In ogni caso, se La rovina di Kasch a parere di Italo Calvino trattava di due argomenti, «Talleyrand e tutto il resto», de Il cacciatore celeste potremmo dire che parla di tutto il resto e basta. Soltanto i capitoli iniziali sono dedicati alla “caccia” (o a quello che Calasso intende per tale), ed è prevedibile che la maggior parte dei recensori abbiano letto solo quelli, prima di addentrarsi nella “Grecia profonda” che lo scrittore considera una sua specialità. Centinaia di pagine dedicata a un’Ellade tutta sangue sudore e lacrime, in cui la vita «schiuma di forza» ed è «fulgente, intensa breve, come un duello» (p. 106): il solito tour de force dionisiaco dal quale non se ne esce più.

Ogni volta che Calasso attacca con certi ditirambi, mi torna alla mente uno scambio epistolare tra Karl Löwith e Leo Strauss a proposito della “libidine degli antichi”: allo scalmanato Löwith che si eccitava oltre il consentito («Per i greci era del tutto naturale – e di questo io li lodo – avere rapporti con donne, fanciulli e animali»), il vecchio Strauss consigliava, “per cortesia”, di leggersi le Leggi di Platone. Beh, se c’è una novità nell’ultima impresa del Nostro, è che stavolta persino lui è andato a leggersi i Νόμοι! Sfortunatamente quel che ne ha dedotto (nel VIII capitolo, “Consiglio notturno”) è molto meno entusiasmante: a suo parere le Leggi prefigurano il Panopticon di Bentham, e Platone nel migliore dei casi è un precursore di Tayllerand (e nel peggiore di Pol Pot).
È ovvio, tout se tient, il delirio e la società aperta, l’estasi e il liberalismo, ma far incontrare sullo stesso tavolo operatorio Giorgio Colli e Karl Popper rimane un’impresa non da poco: da questo punto di vista, l’unico capitolo apprezzabile (seppur ai limiti del didascalico, o forse proprio per questo) è quello dedicato alle influenze dell’immaginario egizio sulla cultura greca (“O Egitto, Egitto…”).

Nel frattempo, il cacciatore non si sa che fine abbia fatto: il libro infatti prosegue come una raccolta di scarti da altri saggi calassiani, quelli che probabilmente si era rifiutato di pubblicare per l’abuso dell’espressione “sacrificio”, che in alcuni passaggi risulta in effetti sconcertante. Anche in questo, l’Autore non fa che épater le bourgeois in un’epoca in cui il borghese non è più nemmeno un moderato-progressista: «Mangiare un corpo che è stato ucciso dal proprio Nemico era come – per interposta carcassa – mangiare se stessi. Origine remote dell’autoriflessione» (p. 157).
La verità è che per anni (decenni!) Calasso è stato utilizzato da molti (anche da noi) come uno spauracchio; alla fine era inevitabile che il gioco cominciasse a stancare: adesso infatti, invece di cascarci ancora una volta, preferiamo metterci nella posa del Condescending Wonka e constatare quanto le riflessioni dell’Abbé di San Satiro siano scadute al livello di un Emanuele Trevi qualsiasi: «Anche la lingua dell’economia [...] non riesce a fare a meno della parola “sacrificio”, gravata di storia e di preistoria» (p. 150).
Ah sì? Ma non mi dire


Più che un patchwork, come abbiamo detto, l’opera è un “pasticcio”, poiché Calasso imitando se stesso, tra un Mahābhārata, un Plotino e una Simone Weil, dimentica (!) di citare Der Jäger Gracchus, il Cacciatore Gracco di Kafka (al quale aveva dedicato alcune delle pagine più limpide di K.). Con un “prologo in cielo” del genere, forse avremmo avuto un libro migliore: sicuramente più attinente col tema che si era proposto di sviscerare. Del resto anche un lavoro di pura classificazione dei “cacciatori illustri” sarebbe stato più appagante: peccato che le illuminazioni dei primi capitoli si incaglino immediatamente nella feccia di Eleusi – e non in quella di Romolo, che almeno darebbe l’illusione di averci capito qualcosa.

Invece niente, nessuna tregua per il malcapitato lettore: le timide incursioni nell’antropologia, nell’etnologia e nella filologia delle prime pagine si affievoliscono all’istante, in un uso raccogliticcio e approssimativo delle fonti che emerge, per citare uno dei casi più irritanti, nell’identificazione dell’origine della parola sciamano da una “lingua tungusa” dal sapore ottocentesco.
Se queste sono le premesse, la «sospensione haschichina (sic) della parola» diventa un passaggio obbligato. Allora forse è venuto il momento di domandarselo: è “fatto”, Calasso, mentre scrive? Riportiamo senza malizia una sua dichiarazione di qualche anno fa (da un’intervista a “Sette”, Borges recitava alla luna…, 13 dicembre 2014):
«Torniamo indietro. Mi racconta il mese in cui scrisse la sua tesi di laurea?
Era sulla teoria dei geroglifici in Sir Thomas Browne. La tirai in lungo come pretesto per stare a Londra. Ho passato più di un inverno lavorando al British Museum e al Warburg. Situazione ideale: stavo la mattina in un posto e il pomeriggio nell’altro. Distavano dieci minuti a piedi. Soluzione perfetta. Però ritardavo il momento in cui avrei cominciato a scrivere. A un certo punto, mi sono messo di buona lena e l’ho ultimata in tre settimane. 
Sì, ma io non intendevo questo... Non c’entra anche lo hashish?
In quel periodo c’era a Roma un giro di amici americani molto divertenti... Fumare, in quelle settimane, ebbe su di me l’effetto opposto a quello che normalmente si crede. Mi aiutò a scrivere con la massima fluidità. Quella tesi oggi è pubblicata. Non in Italia, in Messico.»
In cauda venenum anche ne Il cacciatore celeste fa la sua comparsa l’oppio, il papavero di Eleusi che come il soma dei riti vedici, consente «l’accesso all’ebbrezza» (p. 418).
Solo da questo si potrebbero trarre miriadi di spunti, sugli “sciamani” moderni: mi sovviene, ad esempio, la segreta affinità tra le virtù magiche vantate da un rapper polacco di poter rendersi invisibile agli occhi della polizia grazie alla marijuana («Lo sciamano ti darà una medicina che ti mostrerà la via come nel voodoo di Haiti») e quelle del terrorista che ringraziò Allah per aver «accettato gli infedeli», quando, nell’organizzare gli attentati di Parigi, attraversò più volte la frontiera franco-belga senza essere mai fermato.

È vero quindi quanto sostiene Calasso, che «la parola “sciamano” è diventato il passe-partout di una sorta di esperanto religioso» (p. 25), ma a chi spetterebbe il compito di decifrare e tradurre tale lingua, se non agli intellettuali? In tal caso non sarebbe più proficuo, soprattutto per uno che qualche mese fa ha proclamato in solitaria guerra santa al terrorismo, analizzare gli “scampoli iniziatici” nella contemporaneità con spirito, se non scientifico, almeno critico, distaccato?

Qui però siamo fermi ancora alle correlazioni spurie, alle suggestioni adolescenziali, alla mitobiografia salottiera. Dietro a tutto questo, noi immaginiamo chissà quali “nefandezze totemiche e ancestrali”, ma pare che alla fin fine la vicenda calassiana si possa spiegare, al di là di iniziazioni e dîners intimes, con quel cinemetto che, una domenica pomeriggio del 1972, proiettò Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich. Fu lì che un trentenne di belle speranze elaborò la sua prima teoria del sacrificio, grazie a un “anti-western” violento e nichilista, dove gli apache torturano ritualmente i coloni per acquisire potere e il cristianesimo è soltanto una favola per bambini, come dimostra il micidiale scambio di battute tra l’ingenuo tenente DeBuin e il vecchio McIntosh (Burt Lancaster), il quale accetta di lasciarsi divorare dagli avvolti piuttosto che essere portato indietro e seppellito come Dio comanda («But it’s not Christian»; «That’s right lieutenant, it’s not»).

Fu in quell’istante il giovane Calasso intuì la possibilità di colonizzazione culturale dell’editoria (o dell’anima) italiana? Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare, anche se essa ritorna pure in queste pagine, quando la mitologia diventa western e Zeus si trasforma un cowboy «al banco di un saloon» (p. 224). Col senno di poi, è una fortuna che Calasso non abbia visto quella scena profondamente adelphiana (aka fantozziana) di Revenant in cui Leonardo Di Caprio se la vede brutta col suo amico orso, ché il risultato avrebbe potuto addirittura essere peggiore (riesco a immaginare le digressioni sul cinema che spinge l’Occidente a “farsi oriente”, e tutta quella serie di cose con cui il Nostro regolarmente si auto-sabota).

Roberto Calasso ritratto assieme ad Anna Katharina Fröhlich,
che il periodico indiano “The Hindu” identifica come “sua moglie”
(cfr. In love with many things Indian, 4 febbraio 2010).
Chiudiamo quindi così, mestamente, senza voler polemizzare oltre. Mi permetto solo una brevissima riflessione su un’affermazione tanto neutrale quanto velenosa del Massarenti, che pare colga nel segno: Calasso pubblica per una casa editrice «che egli stesso possiede e dirige». 
Adelphi in fondo è soltanto Calasso, e i toni malinconici de L’impronta dell’editore lasciavano già intuire che la creatura difficilmente sarebbe in grado di sopravvivere al creatore.
D’altro canto, se possiamo parlare di influenza o tendenza adelphiana, non possiamo però usare un termine impegnativo come “egemonia”, soprattutto qualora tale ascendente venisse paragonato a quello marxista, cattolico o laico (per citare le tre “chiese” identificate da Calasso come avversarie).
Quindi, a meno che il senso di tutto questo non fosse proprio un suicidio rituale o una endura intellettuale, in vista del raggiungimento della perfezione del nulla, si può dire che Adelphi abbia perduto la scommessa. 
Forse l’operazione avrebbe avuto senso, come dice la canzone, «In another country | With another name»: in Italia l’atmosfera da samizdat è durata giusto il tempo di qualche polemica giornalistica, perché alla fine l’esperienza adelphiana dal punto di vista culturale si è rivelata equivalente a quella di un giovedì pomeriggio passato a contemplare il soffitto sdraiati sul letto (qui però è difficile capire quello che intendo dire: per comprendere meglio si valuti la modestissima lista di autori adelphiani italiani).
Per Calasso, al danno ora si aggiunge la beffa di essere scaricato dall’élite culturale più stracciona che esista: il cacciatore è diventato preda...

2 commenti:

  1. ...e ti ringrazio,ma a volte certe attrazioni o fascinazioni (per il torbido?)sussistono nonostante se ne amnusi il miasma

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  2. Ah infatti eri tu che mi avevi chiesto un parere? Un lettore anonimo, appunto!

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