martedì 9 maggio 2017

La zona grigia


In una presentazione de La zona grigia di Massimiliano Griner di un maggio di tre anni fa, Giovanni Fasanella si lanciò in un pronostico sulla “fortuna” editoriale che avrebbe accolto il volume: «Temo per te che nella migliore delle ipotesi sarai vittima di una “congiura del silenzio”. Si parlerà pochissimo di questo libro e quando se ne parlerà, lo insulteranno».
È esattamente quel che è accaduto, ma oltre al danno si è aggiunta la beffa: dopo meno di due anni dalla pubblicazione, l’opera di Griner è già fuori catalogo e ormai reperibile solo nell’usato o tra i remainders.

Un esito in effetti scontato, per un motivo molto semplice: La zona grigia parla della connivenza col terrorismo degli intellettuali italiani (una categoria che Griner allarga non solo a scrittori, professori e giornalisti, ma anche ad avvocati e magistrati); sfortunatamente il caso ha voluto che gli affiliati a questa “zona grigia” (a parte quelli nel frattempo deceduti), siano gli stessi che detengono ancora il potere mediatico in Italia.
Insomma, chi tocca i fili muore: tutto qua, non c’è molto da aggiungere (per fortuna oggi si tratta solo di una character assassination, e ci si augura che rimanga tale).

Solo due parole sul perché un saggio come quello di Griner può dirci molto sulla nostra contemporaneità: in primo luogo, perché proprio oggi (9 maggio) è l’ennesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, e la stessa “zona grigia” che ha decretato la fine delle indagini, è poi quella che puntualmente sbandiera una nuova “straordinaria scoperta” sul rapimento dello statista democristiano. In pratica, mentre da un lato si allude a un’effettiva oscurità dell’intera vicenda, suggerendo indirettamente la necessità di ulteriori indagini, dall’altro invece si intima di dimenticare e di passar oltre, pena lo scadimento nel “complottismo”.
Un esempio illustre di tale tendenza è rappresentato da Paolo Mieli, uno dei “protagonisti” principali del saggio di Griner: il decano del giornalismo italiano, ne I conti della storia (2013), chiama in causa addirittura Nietzsche per raccomandare la “virtù essenziale dell’oblio”: «L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica… L’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente». E chiosa: «Una utilizzazione impropria del passato e del sentimento di “credito” verso la storia perpetua i conflitti e genera nuovi cicli di violenza», consigliando infine il “dovere di dimenticare” per garantirsi «una digestione [sic] lenta, calma e tranquilla dell’esperienza».
Tuttavia, nonostante il Venerato Maestro stigmatizzi il “monopolio dei complottomani” sul caso Moro, è evidente che a conservare il monopolio sulla memoria dello stragismo sia proprio la “zona grigia”: la quale, per inciso, sovrintende non solo alla “versione ufficiale”, ma influenza anche il versante “dietrologico”, che da quasi quarant’anni campa su formule vuote tramandante come mantra quali “strage di Stato” e “strategia della tensione”, raccontandosi storielle ormai improponibili sull’inflessibilità di Cossiga e Andreotti (che al contrario coinvolsero mezzo mondo, compreso il Vaticano, per trattare la liberazione di Moro) e su una classe democristiana che si faceva gli auto-attentati per consolidare il proprio potere.

L’ottimista potrebbe consolarsi con la certezza che, almeno per cause naturali, un giorno la “zona grigia” si estinguerà e sarà finalmente possibile ripulire gli armadi dai numerosi scheletri. Il pessimista però vede lucidamente come questa “legione” sia intenzionata a perpetuarsi di generazione in generazione.

Venendo quindi al secondo punto, che riguarda un caso ancora più attuale di quello di Moro, non pare affatto una coincidenza che nella polemica sulla presunta collaborazione delle organizzazioni non governative coi trafficanti di uomini, tra i “difensori d’ufficio” dello scafismo di massa risultino alcuni protagonisti di quella triste stagione. Sembra fatto apposta, ma nel capitolo su “Le simpatie degli intellettuali” Griner inanella una serie di “simpatizzanti” che, pur avendo cambiato causa, formano ancora un fronte compatto e quasi monolitico, comprendente non solo “lottacontinuisti” assortiti, ma anche “giovani promesse” del grigiume, che iniziarono la loro carriera firmando appelli per l’impunità di un ex terrorista.

È un fenomeno singolare, dal quale non vorremmo arrischiarci a dedurre chissà che; del resto se ne potrebbe trarre anche una conclusione positiva: se la “zona grigia” ha voluto assumere la “filantropia” (seppur selettiva) come nuova raison d’être, allora forse si è decisa ad abbandonare la violenza come mezzo per realizzare la palingenesi collettiva.
Eppure, sorge il dubbio che la “causa” alla fin fine non sia per nulla cambiata: perché è vero che esiste una differenza abissale tra un immigrato e un terrorista, tuttavia nelle condizioni attuali è inevitabile che prima o poi alcuni di quelli che “scappano dalla guerra” inizieranno a considerare la violenza come l’unica opzione praticabile.

È una riflessione che ho già proposto ai lettori e che forse lascia il tempo che trova, ma che perlomeno non nasce da preconcetti ideologici o pregiudizi razziali, visto che malgré moi mi annovero fra gli italiani che vivono giorno per giorno il disagio e la brutalità prodotti da questo tipo di immigrazione.
La questione è quasi banale: non riesco a credere sinceramente che gli “immigrazionisti” abbiano come scopo principale la filantropia, l’accoglienza e la fratellanza; penso al contrario che aspirino, nemmeno troppo velatamente, al puro e semplice caos – un caos però foriero di speranze rivoluzionarie e promesse di rigenerazione sociale (e pure “genetica”, a sentire certe loro allucinanti dichiarazioni).

Con tali premesse, fatico a considerare tale “militanza” come sinceramente votata all’integrazione e al multiculturalismo. Confrontando le apologie degli anni ’70 con quanto viene scritto al giorno d’oggi, non posso fare a meno di sospettare da parte della “zona grigia” un’invincibile attrazione per la violenza. Non però la violenza “istituzionale”, il cui spettro semantico si allarga fino a includere la più blanda e tollerante gestione dell’ordine pubblico, ma la violenza “spontanea” (o che almeno appare come tale), quella che nasce “dal basso” e che sarebbe la vera cifra dell’uomo, la risoluzione più autentica degli inevitabili conflitti che nascono dal vivere in società.

Nel caso degli intellettuali, potremmo anche riconoscere in questo una degenerazione del concetto di “sublime” elaborato da Kant, che nella modernità si innesta sul prometeismo dei philosophes: una “gnosi” evocata, nella presentazione da cui siamo partiti, anche da Edoardo Camurri, che tra molte castronerie riesce a dimostrare un po’ di acume citando Eros e magia nel Rinascimento di Culianu.
Non vorremmo però spingerci troppo oltre, verso confini dove al grigiore subentra un’opacità completa. È necessario anzi che la polemica resti a un livello squisitamente politico, o anche polemico, con l’auspicio che, spes contra spem, un giorno la “zona” venga illuminata dai colori della giustizia, della verità e della responsabilità.

1 commento:

  1. Bell'articolo.Ce ne vorrebbe uno per diradare un po' di grigio sulla figura di Andreotti?

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