domenica 7 maggio 2017

La Francia non è un film francese

(fonte)
Emmanuel Macron è il nuovo Presidente di Francia. Nonostante i giornali sin dall’inizio della campagna elettorale lo abbiano sempre presentato in testa ai sondaggi, obiettivamente questo risultato è il più inaspettato. Non si credeva infatti possibile che il popolo francese fosse così ingenuo da lasciarsi ingannare dalla favola del candidat anti-système, optando per un personaggio la cui biografia parla da sola: une carrière de banquier d’affaires chez Rothschild; secrétaire général adjoint de la présidence de la République; ministre de l'Économie… (cfr. Wikipedia).

È però giusto precisare che il popolaccio aveva già dimostrato tutto il suo affetto verso Macron con un classico lancio di uova marce (trattamento poi riservato anche a Marine Le Pen): eppure, alla fin fine, ha voluto ugualmente scommettere sull’enfant prodige, il “Mozart della finanza” («soprannome affibbiatogli durante il periodo passato da Rothschild», ricorda l’“Huffington Post”), colui che «durante i due anni passati alla guida del Ministero delle Finanze avrebbe sottratto l’80% dei fondi previsti per le spese di rappresentanza, riutilizzandoli per il finanziamento della sua campagna» (ancora l’“Huffington Post”).

Non è stata, tuttavia, una scelta realmente libera, ma figlia delle circostanze, che l’hanno resa infine obbligata. 
La dinamica, col fatidico senno di poi, appare ora più chiara: prima di tutto, si è limitato il potenziale di Marine Le Pen contrapponendo alla cosiddetta dédiabolisation una parallela cannibalisation, che ha riportato in auge l’azzardata strategia di Mitterand per indebolire la destra repubblicana con lo sdoganamento del Front National (esiste una sterminata bibliografia sul tema).
Lo stesso lepenismo ha subito lo stesso trattamento attraverso Marion Maréchal-Le Pen, il cui ruolo, a parte allietare lo sguardo, è stato quello, sicuramente inconsapevole, di mettere in difficoltà la zietta sulle “aperture” alla destra istituzionale e alla sinistra massimalista (è uno scenario già delineato da Claude Askolovitch in una melodrammatica ricostruzione della vicenda famigliare dei Le Pen).
Il “gioco” che nel 2002 costrinse i socialisti a votare in massa per Chirac, si è ripetuto oggi con meno entusiasmo: il marchio Le Pen è servito ancora come “spauracchio”, anche se questa volta gli elettori non sono riusciti a sfruttarlo per portare i sodali del patto repubblicano a più miti consigli in tema di lavoro, austerità e immigrazione.

A completamento di questa manovra a tenaglia giocata sugli estremismi, c’è stato un ulteriore lavorio sul versante opposto, che ha portato all’incredibile risultato di Jean-Luc Mélenchon, un anonimo ultrasessantenne di ultrasinistra (il cui unico asso nella manica è stato presentarsi ai comizi come ologramma), trasformato dai media nelle ultime settimane di campagna elettorale in una bandiera per i socialisti intenzionati a snobbare il candidato ufficiale (seppur “di rottura”) del proprio partito, Benoît Hamon (che invece, proprio per accattivarsi un certo tipo di “pubblico”, aveva scelto Piketty come consigliere economico).

Secondo il giudizio di Michel Geoffroy (“Polemia”), la sorprendente rentrée di Mélenchon ha fatto parte di una sofisticata “strategia dell’attenzione” «per far credere che costui fosse in grado di tallonare Fillon e per suggerire l’impossibilità che il candidato del centro-destra potesse aumentare i propri consensi. [...] Il “prodotto Mélenchon” [è servito] inoltre a isolare ulteriormente il candidato del Partito Socialista, Benoit Hamon, per presentare al momento opportuno Emmanuel Macron come ultima spiaggia per la sinistra contro la destra o l’“estrema destra”» (Stratégie de l’attention et stratégie de la tension, 15 aprile 2017).

Alla luce di tali (condivisibili) riflessioni, dobbiamo riconoscere che il colpo da maestro è stato quello di ghigliottinare lo schieramento euro-gollista nella figura del malcapitato François Fillon, una delle poche personalità politiche, nella situazione attuale, in grado di garantire un simulacro di “alternanza”.

Macron doveva vincere, ed è proprio quel che è successo. Abbiamo assistito a una manipolazione dell’elettorato condotta a ogni livello concepibile, tanto che non si è ancora riusciti a individuare l’identità dell’agglomerato sociale che ha optato per il “mago della finanza”: l’ipotesi più credibile è quella del blocco MAZ (classes Moyennes, personnes Âgées, catholiques Zombies) delineato da Emmanuel Todd ai tempi delle sfilate pro-Charlie.

Con stupore constatiamo come pure di là dalle Alpi abbia cominciato a insinuarsi il germe dell’haine de soi. La retorica anti-casta di Macron ha trovato un popolo disposto ad accoglierla, quello stesso popolo che negli ultimi secoli aveva forgiato il vocabolario del patriottismo contemporaneo (chauvinisme, grandeur, force de frappe)...

Davvero un triste epilogo per i nostri cugini, ma un indubbio vantaggio per il loro giovane leader, che potrà usufruirne in particolare a livello europeo. Perché la più grande vittoria, ovviamente, se la attribuirà proprio quell’Europa, cioè “Questa Europa”, fatta dalle Merkel, dagli Schäuble e dagli Juncker, gli stessi che hanno strenuamente sostenuto il candidato “indipendente”, cercando però di trattenere l’entusiasmo non solo per ipocrisia e tatticismo, ma soprattutto per non svelare l’inconsistenza della contrapposizione con la cosiddetta “Altra Europa”, quella della “cultura” e del “sogno”, intervenuta peraltro a sostegno di Macron attraverso uno dei suoi più autorevoli portavoce, l’ex Ministro delle Finanze greco Varufakis.

Sarà quindi il trionfo della retorica dell’Europa a due velocità (della quale, vogliamo sottolinearlo, parlano sia Jack Lang che Angela Merkel): forse è proprio questo l’unico balsamo in grado di ricomporre le fratture del corpo sociale ed esorcizzare il ritorno di dissidi ancora giacenti nel fondo dell’anima francese (ricordiamo, en passant, che le elucubrazioni sul “complotto dei Rothschild” risalgono a prima di Maurras).

Ai francesi viene perciò offerta la possibilità di illudersi di essere governati da chi li rappresenterà nel miglior modo possibile: certo è difficile credere che Macron riuscirà a inserirsi nella grande tradizione dei “banchieri di governo”; ciò nondimeno come “ragazzo immagine” [tête d’affiche] egli ha uno suo perché, dal momento che non sono riusciti a scalfirne la reputazione né una carriera francamente improponibile per qualsiasi politico “normale”, né quei famigerati “dossier russi” sulle sue abitudini sessuali (che, seppur annunciati anche da Assange, alla fine non sono pervenuti).
Rimane, è vero, l’enigma della moglie di ventiquattro anni più “grande”, ma questo tocco di perversione non penso possa realmente dispiacere a un francese: unica pecca, la contravvenzione ai saggi consigli di una delle opere più profonde della letteratura patria, Les Quinze Joies de mariage, icastico testo satirico del XV secolo nel quale si raccomanda al giovane di non accompagnarsi mai a una vecchia, ché nuoce alla salute e ne abbrevia la vita [et sachez que continuacion d’une vielle femme abrege la vie d’un jeunne homme].

Tutto ciò è ad ogni modo irrilevante, rispetto a come i francesi riusciranno a fare di questa personalità oscura, narcisistica e pure edipica il loro psychopompe verso il Brave New World [Le Meilleur des mondes]. In questo, riceveranno un aiuto inatteso da decenni di cinematografia stereotipata ed evanescente: penso a film come La cena dei cretini (1998), dove un gruppo di miliardari si diverte a invitare cons a cena; a Il gusto degli altri (2000), dove un miliardario si appassiona di arte e teatro grazie al carisma della sua insegnante d’inglese; a Tanguy (2001), dove due genitori miliardari tentano di convincere il figlio ad andarsene di casa; a Quasi amici (2011), dove un miliardario tetraplegico viene aiutato da un nero delle banlieue; a Nella casa (2012), dove uno studente si infiltra in una famiglia di miliardari e ne descrive le vicende al suo professore; a Barbecue (2014), dove un gruppo di amici miliardari si confronta con gli acciacchi dovuti all’età...

Miliardari in franchi, ça va sans dire, tuttavia pur sempre accattivanti clichés sui quali si è formato l’immaginario delle ultime generazioni. Sì, se fosse un film francese, la Francia avrebbe ottime possibilità di salvarsi; ma, sinceramente, non credo sia affatto così...

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