giovedì 25 maggio 2017

La festa perpetua

Come reazione all’attentato terroristico al concerto di Ariana Grande, Federica Mogherini (Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la sicurezza), ha esortato la gioventù europea a continuare a «godersi la vita insieme», esprimendo un sentimento che sembra condiviso da una parte dell’opinione pubblica, come dimostrano l’invito dell’“Indipendent” (per fare un esempio anglosassone) a «fingere che non sia successo nulla», o quello de “Linkiesta” (per restare in Italia) ad «ascoltare musica e fare l’amore».

Personalmente, di fronte a tali dichiarazioni, mi sono cadute le braccia (e non solo quelle). No, non si tratta del solito moralismo: in una prospettiva ideale, potrei pure condividere la leggerezza di questi appelli (anche se mi sembrano solo reazioni infantili, ancor più di cattivo gusto se pensiamo che nella strage sono morti dei bambini…); ma dal punto di vista pratico, non possono non chiedermi se costoro sappiano davvero di cosa parlano.

Partiamo dalle basi: “festa” è tutto ciò che è escluso dalla quotidianità, “festa” è una rottura del continuum, sia esso il continuo della routine, o della storia stessa. È per questo che si dice Semel in anno licet insanire; ma anche qualora volessimo moltiplicare i nostri carnevali all’infinito, rimarrebbe sempre uno scarto infinitesimale a ricordarci la differenza tra “festa” e “normalità”. Estendere il baccanale ininterrottamente significa quindi, per paradosso, invalidarne il carattere di “festa” e costringersi a cercare nuove esperienze in grado di rappresentare l’eccezione.

Tuttavia, se davvero volessimo accettare il gioco della “festa perpetua”, allora dovremmo pagarne il fio. Per farmi capire, sono costretto a chiamare in causa lo sputtanatissimo Michel Houellebecq, che rimane, anche col passare degli anni, uno dei “modelli esplicativi” più efficaci. Nel romanzo Piattaforma (2001), il protagonista è un puttaniere internazionale che, recatosi in Thailandia per praticare un po’ di sano turismo sessuale, si invaghisce di una donna e riesce a trovare l’equilibrio perfetto tra orgia e romanticismo. Sfortunatamente, dei terroristi islamici (manco a farlo apposta) assaltano il villaggio vacanze in cui si trova e ne sterminano gli avventori, compresa l’amata, riconsegnando così il protagonista al suo destino di cinismo e solitudine.
A differenza del solito scrittore che inserisce la tragedia per rendere la trama più interessante, Houellebecq la evoca solamente per esaltare, nel contrasto, il miraggio di una felicità possibile. Tanto è vero che, con una chiaroveggenza tipica dell’artista ispirato, immagina già come suonerebbero gli articoli di giornale nei confronti di un attentato del genere: «Davanti alle centinaia di migliaia di donne infangate, umiliate e ridotte in schiavitù in tutto il mondo, che importanza può avere la morte di qualche facoltoso libertino?». In pratica uno scontro epocale tra un Sade solitario e un Bin Laden spalleggiato da un codazzo di terzomondisti. Houellebecq però vuol godersi fino in fondo la sua “festa”, quindi per sollevare il protagonista dal proprio dolore non trova di meglio che rispolverare la cara e vecchia amoralità: «L’Islam aveva rovinato la mia vita, e l’Islam era certamente qualcosa che potevo odiare; nei giorni seguenti mi sforzai di provare odio per i musulmani. Vidi che ci riuscivo benissimo, e ripresi a interessarmi dell’attualità internazionale. Ogni volta che leggevo o sentivo che un terrorista palestinese, o un bambino palestinese, o una donna incinta palestinese, erano stati riempiti di piombo nella striscia di Gaza, provavo un brivido di entusiasmo all’idea che ci fosse un musulmano in meno sulla faccia della terra. Sì, in quel modo si poteva benissimo vivere».

Forse ora si può capire meglio quanto risulterebbe insopportabile il paradigma della “festa perpetua” da parte degli stessi che ingenuamente lo propagandano. Il godimento perfetto non è la “sana e consapevole libidine”: è un piacere im-mediato, che implica l’assoluta indifferenza nei confronti del prossimo. Non stiamo parlando della trasgressione “controllata” che appunto propinano i politici e i giornalisti di cui sopra, anche perché se non fosse “controllata” difficilmente avrebbero il coraggio di sostenerla (il conformista sotto sotto è sempre un codardo).
Anzi, proprio a causa di questo libertinismo di massa, la nostra società attualmente sta sperimentando, in versione ciclopica, i dilemmi della bohème ottocentesca. Come scriveva Marcel Prévost ne Les Demi-Vierges: «Il n’y a plus de jolies fêtes, nous sommes trop laids et tout est trop vu» [“Non ci sono  più belle feste, noi siamo troppo brutti, e tutto è troppo veduto”]. È per questo che ci ricordiamo di “continuare a divertirci” solo quando c’è un attentato: dietro l’ipocrisia dello sballo artefatto, si cela sempre il vecchio archetipo della “festa crudele” .

Ormai ogni nostro “intermezzo” ha introiettato la possibilità della catastrofe. Lo vediamo, per esempio, nei superstiti della strage di Charlie Hebdo, che oggi si limitano a sfottere i terremotati italiani protetti da un intero reparto di polizia. Anche la loro “festa” non è più tale, se non per chi confonde la satira politica col ghigno del buffone di corte. Questa è un’altra prova che gli “apostoli” di cui sopra non potrebbero reggere per più di un minuto la “festa perpetua”, ché nel migliore dei casi telefonerebbero alla polizia. Gli isterici e affettati inviti a “ballare e far l’amore” sono il controcanto della danse macabre che rimbomba sui corpi straziati.

Detto questo, non bisogna nemmeno sottovalutare la sagacia dei “festaioli” moderni: essendo dei businessman, hanno sicuramente più criterio di certi scribacchini. Penso, per esempio, a Pitbull, un cantante americano di origine cubana celebre in tutto il mondo, che con i suoi pezzi genera in media mezzo miliardo di visualizzazioni su YouTube. Uno dei più conosciuti, seppur ormai datato (risale al 2011), è International Love:


Il brano esprime fantasie che qualsiasi uomo potrebbe condividere (girare il mondo per copulare, dalla Romania al Libano, dalla Grecia alla Colombia, fino a paesi e città che non sappiamo nemmeno pronunciare – non è costui un poeta?); tuttavia, ad onta della sua semplicità, esso stabilisce un’implicita ma netta suddivisione tra il “tempo della festa” e la quotidianità. Sulla tracotanza generale infatti prevale, nel finale di ogni strofa, un’impercettibile nota di malinconia, un diminuendo che allude al necessario ritorno al continuum dell’abitualità. La parte centrale si conclude per l’appunto con questi versi: «[I’ve] been all around the world | But I ain’t gonna lie there’s nothing like Miami’s heat». Si provi a immaginare quanto suonerebbe grottesco l’assunto se a esprimerlo fosse un nativo di Casalpusterlengo o Misterbianco (insomma, siamo al di sotto de Le donne di Modena di Francesco Baccini; ma una “Miami” al giorno d’oggi sacralizzerebbe qualsiasi cosa).
La terza strofa si conclude in maniera ancor più sommessa (en Miami tengo cualquiera) Pitbull torna alla lingua materna e alla sua città natale, dove potrebbe (teoricamente) avere qualsiasi donna: il ritornello conclusivo («I crossed the globe when I’m with you baby») suggella infine un “happy ending” (stricto sensu) piuttosto languido.

Non dico che sia possibile qui rinvenire un accenno di quel che i francesi chiamano le cafard, ma, con un piccolo sforzo ermeneutico, si potrebbe comunque leggervi una più compiuta maturità del “professionista dell’intrattenimento”, rispetto a coloro che nella vita forse non hanno mai realmente festeggiato. Come è scritto nell’Ecclesiaste, esiste «un tempo per gemere e un tempo per ballare». Nella gozzoviglia collettiva, resta ancora un minimo scarto che ci impone di abbandonare il sorrisetto forzato e pensare solo a tornare a casa sani e salvi, anche dopo un concerto; ed è per questo che chi desidera festeggiare sul serio non riuscirà mai a comprarsi la vostra “festa perpetua” a buon mercato.

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