sabato 13 maggio 2017

Il mostro in prima pagina (Italia, 2017)


Partiamo dalla cronaca: nella notte di mercoledì 10 maggio a Roma (zona Centocelle) un camper con all’interno una famiglia rom viene dato alla fiamme con una molotov; nell’incendio muoiono tre sorelle di quattro, otto e vent’anni.

Lo stesso giorno i mass-media rilanciano la notizia “a reti unificate”, accreditando all’istante la “pista xenofoba”, nonostante il movente fosse ancora incerto. A poche ore dalla tragedia intervengono prontamente le più alte cariche dello Stato (il presidente Mattarella addirittura dall’Argentina) per stigmatizzare l’orribile gesto e chiedere che si faccia al più presto chiarezza sul colpevole. Il Papa per solidarietà invia l’elemosiniere a offrire un aiuto concreto ai genitori delle vittime. C’è chi tuttavia ha già la certezza che si tratti di un “omicidio razzista” e una deputata al Parlamento Europeo del Partito Democratico formula il teorema accusatorio: «Ecco dove possono portare le campagne di odio, l’astio per il diverso, il razzismo e la teorizzazione della “ruspa sui campi rom”».

Nel frattempo la “pista xenofoba” si smonta da sé ed emerge la squallida realtà della “faida tra rom” (usiamo la definizione presa dai giornali). Panico nelle redazioni e tra i portavoce: ci si aspettava in tutta tranquillità un “italiano razzista” da lapidare, e ora invece spunta il rischio di dover discutere del degrado dei quartieri popolari, dell’insostenibile sistema dei campi nomadi e della necessità di trovare una soluzione al problema.

Per evitare la débâcle, giovedì 11 maggio i principali quotidiani italiani, seppur costretti a pubblicare la notizia in prima pagina per la troppa attenzione attirata su di essa, corrono ai ripari oscurando la realtà dei fatti con decine di articoli dedicati all’Odio che corre sul web. Col senno di poi, è un bene che i social network non abbiano accolto l’appello della Presidente della Camera, che poco tempo fa li aveva invitati a censurare proprio questo odio che corre: grazie a tale infinita riserva di troll e scalmanati assortiti, i giornalisti possono ancora stilare il resoconto sugli “italiani razzisti” con qualche semplice click.

Ecco che quindi la notizia non è più “Tre bambine uccise in una faida”, ma “Gli italiani esultano per la morte dei rom”. Ai rari politici e giornalisti che provano ancora qualche rimorso nello “sbattere il mostro (italiano) in prima pagina”, giunge in soccorso una signora che parcheggia nel posto dove sono stati lasciati dei fiori in ricordo.
Venerdì 12 maggio questa diventa quindi l’unica notizia riguardante la carneficina sulla quale i giornali decidono di concentrarsi: “atto spregevole”, “ultimo sfregio”, “insulto all’umanità” sono i commenti provenienti dalla giunta capitolina. Nonostante esistano diversi filmati (anche di troupe televisive presenti sul luogo) che mostrano come la donna abbia parcheggiato non intenzionalmente, ma forse soltanto per distrazione (del resto, se il gesto fosse stato voluto, sarebbe passata sopra i fiori che invece sono ancora lì intatti), il “caso” è già stato montato e riempirà tutta la giornata. In tal modo la stampa è riuscita anche a oscurare la solidarietà del quartiere, che oltre ad aver creato quel “sacrario”, ha anche organizzato manifestazioni e veglie di preghiera in onore delle vittime.

Oggi, sabato 13 maggio, i riflettori sulla vicenda si sono spenti. Nessuno ha più interesse a parlare del misfatto: probabilmente se ne tornerà a discutere solo nel caso in cui un italiano farà qualcos’altro in quel posteggio (anche solo mangiare un panino o buttare un mozzicone a terra). L’attenzione sul caso scemerà in modo sempre più rapido, e alla fine, per sapere qualcosa in più sui colpevoli e sul movente di un gesto così ripugnante, si dovrà andare a spulciare la cronaca locale.

Provo a trarre qualche conclusione da tutto questo. Mi amareggia constatare come le nostre istituzioni non vedano l’ora di trovare l’“italiano razzista” per poterlo sfruttare all’infinito. Sulla breve distanza, lo scopo è comprensibile: non solo servirebbe a mettere sotto accusa gli avversari politici che finora hanno avuto gioco facile a ottenere consensi semplicemente denunciando la gestione disastrosa del problema dell’immigrazione da parte degli ultimi governi; ma anche e soprattutto a intralciare le indagini in corso sui contatti tra ONG e scafisti, che hanno evidentemente toccato interessi che non si possono neppure nominare.

Tuttavia, da una prospettiva più ampia, sfugge il motivo per cui i media si sentano obbligati di norma a far apparire gli italiani come xenofobi e razzisti. È da anni che la parola “integrazione” è passata di moda: oggi basta la paranoia sul “Ku Klux Klan imminente” e ricatti morali declinati in ogni modo per evitare qualsiasi discorso riguardante le politiche sociali, l’inclusione e la sicurezza. Talvolta sarebbe bello che venisse riconosciuto, almeno collettivamente, qualche merito, anche solo per dare l’impressione che quanto sta accadendo in Italia sia “normale” e che non esista alcun conflitto sociale che cova sotto le ceneri.

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