venerdì 12 maggio 2017

“Sapete cosa voleva fare Erdogàn?” (I pericoli della turcofobia)


Un lettore, a chiosa della mia breve rassegna sui topoi della turcofobia, che partiva da uno scritto del giornalista e inviato di guerra Alberto Negri, mi segnala l’intervento di costui a una conferenza del dicembre 2015 (v. video supra, a partire da min. 6), il quale gli avrebbe trasmesso un’impressione “molto negativa” del Nostro.
Non ho voluto indagare ulteriormente sui motivi di tale valutazione (anche perché il caro lettore, come spesso capita, non ha risposto), ma credo di aver intuito la causa del disagio: Negri, parlando “a braccio”, si lascia andare a considerazioni che in effetti potrebbero risultare sconcertanti a chi è poco aduso a un certo tipo di retorica. Anche se, a dirla tutta, io non ci vedo nulla di diverso da quanto il giornalista scrive regolarmente sulle più importanti riviste italiane: il problema, al contrario, sono i numerosissimi seguaci che, invece di accogliere criticamente quanto afferma, pendono dalle sue labbra e lo considerano una delle poche voci attendibili sul Medio Oriente.

Ecco, forse ascoltarlo parlare “fuori dai denti” può essere utile a comprendere il grandissimo numero di opinioni (postulati, pregiudizi, presupposizioni) che questo professionista dell’informazione presenta come fatti a un pubblico orma incapace di distinguere gli uni dagli altri.
Prima di passare a una breve disamina del Negri-pensiero, ci tengo a precisare che non ho nulla contro di lui (ovviamente ognuno può pensarla come vuole): se sono costretto a polemizzare, è solo perché i suoi articoli hanno contribuito a modellare l’immaginario italiano su tutto ciò che riguarda il Levante, alimentando una miriade di pregiudizi che si stanno consolidando in un’unica e monolitica “narrativa” anti-turca.

Partiamo da ciò che precede lo strabordante epilogo. Alberto Negri imposta la sua argomentazione su alcuni pilastri: Assad è il miglior interlocutore per l’Occidente; in Siria non potrà mai esistere alcuna opposizione moderata; Erdoğan è l’unico tiranno della regione, secondo solo ai sauditi; la Russia è la sola potenza moralmente autorizzata a invadere il proprio “cortile di casa”; la NATO non ha bisogno di un alleato come la Turchia.
Eccetera eccetera; questo solo per farvi capire come il giornalista riesca abilmente  a presentare le proprie tesi come verità assolute e auto-evidenti, in grado di imporsi da sé senza bisogno di alcuna dimostrazione.
                                       
Il meglio però Negri lo dà appunto nella parte finale della conferenza, quando si esalta fino allo spasmo e cerca col suo fervore di coinvolgere la platea (a dire il vero piuttosto indifferente, se non imbarazzata).
Prima di tutto, il giornalista, almeno da quel che possiamo dedurre dalle sue parole, ha un’idea della guerra decisamente “controversa”: la considera infatti uno dei mezzi privilegiati per difendere “ideali” e “valori”, in un misto di romanticismo politico e attivismo liberal tipicamente americano.
Da tale petitio principii egli deduce che i sauditi siano dei “cialtroni” incapaci di fare la guerra perché la fanno fare agli altri. Non vorrei sembrare saccente, ma è dalla notte dei tempi che esistono i mercenari e non sempre il loro utilizzo è sintomo di decadenza, specialmente in un’area dove tradizionalmente la nobiltà ottomana (il famigerato “latifondo sunnita”) disdegna il mestiere delle armi limitandosi a “custodire” il proprio feudo dalle minacce esterne.
Sì, forse è poco corretto chiamare in causa la storia per rispondere a una concione che lascia il tempo che trova, ma credo che uno dei problemi degli “inviati speciali” in generale (non solo di Negri, quindi), sia quello di ingigantire il valore dell’esperienza e della cronaca, fino a farne l’unico metro possibile per comprendere l’attualità.

Ad ogni modo, volendo prendere sul serio il postulato di Negri, ci domandiamo perché ad Assad e a Putin dovrebbe essere consentito fare la guerra per “difendere i propri valori” (che il giornalista identifica quasi totalmente coi “nostri valori”), mentre a Erdoğan no. Tutto il discorso infatti è incentrato sulla fissazione che se i turchi bombardano, è soltanto per cattiveria e per cupidigia (vogliono “far bottino”). Da qui lo scontato elogio dei curdi, ovviamente rivolto non agli smidollati Peshmerga («dei signori con delle pance così e pieno di soldi e di petrolio» secondo l’imparziale giudizio di Negri) alleati dell’inane “occidente”, ma direttamente al PKK, l’eroica formazione terroristica che i malvagi turchi hanno voluto colpire per favorire l’Isis (è un copione che si scrive da solo!).

Vedete quanta improvvisazione, quanta superficialità, si nasconde dietro certe analisi? È disarmante dover precisare l’ovvio, cioè che se i turchi combattono contro una parte di curdi non lo fanno per innata crudeltà, ma solo per difendersi. Mi chiedo cosa farebbe Negri, se un gruppo terroristico reclamasse parte del territorio della sua nazione. Io sono persino disposto ad accettare la sua prospettiva “bellico-idealistica”, ma non riesco a capire quale conclusione trarne: forse che l’“occidente” dovrebbe appoggiare il PKK, la componente più estremistica di quel mondo etnicamente e linguisticamente eterogeneo che è il fantomatico “Kurdistan”, perché sarebbe più vicino ai “nostri valori” che non la Turchia?

Ci sarebbe molto da aggiungere sulle altre sparate del buon Negri: per esempio, quando afferma che “ci siamo fatti comprare dagli arabi”, citando un unico caso (la Piaggio), sarebbe utile ricordare che l’intera industria nazionale è stata svenduta a mezzo mondo, e che per certi versi l’Italia avrebbe tratto più vantaggio dal farsi “saccheggiare” da un unico padrone piuttosto che lasciarsi spappolare dalla globalizzazione. Preferiamo però sorvolare su questo e anche su altre cose più sgradevoli, come l’abuso degli stilemi sul “terrorismo di Stato”, gli aneddoti su “Bin Laden e la torta di riso” (mah…) e la lezioncina sul perché «non c’è un attentato nel centro di Londra», col tono del “parente del parente” che a ogni Natale tenta di spiegarti il senso della vita («Certo, “amori” [sic], il 70% di Kensington è abitato da arabi ricchi, che pagano per tenere lontani quelli che fanno gli attentati»). Sappiamo che dopo un anno e mezzo da queste infelici parole l’attentato è arrivato, ma oltre che inelegante sarebbe anche superfluo rimarcarlo, dal momento che se la realtà interferisce con i propri infallibili teoremi è sempre possibile ignorarla.

Potremmo forse aggiungere qualcosa su giudizi altrettanto infelici, come quello secondo il quale «i libici da soli non sono in grado di fare nulla», sintomo di un paternalismo che gli italiani dovrebbero rifiutarsi di applicare agli altri popoli, essendo da sempre le prime vittime di tale atteggiamento. Ma tagliamo corto con le polemicucce e veniamo al punto: tutta questa retorica, che intride in modo più o meno attenuato la maggior parte dei pezzi del Nostro, pur non rappresentando un’ideologia vera e propria, è comunque rivelatrice di una visione del mondo che prima di essere abbracciata toto corde andrebbe (lo ripetiamo) valutata criticamente.

Usare come unici criteri simpatie e antipatie personali per esaminare la situazione internazionale non mi pare un atteggiamento intellettualmente corretto, in particolare quando si mascherano tali sentimenti con un presunto “realismo”.
Certo, non è la prima volta che dietro un’ostentazione di pragmatismo si palesa il più ingenuo degli idealismi (o “ideologismi”) ma, nel nostro caso, vorrei che fosse chiaro che al fondo della turcofobia con la quale i media ci martellano da anni c’è ancora il proverbiale “armiamoci e partite”: se tuttavia non piacciono le guerre per procura, si dovrebbe anche evitare di diventare ascari per un Kulturkampf.

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