mercoledì 24 maggio 2017

Dopo un attentato io ascolto rap polacco

È brutto sentirsi definire “europeo”: una volta mi limitavo semplicemente a considerarlo un non sequitur (come dire di un australiano che è “asiatico”, o di un persiano “arabo”), ma negli ultimi anni il suo utilizzo sempre più ridondante e inopportuno, in particolare dopo ogni attentato, ha trasformato questo aggettivo in un sinonimo di tutto ciò che un essere umano dovrebbe odiare.

Si sta ormai delineando un significato univoco del lemma: ogni volta che un terrorista ci stermina, diventiamo tutti un po’ più “europei”. A un certo punto però passa la voglia di fare sacrifici in nome del nulla, cioè dell’Europa. Prima la borsa, poi la vita. “Europa” diventa uno stigma, un’enorme € scarlatta sul petto. Avranno forse ragione i Mbendjele del Congo a utilizzare un’unica parola (putu) per indicare l’aldilà e il Vecchio Continente, così che nella loro lingua “andare in Europa” (Amu dua putu) diventa un eufemismo per indicare la morte?

Sempre per restare in tema di etnologia, sovviene un fortunato slogan di Jobbik, il partito di estrema destra ungherese (che ultimamente la stampa evita di demonizzare perché può tornar buono nel ribaltare Orbán): «Credevamo di entrare nella terra a Canaan, invece sono i suoi abitanti ad averci invaso» [A Kánaán nem jött el, csak annak lakói]. A coniarlo fu Csanád Szegedi, uno degli astri nascenti del movimento che, dopo aver scoperto le sue origini ebraiche nel 2012, si convertì al giudaismo ultra-ortodosso e andò a vivere in Israele (gli hanno pure dedicato un documentario). Com’è intuibile, la frase cadde in disuso nonostante la sua efficacia propagandistica (per “cananei” si possono intendere sia gli ebrei, cioè i giudeo-massoni, che gli immigrati mussulmani). Mi sembra però che essa conservi un certo valore documentale, a testimoniare un’epoca in cui “Europa” rappresentava un simbolo di riscatto per tutti quegli estremismi che non erano riusciti a sfogarsi durante la cuccagna anti-comunista. “Europa” del resto è stato sempre un marchio di estrema destra, anche se oggi si tende a dimenticarlo; ciò che hanno fatto i leader “europei” è stato semplicemente impossessarsene e svuotarlo dall’interno: nella pratica, costruire un’immensa nazione basata sull’anti-nazionalismo, un nuovo identitarismo ispirato all’odio verso qualsiasi forma di identità. Insomma, un esercizio collettivo di Selbsthass.

In effetti gli “europei” passano la maggior parte del tempo a piangersi addosso. Anzi, non si tratta nemmeno di un pianto come si deve, di lacrime barocche intrise d’ispirazione, ma di un piagnisteo. Gli europei piagnucolano. Tutto diventa piagnucolante, e nonostante volumi come La cultura del piagnisteo di Robert Hughes e Il singhiozzo dell’uomo bianco di Pascal Bruckner aiutino ad allargare la prospettiva sulla catastrofe, si torna sempre al punto iniziale: perché voler passare la vita a odiare se stessi, nella speranza di “diventare europei”?

Tutti piangono, dicevo; anzi, piagnucolano. È dall’attentato a Charlie Hebdo che, dopo un giro rapido sui media mainstream per farmi un po’ di sangue amaro, vado a tuffarmi nei più strampalati siti di destra per trovare una qualche consolazione, o perlomeno un consolamentum. E invece in che mi imbatto? Altri piagnistei sull’“Europa cattiva”, sull’“Occidente brutto” che per contrappasso (o karma, come si dice oggi) paga il prezzo delle sue sortite militari. La cultura del piagnisteo è penetrata così a fondo che pure la destra piange sul latte versato. Oggi invece anche da quelle parti è tutto un fiorire di analisi geopolitiche e auto-flagellazioni... Una volta la parola d’ordine era “riaccendiamo i forni”, o un più eufemistico “affondiamo i barconi” (con l’ambiguo fascino del non specificare se pieni o vuoti), ripetizioni sicuramente meno poetiche del White Man’s Burden che però muovono da un’identico sentire (che è poi lo stesso di Se, ma capisco quanto sia difficile prendersela con gli imperialismi dei vincitori).

Ciò dimostra che in “Europa” non si può nemmeno essere degli imperialisti decenti. E allora come unica consolazione ci si getta nella cosa più becera che attualmente esista: il rap polacco islamofobo. A me il genere non piace nemmeno (i rapper italiani vorrei manganellarli tutti personalmente), tuttavia apprezzo ogni espressione, anche la più grezza e ignorante, di sentimenti che ormai ci vergogniamo di provare. A volte mi diverto anche tradurre qualche pezzo (questo è uno dei miei preferiti). In fondo ognuno ha le sue manie: c’è chi recita mantra tibetani, chi scrive un messaggio di cordoglio sui social network, e chi ascolta rap polacco islamofobo. Kurwa mać!

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