martedì 16 maggio 2017

Come imparare trenta lingue (e perché)


In tema di poliglottismo, un lettore mi segnala un ottimo articolo, niente di meno che della BBC, dedicato a una conferenza internazionale tenutasi a Berlino nel 2014: How to learn 30 languages (D. Robson, 29 maggio 2015). Non si tratta della solita sponsorizzazione occulta di un nuovo metodo infallibile, ma di un (apprezzabile) tentativo di presentare il tema da un punto di vista scientifico. Mi stupisce come molte suggestioni ricavate solamente dall’esperienza (e discusse anche su questo blog), trovino finalmente un riscontro scientifico (sempre che questa scienza non sia la patafisica – in tal caso però si spiegherebbero molte cose).

Prima di tutto: che le teorie derivate dall’ipotesi del “periodo critico” (=si può imparare una lingua solo da piccoli), siano soltanto fanfaluche o, per dirla con la BBC, un mucchio di stronzate [a bunch of crap]. Non che ci volesse chissà quale ricerca per capirlo: se una cosa è così semplice che anche un bambino può impararla, perché non dovrebbe riuscirci un adulto?
Tutte le paranoie sull’immediato e inarrestabile invecchiamento del cervello appena usciti dall’infanzia assomigliano molto a un alibi; paradossalmente, proprio chi è convinto dell’esistenza del “periodo critico” è come se stesse mettendo in atto una sorta di self-fulfilling prophecy, precludendosi le possibilità offerte dall’apprendimento di una nuova lingua, che vanno dall’incremento della neuroplasticità alla creazione una “riserva cognitiva” in grado di rallentare l’imbacucchimento.

In secondo luogo, nell’articolo si osserva che «multilingual people often adopt different behaviours according to the language they are speaking». È esattamente ciò che ho riscontrato parlando, ad esempio, del “paraculismo” di Voltaire (in senso filosofico), consistente nel cambiare registro a seconda del proprio pubblico (quando scriveva in italiano, l’Arouet diventava papista, pudico e a tratti pure oscurantista).
Anche qui, la questione è semplice: parlare un’altra lingua vuol dire entrare in un nuovo universo, e in un certo senso diventare un’altra persona. Quando, per esempio, penso e parlo in turco, io sono turco; e quando penso e parlo in francese, io sono frocio francese. Solo così si possono costruire «barriere neurali tra le lingue» [neural barriers between the languages]. Ovviamente questo non significa che la lingua sia in grado di influenzare i comportamenti di una persona, o che esista un collegamento “naturale” tra parlare italiano e mangiare la pizza, ma solo che le divisioni artificiali create all’interno della mente necessitano in un dato momento di manifestarsi esteriormente.

Per certi versi ciò potrebbe rappresentare un incentivo a mettersi in gioco per chi non ha molta stima di se stesso e a volte vorrebbero essere un’altra persona. Come dice il Poeta: «ma se la vita all’interno ti pesa | tu la porti al di fuori» (U. Saba).  Persino l’introversione alla quale, sempre dal punto di vista culturale (ripeto: non stiamo parlando di associazioni innate) obbligherebbero alcune lingue ugrofinniche, andrebbe comunque “portata al di fuori”, per esempio nella mimesi del tipico carattere nordico incline al silenzio, alla contemplazione e al suicidio (si scherza). Chiaramente non si può ragionare solo per stereotipi: anche una maschera immaginaria, come quella dell’olandese eterosessuale, del polacco astemio o dell’arabofono rispettoso delle donne (si scherza, su) potrebbe “funzionare” a seconda della prospettiva da cui si parte. In generale però la persōna si costruisce soprattutto a contatto con i parlanti nativi, dunque assimilando e introiettando, anche involontariamente, un numero incalcolabile di cliché.

Eccetera, eccetera. Inutile tediarvi con le altre straordinarie scoperte a cui sono pervenuto, e che la science (des solutions imaginaires) ora conferma. Piuttosto veniamo al punto, vale a dire: una volta appurato che si – può – fare, perché imparare trenta lingue?
Il motivo lo spiega l’articolo stesso: «The chance to make friends and connections, even across difficult cultural barriers». Per tradurlo in italiano dovremmo usare qualche volgarissima sineddoche, quindi preferiamo dirlo ancora con un’espressione inglese: A girl in every port. L’argomento in verità è ancora oggetto di dibattito: per esempio l’irlandese Benny Lewis, una delle “star” attuali del poliglottismo, dimostra che alla fin fine non si rimedia poi granché. In effetti, non ha molto senso imparare trenta lingue per avere trenta donne, soprattutto nel caso tu sia calvo, sovrappeso e impacciato (sto sempre parlando di Lewis). È come quando, per l’identico motivo, si vuole diventare musicisti, oppure attori, o anche ragionieri (perché qualsiasi cosa faccia un uomo è sempre diretta a tale scopo). Nel caso in questione tuttavia non si vuole alludendo a un puttan tour internazionale in compagnia dell’amico di Martucci, quanto a un ideale commistione del poliglottismo con al poligamia. Tutto questo, s’intende, solo a livello di pura fantasia: nella realtà basterebbe trovare uno straccio di donna pronta ad assecondarti che il gioco è fatto (anche il buon Lewis, la prima che ha trovato se l’è sposata). Tanto per dire, a me andrebbe bene una che sappia un po’ di danese, di polacco, di lituano, d’ebraico e della lingua che parlano in Papua Nuova Guinea.

Ma perché sto parlando di ’sta roba? l’argomento non era il poliglottismo? Appunto, allora chiudiamo il cerchio: il “make friends and connections” vale soprattutto al di fuori della comunità dei poliglotti, che oltre ad annoverare pochissimi esemplari femminili, è intrisa di quel geek machismo già insopportabile in un ambiente di per sé sfigatissimo, ma aggravato dagli squilibri ormonali generati da un utilizzo intensivo di entrambi gli emisferi del cervello. Insomma, a imparare troppe lingue si diventa un po’ checche pazze – nel volume di Michael Erard Babel No More vengono citati degli studi a tal proposito (è la science che parla ancora).
Spero che tale rivelazione non freni gli amici lettori (che seguo anche personalmente) ad apprendere una nuova lingua (e poi un’altra, e un’altra ancora); era soltanto per dire che si tratta di un esercizio stimolante e intenso persino dal punto di vista “fisico”, cioè cerebrale, oltre che intellettuale. Non c’è nulla da perdere nello studio di una nuova lingua (nel peggiore dei casi è un esercizio che vale mille volte qualsiasi brain grame o videogioco “educativo”).

Per chi non idea da dove iniziare, suggerirei prima di tutto di dotarsi di una buona mnemotecnica (da un punto di vista “teorico”, sarebbe utile leggere L’arte della memoria di Frances A. Yates, mentre da quello “pratico” L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer) e poi di seguire i consigli degli stessi poliglotti (l’articolo della BBC ne contiene alcuni, seppur banali, come esercitarsi un’ora al giorno o ascoltare musica leggera).
Il traguardo delle trenta lingue può essere raggiunto in dieci anni al ritmo di una lingua ogni quattro mesi: l’importante è cominciare da oggi. (Mi dispiace ma non sono bravo come motivatore, posso solo dirvi che se imparate almeno il polacco o l’ungherese poi potete andare in Polonia o Ungheria dove sono tutti bianchi – ve l’ho detto che non sono bravo a motivare).

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