mercoledì 5 aprile 2017

Vizi italiani e altrui virtù


Mi sono spesso trovato a stigmatizzare uno dei vizi tipici di noi italiani, l’auto-denigrazione, quella tendenza ossessiva a credere di vivere nel peggior Paese del mondo, un sentimento che i sociologi conoscono e classificano sotto varie formule: per esempio, xenocentrismo («preferenza per i prodotti, gli stili o le idee della cultura di qualcun altro piuttosto che della propria»), xenofilia («sensazione che la propria cultura di appartenenza sia inferiore»), allofilia («atteggiamento positivo nel confronto di un gruppo che non sia il proprio»), oikofobia («ripudio del proprio patrimonio culturale») o servilismo culturale («complesso di inferiorità interiorizzato che induce le persone a respingere la propria cultura considerandola inferiore alle altre»).

Tuttavia, ripensandoci, anche certe considerazioni contribuiscono indirettamente a rinforzare il pregiudizio che si vorrebbe condannare, poiché in ultima analisi esse confondono i sintomi con le cause, costringendo a cercare una spiegazione non solo nella sociologia o nell’antropologia (come abbiamo appena visto), ma anche nella psicologia. Ci si domanda infatti se questa forma mentis non sia forse dovuta a un complesso di superiorità (“L’Italia è il Paese migliore del mondo”) sfociato in quello di inferiorità (“L’Italia sarebbe il Paese migliore del mondo, se non facessimo così schifo”). Oppure a una sorta di “patriottismo” represso che si esprime nell’unica maniera consentita, cioè nella sensazione di essere perennemente inadeguati rispetto alle proprie potenzialità.

In realtà, alla luce degli ultimi volumi di M. J. Cereghino e G. Fasanella, Il golpe inglese (2011) e Colonia Italia (2015), emerge una spiegazione più semplice e tranchant: questi complessi di inferiorità sono introiettati nell’opinione pubblica da individui prezzolati da servizi segreti stranieri (inglesi, in particolare). Niente di più ovvio, in effetti, ma finché non sono spuntati fuori i documenti desecretati dagli archivi britannici, solo le malelingue avrebbero potuto dubitare della buona fede di “moralizzatori” e “fustigatori”.

Oggi invece scopriamo che erano tutti sul libro paga del Secret Intelligence Service, e il fatto che tali rivelazioni abbiano suscitato solo timide e sparute reazioni di sdegno lascia pensare che il flusso di finanziamenti occulti non si sia mai interrotto.
Ecco quindi spiegato il motivo per cui quel famoso politico predicava austerità, privatizzazioni e vincoli esterni, uniche medicine a suo dire in grado di guarire un popolo anarchico e irresponsabile, incapace di governarsi da sé.
Ecco perché il rinomato giornalista sputava quotidianamente sui suoi connazionali “traditorelli” e “truffatori da strapazzo” che non meritavano la generosità e la fiducia degli altri Paesi occidentali.  
Ecco perché l’intellettuale di turno piagnucolava per la sua Italia “culturalmente arretrata”, marginale e pericolosa, perennemente a rischio di fascismo non appena provava a difendere uno scampolo di interesse nazionale.
Non facciamo nomi, per carità di patria… altrui.

A questa storia però prima o poi si dovrà andare fino in fondo, perché se è vero che l’Information Research Department, il dipartimento del Foreign Office che passava veline e informazioni riservate alle tre categorie di cui sopra, è stato dismesso quarant’anni fa, sicuramente il suo corrispettivo odierno è lo stesso che al momento opportuno impone ai nostri giornali di cantare la stessa canzone.
Come scrivono Cereghino e Fasanella, parlando del 1962 (ma sono giudizi ancora validi per l’oggi): «Colpisce la sistematicità con cui la maggior parte dei giornali […] sposa il punto di vista della Corona dei Windsor. Altrettanto evidente risulta l’uniformità delle argomentazioni, esposte non attraverso dei ragionamenti ma ripetute in modo ossessivo, quasi fossero delle lezioni imparate a memoria e poi reiterate all’opinione pubblica. Sarà un caso ma, all’epoca, varie fra le testate citate [nel rapporto al Foreign Office] da Sir Clarke [ambasciatore in Italia] ricevono regolarmente i materiali dell’Information Research Department» (Colonia Italia, p. 207).

È importante concentrarsi principalmente sugli inglesi, sia perché nel corso di questi decenni, grazie alla loro incredibile capacità di far sparire qualsiasi traccia, sono passati inosservati persino alla letteratura “complottistica”, sia perché rispetto agli americani e ai russi non avevano alcun interesse nell’utilizzare l’Italia come pedina o “arma di ricatto”, ma solo impedirle di avere «una totale libertà politica» (per citare Churchill).

Un giorno sarà quindi necessario, come detto, fare piena luce su queste complicità e doppiezze. Ovviamente non allo scopo di imbastire un fantomatico processo per altro tradimento (o qualche “esecuzione postuma” in stile anglosassone), quanto per avere finalmente motivazioni plausibili della “nostra” malattia: usando ancora le parole degli autori, per non limitarsi più a «fotografare una patologia senza offrire un’analisi delle cause che l’hanno determinata». Altrimenti continueremo a piangerci addosso persino per quanto ci piangiamo addosso.

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