sabato 1 aprile 2017

Tecniche divine


Quando si discute di “tecnica”, bisognerebbe tener sempre presente la Legge di Murphy: Se qualcosa può andar male, lo farà. La regola è valida non solo per la considerazione più ovvia che se una società è disposta a rifiutarla per motivi etici o ideologici, ce ne sarà un’altra che la accetterà fino in fondo (e costringerà poi tutti a fare altrettanto); ma anche per una riflessione più complessa riguardante la natura stessa della tecnica, il cui destino è profondamente legato all’essere umano e alle sue credenze.

Prendiamo un caso eclatante, come la sperimentazione sugli embrioni umani condotta in questi anni dagli scienziati cinesi: nonostante tale comportamento susciti l’unanime indignazione delle istituzioni internazionali, sembra che a dispetto delle nostre moratorie e dei nostri appelli, anche noi saremmo presto pronti ad accettare la manipolazione della “materia umana”. Se non lo faremo in nome della razza o della patria, sarà l’amore a condurci a tale esito; alludo a quel tipo di “amore” che sorvola sui rischi di eugenetica derivanti dalla pratica della fecondazione assistita. Da tale prospettiva, il richiamo continuo a modelli alternativi allo “sviluppo” si arrende di fronte all’invalicabile muro del politicamente corretto.

Forse a luddisti, ambientalisti e decrescisti vari, converrebbe meglio affidarsi, come ultima ratio, alla Laudato si’ di Papa Francesco. Del resto è proprio quello che stanno facendo, senza tuttavia rendersi conto che una cattolicizzazione dell’ecologismo (o viceversa), comporta l’accettazione indiretta del concetto di creazione, che è decisamente distante dalla loro idea ipostatizzata di “natura”.
La nozione cristiana di creato infatti sottintende che tale creazione esista in funzione dell’uomo. Negli appelli a “difendere la natura” e a “salvare il pianeta” si cela un presupposto quasi elementare: queste cose non esisterebbero senza un uomo capace di contemplarle (è un concetto che oggi conosciamo come principio antropico, ma la cui storia è antichissima).
La “natura”, la Terra, Gaia, può sopravvivere sia all’inquinamento sia a un olocausto nucleare: una volta estinta la specie, essa avrà tutto il tempo che vuole (milioni o miliardi di anni) per “riprendersi” dalla disdicevole infezione umana e ritornare a uno stato di pre-antropizzazione.

È utile ricordare, anche solo di sfuggita, che sin dagli albori dell’industrializzazione, il cattolicesimo sviluppò dall’incipiente questione sociale una sorta di “ambientalismo”. Per esempio, nel 1874 durante le assise veneziane dell’Opera dei congressi emersero posizioni inedite: tanto per citare, nella sua invettiva il segretario generale del primo congresso Alfonso Rubbiani affermò che Caino fu «il primo costruttore di città», contrapponendolo «all’uomo innocente collocato da Dio in un giardino, tra i fiori e le piante». La reazione della “sinistra” dell’epoca a tali suggestioni si può sintetizzare col giudizio complessivo di Marx sul cattolicesimo sociale: «Una mano di vernice socialista sull’ascetismo cristiano».

Tornando ai nostri giorni, possiamo considerare un’evoluzione positiva il superamento dell’antropofobia che ha caratterizzato i movimenti ambientalisti per lunghissimi decenni. Sta passando di moda l’idea che l’uomo sia un virus o un cancro per la  solita eterogenesi dei fini, anche le fantasie ecologiche più estreme finiranno per essere antropizzate.
Restano nondimeno molti dubbi sulla svolta “ecologista” del Vaticano, sopratutto per certi sgradevoli risvolti malthusiani: qualche segnale dà l’impressione che si stia giocando un po’ troppo con gli equivoci. Per esempio, la famigerata “magia di colori” che ha inaugurato il Giubileo della Misericordia, con proiezioni di suricati e scimmiotti sulla facciata di San Pietro, pur essendo stata presentata come il segnale di una nuova sensibilità, è in realtà proprio la rappresentazione plastica del dilemma a cui accennavamo, poiché in fondo non si è trattato che di uno degli spettacoli (allo stato dell’arte, s’intende) più artificiali (se non artificiosi) prodotti dall’uomo (in natura, lo ricordiamo non esistono maxi-schermi come quello offerto dalla Basilica vaticana).

Sarebbe triste se questi continui malintesi, spesso voluti, alla fine contribuissero annullare l’approccio salvifico (o almeno “liberatorio”) che il cattolicesimo ha finora tenuto nei confronti della tecnica, il quale rischia invece di essere incorporato in un immanentismo che non cammina nemmeno su gambe proprie (dato che si pensa sempre come un negativo del trascendente) e che al momento decisivo verrà spazzato via da immanentismi che non si percepiscono come tali e che di conseguenza saranno molto più feroci e sbrigativi (per tornare alle “cineserie” di cui sopra).

Detto ciò, i pregiudizi dovrebbero essere abbandonati anche da quelli che pensano che la “tecnica” comporti un destino netto e inevitabile. Bisognerebbe tornare al vichiano verum ipsum factum, per capire come questa “tecnica” sia una realtà umana, governata e diretta dalla stessa volontà di chi l’ha creata: in fondo, anche il transumanesimo è un umanesimo.

Per essere il più chiaro possibile, vorrei soffermarmi sul tema dell’intelligenza artificiale: a mio parere l’opportunità di creare macchine pensanti o addirittura coscienti non è così esaltante come appare, proprio perché sono convinto che quel che viene presentato come un percorso obbligato sia in realtà ispirato a motivazioni extra-scientifiche, e che in generale si sia meditato poco non tanto sulle conseguenze che tutto ciò potrebbe comportare (su quelle, gli pseudo-luddisti si sono concentrati fin troppo), quanto sul desiderio stesso di costringere un’intelligenza artificiale all’autocoscienza.

Nel volume divulgativo Schiavi del computer?, Gregory Rawlins, pur avendo gioco facile nel proporre in termini puramente pragmatici tale “trasmutazione” («Per mantenere in vita la spirale della complessità in aumento, saremo costretti a delegare sempre più ai computer le decisioni relative alla loro stessa progettazione»), non può fare a meno di chiamare in causa simboli e allegorie che eccedono l’ambito del puro e semplice utilitarismo, paragonando ad esempio il chip a un mandala e l’intelligenza artificiale a un Golem:
“Watching a chip work, we seem to hear the lilt of a soaring dream. It's the twentieth-century’s mandala, an icon of our struggle to achieve order over chaos, an image of our world written in sand with crystalline grace, intricate and beautiful: information made touchable.”
[«Osservando un chip al lavoro, sembra di sentire la musica soffusa dalle ali di un sogno. Il chip è il mandala del ventesimo secolo, un’icona della nostra lotta per conquistare l’ordine sul caos, un’immagine del nostro mondo, scritta con sabbia e dotata di grazia cristallina, intricata e profondamente suggestiva: informazione resa tangibile»]
(G. Rawlins, Slaves of the Machine: The Quickening of Computer Technology, MIT Press, Cambridge, 1997, p. 29; tr. it. Schiavi del computer?, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 39).
In fondo è ciò che inconsapevolmente fanno molti scienziati, non solo quando invocano una macchina che sappia ridere e piangere, ma persino quando si lasciano travolgere dalla competizione con l’Eterno, una sfida alla quale tengono particolarmente gli atei.
Nel romanzo Il Grande Ritratto (1960), Dino Buzzati esprime nel modo più suggestivo questa tentazione:
«“[Nell’uomo] con rapidità addirittura precipitosa, nel giro di pochi milioni di anni si può dire, si è prodotta una deformazione, un caso di gigantismo, una tumescenza che quasi quasi dubito fosse compresa nel progetto iniziale della creazione, tanto va poco d’accordo con tutto il resto”
“Una deformazione?”
“Sì. La massa cerebrale diventa sempre più imponente, la teca cranica si espande, il sistema nervoso raggiunge una complessità da far paura, insomma l’intelligenza dell’uomo si distanza sempre più da quella di tutte le altre bestie. Vuole, caro Ismani, che qui si parli di soffio divino? Parliamone. Il fenomeno, obbiettivamente considerato, non muta. […] Sviluppandosi in modo abnorme il cervello dell’uomo, e il suo sistema nervoso, e la complessiva sensibilità, a un certo punto…  A un certo punto, caro collega, è entrato in scena un elemento imponderabile, un prolungamento incorporeo del corpo, un’escrescenza invisibile eppur sensibile, una protuberanza che non ha precisa dimensioni, peso, forma, che scientificamente parlando non sappiamo con sicurezza neanche se esista. Ma che ci dà tanto di quel filo da torcere: l’anima! […] Se costruiamo una macchina che ha percezioni come noi, che ragiona come noi, […] automaticamente quel prodotto famoso, quella essenza impalpabile, il pensiero voglio dire, l’instancabile moto delle idee che non hanno riposo neanche in sonno; di più, di più, non solo il pensiero, ma la sua individualizzazione, la permanenza dei caratteri, insomma quel tumore fatto d’aria che però talora ci pesa addosso come se fosse piombo, l’anima, l’anima dunque vi si stabilirebbe. Diversa dalla nostra? Perché? Che importa se l’involucro, invece che di carne, fosse fatto di metallo? Non è vivente anche la pietra? […] Non c’è nessuna difficoltà teologica. Dio per caso dovrebbe essere geloso? Non proviene ugualmente tutto da lui? Materialismo? Determinismo? È tutto un problema diverso. Niente eresie al cospetto dei padri della Chiesa. Anzi” ».
Una hybris che non si riduce esclusivamente al “giocare a fare Dio”, ma si lascia influenzare dalla nostalgia inespressa di quella che Julian Jaynes (nel classico The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind, 1976]) definisce “bicameralità”, la caratteristica dell’uomo alle soglie della consapevolezza di se stesso, quando l’ansia del processo decisionale veniva scaricata all’esterno della coscienza: «Se un’anima poteva essere imposta a una cosa così fragile come la carne per infonderle vita […] tanto più era possibile che la vita, una vita divina, fosse infusa dal cielo in una statua di bellezza immutabile non contaminata da esigenze fisiologiche, una statua dal corpo perfetto e immacolato fatto di una sostanza inattaccabile dalle rughe come il marmo o esente dalle malattie come l’oro» (tr. it. L. Sosio, Adelphi, 1996, p. 398).

Il modo in cui si sta configurando il processo di creazione dell’intelligenza artificiale risente dunque eccessivamente dei difetti della creatura umana. Il rischio è quello di produrre nuovi idoli e nuove schiavitù: non per questo però dobbiamo scaricare le nostre responsabilità su una fantomatica “tecnica”, che in ogni suo aspetto rispecchia invece le aspettative più profonde della specie.

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