lunedì 10 aprile 2017

Putin stupratore

L’ultimo numero della rivista polacca “Historia bez cenzury” (10 aprile 2017) è dedicato all’Armia gwałcicieli, l’“esercito di stupratori” che durante la Seconda guerra mondiale violentò centomila donne polacche. Il ritratto del soldato dell’Armata Rossa in copertina, dai tratti incredibilmente simili a quelli di un noto politico russo contemporaneo, ha ovviamente un po’ indispettito i kacapy:


L’editoriale in verità non aggiunge granché alla polemica: si ricorda la scultura Komm Frau di uno studente dell’Accademia delle Belle Arti, che ritrae una donna incinta violentata da un soldato russo mentre le punta una pistola in bocca, esposta nel 2013 nella strada principale di Danzica ma rimossa immediatamente dalle autorità polacche (che arrestarono pure l’artista); vengono anche rievocati il film Una donna a Berlino del 2008, basato sull’omonimo memoriale, che racconta gli stupri di massa nella Germania occupata dai russi, e la serie televisiva Le nostre madri, i nostri padri, in italiano col titolo di Generation War (?). Tra le testimoni più note di quel periodo, si cita Hannelore, prima moglie di Helmut Kohl, a dodici anni stuprata ripetutamente dagli uomini dell’Armata Rossa (che poi la gettarono da una finestra) e morta suicida nel 2001.

Infine, in cauda venenum, una delle accuse decisamente più disonorevoli per l’esercito sovietico, ovvero quella di aver violentato le donne polacche non per vendetta (come fecero, oltre che con le tedesche, con le estoni, le lituane, le ungheresi, le romene, le cecoslovacche), ma come “risarcimento” per l’impegno messo nel “liberare” il Paese.

I russi, non potendo contestare più di tanto certe accuse (anche se negli ultimi anni ci sono stati tentativi di revisionismo), si impuntano non a torto sull’utilizzo di un’immagine ispirata direttamente dalla propaganda nazista:

“Volete che questo accada alle vostre donne e figlie?
Combattete con tutte le forze contro il bolscevismo!”
In verità non è la prima volta che accadono questo tipo di “incidenti”, e presumibilmente non sarà nemmeno l’ultima. Un criterio che dovrebbe essere riconosciuto e rispettato da entrambe le parti è quello stabilito dal regista cinese Mou Tun-fei, che al suo Men Behind the Sun, una pellicola splatter sui tragici esperimenti condotti sulla popolazione dagli occupanti giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, pose in esergo il motto Friendship is friendship; history is history, in risposta al governo cinese che voleva censurarlo per non compromettere i rapporti con Tokyo. 

L’amcizia è amicizia, la storia è storia: solo così forse potremmo sperare di risvegliarci da quell’incubo che continuiamo appunto a chiamare storia.

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