lunedì 3 aprile 2017

Oiropa: una certa idea di Nord

Merkel nemico pubblico(manifesto ad Atene)
Mi spiace che la famigerata “Europa a trazione tedesca”, di cui si è tanto parlato in questi anni, si sia rivelata l’illusione che è sempre stata: con la Brexit e Trump anche la grande stampa, per obbligo di riallineamento, è costretta ora (in tempi sospetti, quindi) a riconoscere che la Germania, più che la leggendaria “locomotiva”, rappresenta soltanto una zavorra per l’economia europea e mondiale (sto citando “Repubblica”).

Credo di conoscere bene il milieu dal quale sorge la mitologia filo-alemanna nazionale, avendo fatto la spola tra due lande le più “germanofile” d’Italia, la Brianza e il Salento, luoghi di perdizione da dove piccoli artigiani leghisti e vecchi emigranti terroni contribuirono ad alimentare le leggende di una terra senza cartacce per terra, una burocrazia che fa i mestieri di casa, una nazione di scuole eccellenti e ampi parcheggi. L’unica “egemonia culturale tedesca” alla fine si riduce appunto a questo, all’aria di superiorità rustica e provinciale del padroncino comasco o del manovale leccese, due categorie che per giunta si guardano bene dall’invitare gli omologhi ad ascoltare musica tedesca o interessarsi agli sceneggiati televisivi teutonici (per non dire della gastronomia).

Non so se anche negli altri Paesi dell’Unione (specialmente tra i “PIIGS”) serpeggino siffatti scampoli di ideologia, ma nel caso italiano emerge nitidamente come, per un breve periodo, l’antipolitica, l’“europeismo” (cioè il nordeuropeismo), il Selbsthass e l’antistatalismo si saldarono in una richiesta (non troppo implicita) di annessione.
Il leghismo degli albori, per esempio, aveva tutte le caratteristiche del Los-von-Rom: al principio degli anni ’90 Bossi minacciò persino di realizzare la Riforma in Italia, ispirandosi «alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi Paesi protestanti che credono in Dio e in Gesù Cristo ma non riconosco l’autorità del papato» (Vento dal Nord, Sperling & Kupfer, Milano, 1992, p. 190).
Una sparata, tra le tante, che testimonia una stagione politica ormai irrimediabilmente chiusa, non tanto per colpa degli italiani (che in otto anni di recessione su sedici di euro hanno dato anche troppo), ma a causa dell’incapacità tedesca di governare un’unione politica senza schiacciare e depredare i comprimari, o perlomeno di farlo premurandosi di imporre una propria “cultura” in modo egemonico, uno straccio di Kultur con cui nascondere una Zivilisation da bottegai (come d’altronde fanno da sempre dagli amici americani).
Son fatti così, i tedeschi: sarà colpa del Faust o della particolare conformazione geografica, ma è un dato di fatto che questa nazione non ha mai imparato a gestire le proprie aree d’influenza, le quali non coincidono affatto con il Lebensraum (come sa bene Albione).

Il caso della Grecia è forse anche più “esemplare” di quello italiano: indipendentemente dalle proprie opinioni sulla moneta unica, è difficile sostenere che i modi in cui sono stati tamponati i problemi di Atene possano considerarsi legittimi, da una prospettiva non dico morale, ma almeno politica ed economica. Per sostenere un’idea economicamente irrazionale, quale è l’euro, Berlino avrebbe infatti dovuto farsi totalmente carico di Atene. Invece, come qualcuno ricorderà, i tedeschi posero i greci di fronte a un’aporia (απορία): Anschluss Grexit. Il noto Schäuble ebbe l’ardire di proporre quest’ultima soluzione, ben sapendo che la Grecia non avrebbe mai accettato di abbandonare il simbolo della “arianizzazione” promessa in cambio dell’annessione economica: è stata, quella, un’ulteriore dimostrazione della miopia della leadership tedesca, che dopo aver proclamato il dogma dell’irreversibilità, credette di cavarsela così a buon mercato. E il fatto che poi, a causa dell’intervento diretto dell’amministrazione Obama, non siano riusciti ad andare fino in fondo né con una né con l’altra soluzione, è la prova definitiva che Berlino difetta dell’autorità necessaria per imporsi a livello continentale.

Ricollegandomi alle “fantasie di germanizzazione” di cui sopra, ricordo un aneddoto personale: al principio dell’apocalisse ellenica, conobbi una greca sui trent’anni, sicuramente simpatizzante di destra, una di quelle (non rarissime) che chiamano Istanbul Costantinopoli e la Macedonia Fyrom (o non la chiamano affatto), la quale faceva dei discorsi assai interessanti sulla Germania: ne riconosceva la protervia e l’iniquità, ma al contempo credeva che si potesse giungere a una combine, portandomi a esempio una delle più importanti vinerie greche, la Achaia Clauss di Patrasso, che, essendo stata fondata da un tedesco e visitata da Bismarck, venne risparmiata dai nazisti quando invasero il Paese.
Probabilmente all’epoca (circa due anni fa) non era l’unica sciovinista convinta che sarebbe bastato far passare Platone per un ariano e recitare qualche verso di Hölderlin per accattivarsi le simpatie dei tedeschi; anzi, credo che tale “candore quislinghiano” fosse condiviso dalla stessa Alba Dorata (che poi ha, opportunamente e opportunisticamente, corretto la rotta). La germanofilia è del resto un sentimento comune a molti movimenti estremistici europei, dalle destre irredentistiche balcaniche a quelle “nostalgiche” dell’Est. Purtroppo, lo sottolineiamo per l’ennesima volta, la Germania crede soltanto nelle virtù del “bastone” e non si scomoda mai a usare la “carota” neppure con i propri vassalli e fantocci, finendo regolarmente per deluderli.

Oggi che la “voglia di Nord” sembra essersi completamente estinta nei cuori degli autoctoni (siano essi politici leghisti, idraulici polacchi, scrittori ungheresi o neonazisti ucraini), ecco l’ultima trovata propagandistica di Merkel e compari: la Willkommenskultur (ovvero accogliere gli immigrati alla stazione tra gli applausi). Finalmente, dopo anni di sfiducia, la promessa di “arianizzazione” torna ad avere senso grazie ai siriani che mostrano orgogliosi la foto della Cancelliera o alle centinaia di africani che, sbarcati in Italia e in Grecia, aspettano soltanto di raggiungere Berlino, Stoccolma, Vienna o Helsinki.
Eppure anche questa mutazione terminale del “nordismo” cova in sé la catastrofe. Mi riferisco in particolare alle ultime dichiarazioni del solito Schäuble (sempre un’ottima fonte), il quale è riuscito a porre il problema immigratorio in termini di rigenerazione razziale:
«Die Abschottung ist doch das, was uns kaputt machen würde, was uns in Inzucht degenerieren ließe. Für uns sind Muslime in Deutschland eine Bereicherung unserer Offenheit und unserer Vielfalt. Schauen Sie sich doch mal die dritte Generation der Türken an, gerade auch die Frauen! Das ist doch ein enormes innovatorisches Potenzial!»
[“L’isolamento ci distruggerebbe, facendoci degenerare nella consanguineità. Per noi, gli immigrati islamici in Germania sono un arricchimento alla nostra apertura e diversità. Guardate alle terze generazioni dei turchi, specialmente le donne! Qui c’è un enorme potenziale innovativo!”]
Non è soltanto la solita, auto-inflitta, reductio ad Hitlerum ma, in senso più profondo, anche una manifestazione di quel germanesimo segreto esplorato da Furio Jesi, che nel 1975 scriveva:
«Fin dai primordi dell’etnologia o dell’etnografia moderne, lo studioso si è accostato alle credenze e alle esperienze esoteriche dei cosiddetti “primitivi” con l’intenzione […] di conoscere gli aspetti più segreti di forme di vita collettiva diverse da quelle europee, e spesso con il proposito o la speranza di contribuire così a una sorta di rigenerazione della socialità del proprio gruppo, alla scoperta o alla riscoperta di potenzialità umane latenti» (cit. in E. Manera, Furio Jesi. Mito, violenza, memoria, Carocci, Roma, 2012, p. 93).
L’ultima ratio del “nordismo” come ideologia è quindi quella di convogliare nel proprio tessuto sociale masse di “selvaggi”, con la speranza di una palingenesi biologica e sociale (o perlomeno culturale). Nel caso della Germania, tale deriva diventa minacciosa quando consente il riemergere della figura del “buon Hans” che si sacrifica ritualmente per il futuro della patria (ne parla sempre Jesi in Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 97), uno stereotipo dalle sgradevoli affinità con quello dell’“europeista” odierno, che mette in atto una specie di auto-genocidio a scopi propiziatori, un rito di fertilità per tenere ancora in piedi un sistema economico agonizzante (anch’esso innalzato su immagini archetipiche antiche e nuove).

La verità è che l’unico “Nord” dignitoso è quello in cui si realizza un giusto equilibrio tra storia, cultura, etnia e geografia: non ci si può autoproclamare come tale e attendere di trasformarsi in un luogo eletto. Altrimenti, l’unico esempio valido sarebbe quello della Corea del Nord, visitata recentemente proprio da Salvini in compagnia del senatore Razzi, due esponenti di quella connection leccese-brianzola di cui si discuteva all’inizio: non a caso il politico abruzzese, da bravo “terrone” (lato sensu) ha riconosciuto nella Repubblica Popolare una “Svizzera d’Oriente”, mentre il leader leghista ha trovato particolarmente attraenti proprio i lati “terronici” del regime, dichiarando la sua ammirazione per «il senso di comunità splendido, tantissimi bambini che giocano in strada e non con la playstation, un grande rispetto per gli anziani, cose che ormai in Italia non ci sono più». Dal che si evince che nemmeno Pyongyang rispetta i criteri minimi di nordicità stabiliti nella Venezia del ’700, quando fu proibito di giocare al balon per strada (ma la propaganda nordcoreana lasciava già intuire un immaginario dominato da motivi tipicamente “sudisti” come spacconeria, il vittimismo e lo sciatto utilitarismo).

La catastrofe alla fine travolgerà tutti i “Nord” che abbiamo imparato ad amare: non soltanto quella parte di Corea che probabilmente farà da capro espiatorio nella contesa sino-americana, ma anche la “parte alta” del Vecchio Continente, al quale il Nord più a Nord di tutti, ha dichiarato guerra (per ora solo commerciale). Una nota di speranza è nelle previsioni dell’analista americano di origine indiana (o indoarianaParag Khanna, secondo le quali tra qualche decennio, grazie ai cambiamenti climatici, la popolazione che abita oltre il circolo polare artico si centuplicherà, le nuove capitali del mondo diventeranno Vancouver, Oslo, Vladivostok, e una Groenlandia indipendente riuscirà a coniugare il clima scandinavo e le virtù teutoniche con una capacità energetica di stampo “saudita”: l’ultima Thule per vetero-leghisti, svizzero-abruzzesi e arabo-africani?

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