sabato 8 aprile 2017

Defolloware Trump sulla Siria

Trump bombarda la Siria e per qualche giorno diventa lo zio d’America: finalmente ha dato ai pacifisti la guerra che volevano. Il dibattito italiano che proviene dal milieu liberal-progressista-democratico è sconcertante: mi è bastato seguirlo un quarto d’ora per imbattermi in sentenze del tipo: “Non credevamo che Trump potesse commuoversi per le foto dei bambini, lo immaginavamo più freddo”, “La sua strategia è imprevedibile, il Presidente è un bravo giocatore, nasconde le sue carte”, “Obama era troppo debole e si è tirato indietro, se le bombe fossero cadute 5 o 6 anni fa le cose sarebbero andate diversamente”. Non riesco a immaginare cosa avrebbero detto se fossero stati guerrafondai...
Come osserva giustamente Giorgio Cremaschi (un mio follower su Twitter), «Trump bombarda e uccide in Siria e torna un “presidente perbene”».


È imbarazzante che un tizio fino a un attimo prima considerato un imbecille, un maniaco e un bugiardo compulsivo, venga insignito della qualifica di grande stratega (per giunta umanitario e compassionevole) solo perché ha deciso di sganciare qualche bomba. Tale andazzo in realtà emerge ogni qualvolta scoppia una guerra gradita a chi controlla i media. Dovremmo esserci abituati, ma è sempre sconfortante, soprattutto perché rende difficile avventurarsi in analisi che vadano oltre il livello medio delle argomentazioni: ci si sente quasi in colpa ad affermare alcunché di sensato.

Cosa si può rispondere infatti a quelli che ora esaltano il “buon cuore” di Trump? Dovremmo suppore che The Donald, come Ebenezer Scrooge, abbia riscoperto il suo lato filantropico e si sia deciso a intervenire a favore di tutti i piccoli Tim siriani? Giusta la battutaccia dell’antropologo Maximilian Forte (anch’egli tra i miei follower)‏ «Trump ha riconosciuto un valore di mercato ai bambini (morti). Sventolate le foto di qualche bambino morto, e Trump vi sosterrà».


È comunque un peccato non sentirsi parte di quel mondo pacifista che può godersi una guerra in tutta tranquillità. Sinceramente non so neppure quali considerazioni si potrebbero fare in questi istanti: l’unica cosa di cui sono convinto è che, come al solito, la fine del mondo non è per domani, ovvero che l’apocalisse nucleare è generalmente da escludere, soprattutto per motivi “pratici” (se poi accade, ricordatemi sempre che vi devo una birra).

Nel caso particolare, mi sembra difficile che Mosca non sia disponibile a sacrificare un facile capro espiatorio come Assad: con i russi, gli americani bene o male sono sempre riusciti a mettersi d’accordo, indipendentemente dal prezzo. Del resto, l’unico argomento forte che il Presidente siriano può portare a suo sostegno è la legittimità, che di questi tempi non è tenuta in grande considerazione: finché la si usa con i propri alleati, è un conto; ma di fronte al nemico, non ha molto valore; egli dunque dovrebbe meditare sulla fine fatta da tutti i rappresentanti del socialismo arabo, e riconoscere che nessuno dei contendenti in campo è disposto a morire per Damasco.

Non capisco nemmeno, in verità come Assad abbia potuto resistere così a lungo: pur non avendo mai scritto una sola parola a suo favore, devo riconoscergli per l’ennesima volta una resilienza al di fuori del comune (non solo rispetto a un mondo come quello del socialismo arabo), alla quale hanno ovviamente contribuito il sostegno di Mosca, Teheran e Beirut, così come la frammentazione delle opposizioni cannibalizzate dall’Isis (nonché dissanguate dall’esodo di quelli che avrebbero dovuto resistere invece che desistere).
Anche in quello che è presumibilmente l’ultimo atto degli al-Assad, si esprime la storia di questa “dinastia”, nata, come si ricorderà, dalla spregiudicatezza di un contadino, Sulayman al-Wahsh (bisnonno dell’attuale Presidente) che alla fine del XIX secolo riuscì a imporre il suo clan come punto di riferimento regionale per l’Impero Ottomano. Uno dei suoi undici figli, Ali Sulayman (1875–1963) sfruttò poi la posizione di notabile per diventare referente dell’amministrazione francese e nel 1927 ottenne la possibilità di cambiare il patronimico al-Wahsh (“bestione”) in al-Assad (“leone”). Dall’inizio del mandato francese fino alla fondazione del Partito Baath, il clan creò dal nulla una tradizione militare alauita egemonizzando la milizia coloniale, osteggiata dalle famiglie dominanti sunnite (refrattarie al mestiere delle armi) e stabilendo per poco tempo anche un État des Alaouites. Con la nascita del Baath e la sua successiva suddivisione in una branca filo-irachena e una filo-siriana, la supremazia degli al-Assad nell’intera regione divenne un dato di fatto. Il “segreto” di questa dinastia dipende forse proprio dal cambio di patronimico: per ottenere una qualsiasi forma di legittimità, gli al-Assad hanno sempre tentato di adattarsi all’ideologia dominante del momento. Hafez al-Assad, come direbbe il Manzoni, non voleva fare il tiranno selvatico: ciò spiega il passaggio dai colonizzatori all’indipendentismo panarabo, dalla dittatura militare al repubblicanesimo, dal socialismo al nazionalismo, dal leninismo al gollismo eccetera (ancora oggi il suo erede vorrebbe accreditarsi, senza altrettanto successo, come alleato indiretto dell’“Occidente” e baluardo contro il fondamentalismo islamico).

Questa, in fondo, potrebbe essere la storia di molte dinastie presenti e passate – anche di quelle nate in tempi democratici (Drumpf?): l’“Occidente” approfitta spesso delle crisi di legittimità altrui almeno per poter stendere un velo pietoso sulle proprie, dividendo i buoni dai cattivi a suon di bombe, gettando sulle spalle del mondo il peso del proprio nulla.
Per tornare in tema, non possiamo non notare che le nazioni della “parte giusta” dell’emisfero rischiano un contraccolpo più simbolico che militare dalla nuova guerra che vogliono iniziare. Il residuo umanitarismo che ispirò la ridicola “coalizione dei volenterosi” è definitivamente scomparso per decine di motivi: ne è prova, tra le altre cose, persino la natura dell’ultimo casus belli. Se fosse stata colpita un’ambasciata o una nave spia americana, probabilmente il gesto in sé non sarebbe parso tale da giustificare un intervento militare (e forse nemmeno un nuovo attacco alle Torri Gemelle avrebbe avuto lo stesso effetto che ebbe a inizio millennio).

In questi momenti difficili, penso che la scelta giusta da fare, seppur severa, sia quella di defolloware Trump su Twitter (sia il suo profilo personale che quello da Presidente). Già il fatto che non avesse fatto nulla per il Madagascar aveva indignato un po’ tutti, ma la vera goccia che ha fatto traboccare il vaso, prima ancora dell’attacco alla Siria, è stata il siluramento del “camerata Tavernello” Steve Bannon, l’unico che alla fine può dire di esser uscito “pulito” da tutta la vicenda.
In compenso, continueremo a seguire Melania, anche per cavalleria.


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