domenica 30 aprile 2017

Checco Zalone, leader del PD?


Prima scena: Durante un convegno dei MoDem (movimento di minoranza del Partito Democratico) del 22 gennaio 2011, il deputato PD Giacomo Portas afferma: «Il Paese era più sano ai tempi de La vita è bella di Roberto Benigni. Una prova del degrado a cui siamo arrivati? Guardate chi è in testa alla classifica dei film più visti: Checco Zalone. Siamo passati da Benigni a Zalone»

Seconda scena: All’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016, Matteo Renzi fa introdurre il suo intervento da una canzone di Checco Zalone, “La Prima Repubblica”.

Avevo creduto si trattasse dell’ennesima “svolta” di Renzi, l’appropriazione del comico probabilmente più odiato a sinistra dopo Martufello; invece la visione di Quo vado? (uscito un anno e mezzo fa, ma meglio tardi che mai) mi ha rivelato l’atroce verità: Checco Zalone è diventato un piddino!

Il suo ultimo film è a tutti gli effetti un’opera di propaganda, come dimostrano un’infinità di elementi legati alla retorica del “nuovo corso” del Partito Democratico: la demonizzazione degli impiegati pubblici e del “posto fisso”; la glorificazione acritica di quello che Arbasino definisce “Il Prestigioso Estero”; il cosmopolitismo straccione tipico di chi non ha mai messo piede fuori dalla sua provincia (geografica e mentale); la trasformazione del precariato in una “filosofia di vita”.
A tutto ciò si aggiunge un “lieto fine” basato sui buoni sentimenti che contrasta con lo “stile Zalone”.

Per analizzare nel modo più approfondito possibile l’opera, avrei forse dovuto concederle una seconda visione, ma al momento la cosa non è nelle mie corde: nonostante Zalone sia riuscito a strapparmi più di una risata (resta comunque un grande interprete) la voglia di concedere una seconda possibilità a Quo vado? decisamente manca.
Non è però solo un problema “politico”: ci sono pellicole di propaganda che sono capolavori e che continueremo a guardare, nonostante il loro “messaggio” (perenne perturbatore di ogni estetica) ci ripugni profondamente.
Qui la questione riguarda principalmente il “gusto”: più i film di Checco hanno perso in qualità, più è stato necessario fornirgli sostegni da ambiti “extra-artistici”, per così dire.

Ricordiamo, con un poco di nostalgia (ma senza esagerare), il suo esordio, splendido come tutti gli esordi, Cado dalle nubi, che ci aveva dato l’illusione di una nuova “primavera” del cinema italiano, il rilancio del filone comico-demenziale senza il quale non avremmo avuto i capolavori degli ultimi decenni.
Al confronto degli iniziali exploit di Benigni (lo diciamo anche a favore dei piddini che evidentemente non hanno mai visto i primi capolavori di volgarità e “degrado” del loro idolo), Cado dalle nubi è obiettivamente di livello superiore: non vorremmo sembrare blasfemi se lo paragoniamo a Ricomincio da tre di Troisi (peraltro la trama è quasi identica).

Poi venne Che bella giornata, ancora all’altezza del “brand” ma già intaccato dalla tirannia dei contenuti, che imposero il “lieto fine” del terronismo che trionfa sul terrorismo (per usare le parole dello stesso attore); l’unico a rimetterci fu il povero Herbert Ballerina (ma del resto lui non ci voleva nemmeno andare con quella tizia!).

Il terzo capitolo dell’avventura cinematografica zaloniana, Sole a catinelle, segna a mio parere una netta caduta di stile: dopo il Molise non c’è più nulla, se non un imbarazzante autodafé per riconciliarsi con quella fetta di pubblico (peraltro rilevante solo dal punto di vista mediatico) che lo ha sempre disprezzato.

Erano dunque questi i prodromi di una crisi che si credeva estemporanea, magari provocata ad arte solo per rimediare qualche comparsata in più su Rai Tre: invece il nostro Checco ha deciso di darsi anima e corpo all’andazzo generale, offrendo con Quo vado? una sorta di sacrificio rituale del suo personaggio in nome del Brave New World che ci aspetta. 

Sorge un dubbio: era proprio necessario? Tutto il mainstream è impegnato da anni a dipingere la “pretesa” di avere un lavoro fisso come sinonimo di grettezza e codardia, a ridurre qualsiasi considerazione positiva sull’Italia a una manifestazione di chiusura mentale e populismo, a svilire il desiderio di costruirsi una famiglia come perversione da terrone sottosviluppato (a meno che non sia una famiglia gay, ché in questo caso persino le fantasie da sartina sono più che tollerate).

Sia chiaro: in tutta la commedia all’italiana il carattere predominante è quello del Suchender (per usare l’espressione del compianto Tommaso Labranca), il “cercatore” che vuol essere altro da sé e le cui tracce ritroviamo in innumerevoli pellicole, da Il vedovo di Alberto Sordi a Tre uomini e una gamba di Aldo Giovani e Giacomo.
Non è però soltanto una classica coming-of-age story, quella che gli italiani hanno voluto reinterpretare con i propri canoni (i quali non furono certo quelli dell’idillio o della fiaba), ma un’amara riflessione su quale fatica di Sisifo sia superare i propri limiti, abbandonare le certezze per l’ignoto.
Non stiamo insomma parlando di Un medico tra gli orsi, che al contrario pare proprio il modello al quale Zalone si è ispirato per distruggere il suo personaggio senza uscire mai dai limiti della (bassa) commedia: un’operazione che, almeno dal punto di vista artistico, si fatica a comprendere. Se proprio desiderava “crescere”, avrebbe potuto farsi dirigere da uno come Pupi Avati, che è riuscito a trasformare in attore drammatico persino Fabio Ferrari (il Chicco dei Ragazzi della 3ª C). Invece ha semplicemente preferito pervertire il “suo” genere e in tal modo turlupinare il suo pubblico abituale: è per questo che siamo costretti a parlare di propaganda.

Volendo affrontare en passant i contenuti della pellicola, ciò che risulta irritante più di ogni altra cosa è quel “cosmopolitismo straccione” a cui abbiamo già accennato: un via di mezzo tra la idealizzazione del “Nord” tipica di una certa mentalità meridionale e il terzomondismo peloso che piace terribilmente ai nostri “progressisti”. Secondo questa improponibile Weltanschauung, qualsiasi luogo del pianeta, dal circolo polare artico alla savana, è considerato migliore dell’Italietta “culla” del caos, della mafia della corruzione, del bullismo e della xenofobia.
È questo uno dei sintomi del provincialismo profondo che accomuna piddini e leghisti, saltimbanchi e intellettuali, sceneggiatori e opinionisti: persone che non hanno mai messo piede nel Prestigioso Estero se non con tutte le garanzie del caso (già come semplici turisti per loro sarebbe stato un rischio troppo grande).

Sorvolando, per buon gusto, sulle piccole e grandi tragedie che compongono la storia dell’emigrazione meridionale, mi tornano in mente alcuni versi di “I mari del Sud” di Pavese, quando il ragazzo di paese chiede al cugino emigrante di raccontargli la Tasmania e la Malesia: «Ma quando gli dico | ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora | sulle isole più belle della terra, | al ricordo sorride e risponde che il sole | si levava che il giorno era vecchio per loro».
Sì, per mortificare la favoletta raccontata da Zalone sarebbe bastato non dico Pane e cioccolata, ma anche solo la prima parte di Pappa e ciccia (Lino Banfi in Svizzera) o il primo episodio di Quelle strane occasioni (Paolo Villaggio in Olanda). Però il sospetto che dietro le facezie si nasconda una raffinata operazione di manipolazione della coscienza collettiva è forte (e necessita perciò di una risposta proporzionata). 

È sconcertante come lo stesso Renzi (e la stampa che lo ha sostenuto), abbia sdoganato lo stile di Checco proponendo il suo film quale sintesi delle proprie intenzione verso l’Italia che verrà.
Proprio ieri, 29 aprile, manco a farlo apposta, “Repubblica” ha stigmatizzato l’ostinatezza degli italiani che desiderano ancora il “posto fisso”, paragonandoli con malizia a... Checco Zalone (che viceversa voleva dimostrare quanto angusta e claustrofobica sia una vita da statali):
«Si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto –e narrato– con efficacia, nel suo film Quo vado?, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l'unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali».
Certi articoli stanno diventato obiettivamente incommentabili, anche per la poca onestà intellettuale di chi li stila. Ma non era Zalone a sbeffeggiare la mentalità da “Prima Repubblica” con quella canzonetta tanto amata dall’ex-premier, che avrebbe voluto inaugurare la “Terza” con una delle riforme più indecenti e sconclusionate dell’Italia repubblicana?

La favoletta ci è stata raccontata in tutti i modi, portando addirittura alla cannibalizzazione dei residui della commedia all’italiana; credo che sia giunto il momento che i piddini si prendano le loro responsabilità: hanno voluto lanciare un’“opa” sui cinepanettoni? Bene, se li tengano. Vorrà dire che almeno la destra potrà avere il privilegio, anche per puro spirito di contraddizione, di abbeverarsi a sorgenti più limpide ed elevate (mal che vada, resta sempre Maurizio Battista...).

Al di là delle considerazioni politiche, resta il problema del cinema italiano. Grazie a Zalonel’ignoranza aveva recuperato piena cittadinanza, ma dopo questo harakiri è tornato nuovamente il vuoto: la “domanda” però non accenna a esaurirsi, se pensiamo soltanto all’iperattività di Maccio Capatonda e i suoi accoliti, oppure allo spin-off di Cado alle nubi, Non c’è 2 senza te con i due cugini omosessuali. Potremmo quindi concludere riconoscendo un ruolo positivo dell’artista in tal senso; tuttavia le istanze politiche sono ineludibili e irritano ancora. Per dirla apertis verbis: Checco Zalone promette a tutti gli italiani che, una volta abbandonate le “superstizioni” su lavoro, casa e famiglia, la loro vita diventerà un colossale Grand Tour dove i compiti più ingrati saranno solo masturbare orsi polari e far partorire elefantesse. Sembra proprio l’Italia sognata dalla “nuova sinistra” di cui abbiamo avuto un assaggio (che a molti ha già provocato un’indigestione). Perché allora non suggerire a Checco di sfruttare le immense praterie che gli si sono spalancate in politica, e candidarsi alle prossime primarie del PD? Non se sarà un ruolo più nobile del buffone di corte, ma con l’esaurirsi della vena artistica è un’ipotesi che dovrebbe prendere in considerazione.

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