mercoledì 26 aprile 2017

APB, una serie trumpiana


È da un mese ormai che Fox sta trasmettendo la serie televisiva APB – A tutte le unità, il cui copione sembra esser scritto direttamente da Donald Trump. La storia in due parole è questa: l’ingegnere miliardario Gideon Reeves (interpretato da Justin Kirk), dopo aver perso il suo migliore amico (nero) in una rapina, rileva il 13° distretto di polizia di Chicago e non bada a spese per riempirlo con le migliori attrezzature e le trovate tecnologie più all’avanguardia. Grazie ai suoi investimenti stratosferici, i peggiori criminali della città vengono sgominati e i cittadini possono finalmente tornare a sorridere.

In pratica basterebbe guardare una puntata per capire come funziona l’intera serie: eppure non ci si vorrebbe mai staccare da questa abbuffata di giustizia americana che, almeno a livello di fiction, adempie una delle promesse fatte dal Presidente nel discorso d’insediamento («And the crime, and the gangs, and the drugs that have stolen too many lives and robbed our country of so much unrealized potential. This American carnage stops right here and stops right now»).

Al di là dell’intreccio, che alla fine si rivela interessante soprattutto per i suoi risvolti “politici”, neppure la recitazione risulta convincente. Come facilmente intuibile, i caratteri sono piuttosto stereotipati: il miliardario non può non essere eccentrico e volitivo (infatti è ispirato dichiaratamente alla figura di Elon Musk, uno dei pochi imprenditori della Silicon Valley che sostiene Trump), mentre la protagonista femminile, la detective Theresa Murphy (interpretata dall’attrice di origine cubana Natalie Martinez), è la tipica madre single nonché poliziotta sottopagata nonché una di quei sudamericani buoni che non appartiene alla schiera dei bad hombres invisi al Donald.

Un tocco di originalità (e simpatia) è garantito dalla presenza dell’attore Ernie Hudson, il nero dei Ghostbuster, nelle vesti del sergente Conrad. Come ciliegina sulla torta avrebbero potuto chiamare qualche afro-americano da Scuola di Polizia, ma in effetti la scelta sarebbe potuta apparire troppo scontata.

Attualmente la serie in Italia è giunta alla quinta puntata, mentre negli Stati Uniti si è già conclusa la prima stagione. In generale sembra un crime drama anni ’80 “pompato” con ritrovati ultra-tecnologici, come droni, taser efficacissimi, occhiali per la realtà aumentata, una app per avvisare in tempo reale la polizia, una nuova macchina del caffè ecc…
Probabilmente è proprio questo il nocciolo della ricetta Trump per l’intera America: tornare agli anni ’80 per andare avanti. Dal keynesismo militare a quello “poliziesco”? Un’ipotesi rassicurante soprattutto per quest’ultimo periodo, in cui i venti di guerra hanno ripreso a soffiare.

Il giudizio sull’opera è al momento sospeso, dato che non siamo arrivati nemmeno a metà. Se dovessimo valutarla solo in base all’entusiasmo, dovremmo sicuramente dare un voto positivo, poiché assistere alla caccia al criminale con qualsiasi mezzo possibile, la cui disponibilità è garantita da un budget illimitato è obiettivamente esaltante.
Le serie tv dell’era Obama, le cui potenzialità sono state fortemente intralciate dalle esigenze del politically correct, cominciavano a diventare troppo cervellotiche e deprimenti. Finalmente ora si torna a sparare ai cattivi, a rifare nuovamente un’America grande e sana; non c’è più nemmeno tempo per le scene di sesso e nudo, perché ora la vita è solo un’incessante caccia a delinquenti e spacciatori: come in un videogioco, ma per persone normali.

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