mercoledì 26 aprile 2017

Al soldo dei filantropi


Oggi è sempre più facile e veloce trasformare la propria passione in una professione: la cosa fondamentale, come al solito, è lavorare gratis, e poi vedere di nascosto l’effetto che fa. Un’idea potrebbe essere, per esempio, quella di aprire un blog e scrivere le cose giuste: qualora le cose che hai scritto alla fine si rivelassero davvero troppo giuste, ecco che arriva la Open Society di Soros a sostenerti. È così che si svorta na piotta, come si dice a Roma.

Si scherza, ovviamente; io poi non ce l’ho con György Schwartz (italianizzato in Giorgione de’ Sorossi), anzi per me dovrebbero farlo Papa. Non amo nemmeno la sua riduzione a un Emmanuel Goldstein qualsiasi, dato che spesso quelli che lo usano come spauracchio non gli sono moralmente superiori. In fondo il suo ideale di società potrebbe essere condivisibile, da noi che (volenti o nolenti) non crediamo più in nulla, ma abbiamo comunque bisogno di un “ordine”. Riesco già a immaginare la giornata-tipo di Soroslandia: al mattino, una seduta di droghe leggere, magari una bella cannetta; al pomeriggio si va a ritirare il “reddito di cittadinanza”, o si va a “lavorare” come venditore di droghe leggere (per restare in tema), oppure graffitaro, cuoco vegano, rapper, reporter, filantropo, mediatore culturale ecc…; la sera, altra cannetta, poi filmetto porno, e infine a letto – a meno che non si sia troppo stanchi e annoiati, e allora si entra in una cabina per l’eutanasia e ci si gode la “dolce morte” (un altro pilastro della società aperta prossima ventura).

Amen. Però anche volendo “arrendersi” ai proggettoni di Soros, rimane la sgradevole sensazione che il filantropo non voglia realmente razzolare quel che predica. Ciò che infatti ho notato, per esperienza personale (ma devo rimanere sul vago, perché non sono abbastanza ricco da permettermi di parlare liberamente su certi argomenti), è che i finanziamenti non arrivano mai laddove sarebbero realmente utili. Sempre per restar vaghi: perché in alcuni Paesi la mediazione culturale nei confronti degli immigrati, che magari fanno parecchi sforzi per integrarsi, è praticamente inesistente, e quando esiste è svolta perlopiù a titolo gratuito? Ecco, questo è un aspetto della vicenda che fatico a spiegarmi. È vero, potrebbe pure darsi che nella gestione della cosiddetta “accoglienza” ci siano talmente tante ruberie e truffe che non rimanga nemmeno un euro da dedicare alla fatidica “integrazione” (almeno dal punto di vista linguistico-culturale). Tuttavia lo scopo dei vari “enti filantropici” non dovrebbe essere proprio quello di sopperire alle mancanze dello Stato, e finanziare quei progetti che, pur essendo utili appaiono come impraticabili, essendo i loro promotori indipendenti e dunque impossibilitati a ottenere i fondi dai potenti di turno?
Invece qui il flusso dei finanziamenti sembra sia sempre dirottato verso chi, magari anche inconsapevolmente, o in buona fede (mah…), contribuisce a mantenere una situazione di “caos controllato”, di “emergenza perpetua”. Del resto lo stesso Soros ha ammesso che, nel migliore dei casi, i suoi investimenti “umanitari” rispondono al desiderio di “appagare l’istinto di speculatore”.

La verità è che quando c’era Lui queste cose non succedevano. Bene o male, da destra a sinistra, tutti riuscivano a svortare. Sì, sto parlando proprio di Lui, impossibile equivocare: Raffaele Mattioli.
Bisognerebbe ricostruire l’elenco di persone beneficiate dal celebre “banchiere umanista”, una lunga lista di intellettuali, scrittori e giornalisti che ricevettero un assegno mensile per mecenatismo: finora abbiamo parlato solo di Tiziano Terzani, ma le testimonianze sono innumerevoli.
Per esempio, nella sua ennesima autobiografia, Eugenio Scalfari racconta che negli anni ’50 Mattioli gli elargì 150.000 lire al mese in cambio di un “bollettino settimanale” su quanto accadeva negli ambienti dell’editoria e della politica (a Terzani, qualche anno dopo, diede uno “stipendio segreto” di mille dollari più o meno per la stessa cosa).
Per fare un altro esempio che, almeno dal punto di vista politico, possiamo considerare sul “versante” opposto, rimandiamo a quelle note dello Zibaldone di Romano Amerio nelle quali il cattolico tradizionalista descrive l’illuminato banchiere quasi come un santo: «Fu dei rarissimi uomini che servirono il Paese senza servire i potenti del mondo»; «La religiosità di lui appare nelle sue estreme disposizioni. Volle essere sepolto all’ombra dell’abbazia di Chiaravalle milanese nell’antico camposanto dei monaci».
Anche Amerio si avvalse della generosità del banchiere, che tra l’altro fece pubblicare dalla casa editrice Ricciardi gli studi sul Campanella e lo spronò a redigere uno dei più clamorosi atti d’accusa contro il Concilio Vaticano II, Iota Unum (da un’intervista del 1988 a “Il Sabato”: «Mattioli mi difese e protesse sempre. Aveva un’inclinazione di benevolenza per me. Furono i Mattioli, il figlio in specie, ad indurmi poi a concepire e a portare a termine il mio lavoro»).

A questo punto, potremmo uscircene col solito “si stava meglio quando si stava peggio”: però è un fatto che quando i banchieri internazionali erano nazionali, c’era obiettivamente più “libertà di movimento”, garantita perlomeno dalla comune appartenenza a una stessa comunità.

Oggi, invece, mi pare che accettando finanziamento da enti che, almeno all’apparenza, sembrano legibus solutus, gli “spazi di manovra”, specialmente per un intellettuale, si riducono in maniera drastica. Anche dai documenti della Open Society recentemente hackerati, emerge un metodo che francamente ha poco a che fare col mecenatismo (si rimanda, tra le centinaia di testimonianze, a questa che, seppur controversa, descrive bene lo stato effettivo delle cose: «There are a number of journalists around the world who have sold their journalistic professional credentials and credibility to the devil»).

È del resto possibile che nemmeno Soros sia così “internazionale” come vuol far credere e che le sue buone cause coincidano con quelle del Paese di cui ha voluto assumere la cittadinanza. In tal caso, c’è la minima speranza che anche la filantropia di costui riconosca i limiti stabiliti dalla national security a cui risponde. E quindi ci domandiamo: dove bisogna mandare l’iban per ricevere un bonifico?

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