sabato 29 aprile 2017

Ai limiti del traducibile. La zoologia fantastica e le nostre canzoni preferite

Scopro ora che non esiste una traduzione inglese di Supergiovane di Elio E Le Storie Tese: sarebbe facile cavarsela con una trasposizione letterale, tuttavia credo che senza alcun apparato critico e filologico il pezzo rischierebbe di generare numerosi equivoci. In particolare risulterebbe perturbante la comparsa improvvisa del Catoblepa, creatura leggendaria la cui presenza viene “ufficialmente” giustificata con la necessità di trovare una rima per le Tepa.


L’altra sera, meditando sulle opere del poeta Pasquale Panella, con la complicità di un virus intestinale che mi ha impedito di fare alcunché, al di là di struggermi sulla vacuità dell’esistenza, ho finalmente individuato, per l’avanguardia che egli vorrebbe rappresentare, una definizione incontestabile (ricordo che lo stesso Panella espresse indirettamente il desiderio di essere etichettato: «Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio»).
Ecco, Panella è un preterintenzionalista. Lasciando da parte eventuali risvolti giuridici, ciò a cui mi riferisco è una sorta di surrealismo o dadaismo o ermetismo dal taglio umanistico, nel senso che nel realizzarsi pone al contempo la necessità di essere interpretato e compreso. A differenza dell’art pour l’art, il preterintenzionalismo ha dunque uno scopo: suscitare una richiesta di senso. Se non fosse così, non si spiegherebbe, giusto per rimanere sul “caso” Panella, la smania esegetica che pervade gli appassionati del secondo Battisti, i quali sono lungi dall’adattarsi a una lettura “estetizzante” di quei testi.

Tornando a Elio E Le Storie Tese, non penso che il loro stile possa essere definito preterintenzionalista; tuttavia è difficile negare che la loro opera non si presti anche a una lettura di questo tipo. Per esempio, la figura del Catoblepa rimanda al neologismo creato da Raffaele Mattioli nel 1962, catoblepismo, per indicare il circolo vizioso tra politica e finanza. Considerando che il Supergiovane combatte, oltre i matusa, soprattutto il governo, la sua relazione col Catoblepa a questo punto risulta enigmatica: com’è possibile che uno dei “giovani” condivida, almeno nel nome, una delle caratteristiche tipiche del governo? Ci troveremmo di fronte a un mimetismo dai tratti mostruosi...
Per sciogliere la tensione, riportiamo la pacifica definizione di “Catoblepa” contenuta nel Manuale di zoologia fantastica del Borges:
Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, “fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto”.
Catoblepas, in greco, vuol dire “che guarda in basso”. Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnù (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio si legge:
«Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico , fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante».
Ora, una lettura preterintenzionalista si imporrebbe altresì quando, in una canzone straniera, magari in una lingua che ancora non conosciamo, ci s’imbatte in un’altra creatura fantastica.
In uno dei classici della ricerca logodromica, che si impose come ascolto obbligato agli albori dei nostri studi in lingua polonica, Euforia di Pawbeats (con Quebonafide e Kasia Grzesiek), nel susseguirsi frenetico e soverchiante di rime fa capolino l’Uroboro, la cui presenza allietò i giovani giorni in cui non si masticava una parola di polacco, quasi come un caro animaletto pronto ad accogliermi al ritorno a casa.


…Blizny nie bolą, życie to uroboros, tu początek jest końcem…
«Le cicatrici non fanno male, la vita è un uroboro, dove l’inizio è la fine»


Il testo (qui una traduzione in inglese), nel quale sostanzialmente si discute di amore e droga, cioè amore e morte (connubio abusato, sul quale non val la pena spendere una parola), contiene tuttavia riferimenti complessi, tra il colto e il popolare, che per chi è alieno alla contemporaneità probabilmente sfuggirebbero anche nella propria lingua.
Per riprenderci ancora una volta dall’ennesimo scacco euristico, torniamo al Manuale di zoologia fantastica del Borges (voce “Uroboros”):
Adesso l’Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dèi; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l’umanità trovò un simbolo migliore.
Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l’immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, “che comincia alla fine della coda”. Uroboros («che si divora la coda») è il nome tecnico di questo mostro, di cui poi gli alchimisti fecero spreco.
La sua comparsa più famosa si ha nella cosmogonia scandinava. Dall’Edda in prosa, o Edda Minore, risulta che Loki generò un lupo e un serpente. Un oracolo avvertì gli dèi che queste creature sarebbero state la perdizione della terra. Il lupo, Fenrir, fu messo a una catena forgiata con sei cose immaginarie: il rumore del passo del gatto, la barba della donna, la radice della roccia, i tendini dell’orso, l’alito del pesce e la saliva dell’uccello. Il serpente, Jörmungandr, “fu gettato nel mare che circonda la terra; e nel mare è talmente cresciuto, che adesso anche lui circonda la terra, e si morde la coda”.
Nello Jötunheim, o dimora dei giganti, Utgarda-Loki sfida il dio Thor a sollevare un gatto; il dio, impiegando tutta la sua forza, appena riesce a sollevargli di poco una zampa; il gatto è il serpente. Thor è stato ingannato con arti magiche.
Quando giungerà il Crepuscolo degli Dèi, il serpente divorerà la terra, e il lupo il sole.
Affrontiamo infine la fiera più estrema della nostra serie, la Manticora. Ci introduce al suo cospetto Ile mogłem [“Quanto potrei”], il capolavoro di Quebonafide (con K-Leah): lo stesso bardo che pochi mesi prima aveva invocato l’Uroboro, ora pone la fatale sfinge a guardia di un tour de force linguistico e semantico, questo sì intraducibile nei suoi arcani rimandi a una quotidianità polacca che sfortunatamente ci è inaccessibile.
Dopo l’attacco “In questo business faccio la parte del leone, Manticora…” ecco che incrociamo una “giacca Burberry su misura” [marynarę Burberry na miarę], un profumo Herrera [zapach Herrery], un “orologio Beurer” [Zegarek od Beurera], che sarebbe un sensore di attività elettronico (cioè un cardiofrequenzimetro per il fitness) e altre cose leggere e vaganti che non siamo in grado di afferrare…


(A partire da 1:40; si consiglia la visione integrale del video, girato tra Malta e Berlino):
…Ten biznes ma moją lwią część; mantykora
Skojarz, od zawsze postęp to logos
Od za małej bluzy z za dużym logo
Po luksusową marynarę Burberry na miarę, zapach Herrery
Zegarek od Beurera, bangery od Raya i Cher i cheri lady…

Anche qui, per recuperare la serenità e tornare a una dimensione a noi più consona, chiamiamo in causa Borges per l’ultima volta (voce “Manticora”):


Plinio riferisce che secondo Ctesia, medico greco di Artaserse Mnemone, “c’è in Etiopia un animale chiamato manticora, il quale ha tre ordini di denti connessi come quelli d’un pettine, faccia e orecchie d’uomo, occhi azzurri, corpo cremisi di leone, e coda terminante in aculeo come di scorpione. Corre con una somma rapidità ed è amantissimo della carne umana; la sua voce è come un concerto di flauto e tromba”.
Falubert ha migliorato questa descrizione. Nelle ultime pagine della Tentazione di sant’Antonio si legge:
«La manticora (gigantesco leone rosso, dal volto umano, con tre filari di denti):
– I marezzi del mio pelame scarlatto si confondono col riverbero delle grandi sabbie. Soffio dalle narici lo spavento delle solitudini. Sputo la peste. Mangio gli eserciti, quando s’avventurano nel deserto.
– Ho le unghie ritorte a succhiello, i denti tagliati a sega; e la mia coda roteante è irta di dardi che lancio a destra, a sinistra, in avanti, in dietro. Guarda! Guarda!
(la manticora lancia le spine della coda, che si irradiano come frecce in tutte le direzioni. Gocce di sangue piovono schioccando sul fogliame)».
Così si conclude questa retrospettiva sulla necessità non tanto di tradurre, quanto di interpretare e, se è possibile, comprendere: come sempre, a giungerci in soccorso, oltre a ecolalie, pareidolie e glossolalie, i cari vecchi archetipi che accompagnano da millenni la nostra avventura umana.

Europa Umiera (L’Europa muore)

Un ennesimo accorato appello alla crociata da parte del rapper polacco Basti, accompagnato stavolta dal collega Toony. Non condividiamo i contenuti ma lo facciamo a scopo scientifico ecc…

A parte le battute, ogni testimonianza artistica di questa “stagione del terrore” ha un suo valore: se da altre parti latitano, magari per rimozione, oppure per una identificazione completa col mainstream, la colpa è appunto solo degli altri. L’arte è necessaria per esprimere dolori e ansie collettive, non si può sempre relegare tutto ai pastelli, a Imagine di Lennon o alle seconde serate di Rai Tre.

Comunque, come detto, noi non condividiamo ecc… Ci diverte solo, tra i versi, la precisazione sull’islamo-fascismo: «No al fascismo ispirato da [o “che proviene dal”] Corano». Come a dire: vogliamo il fascismo “nostro”, non vogliamo la crisi mimetica con gli altri fascismi. È un punto interessante perché nonostante i “progressisti” si illudano di vivere già in questa “crisi” (magari ogni qualvolta si mette in atto anche la misura più blanda atta a scongiurare il prossimo attentato), in verità essa si verificherebbe solo quando il cosiddetto “islamofascismo” venisse tollerato in nome del politicamente corretto: uno scenario à la Houellebecq che molti stanno propiziando senza avvedersene.


Europa umiera, pada na kolana
Za zamachem zamach, ból, cierpienie, ludzki dramat, trauma
To nie film, to się dzieje tu i teraz
Na naszych oczach rzeczywistość się zmienia
Prawda bardzo boli, leje się krew niewinnych
A politycy ciągle udają bezsilnych
I powiedz mi, ile jeszcze ciał? Ile głów? Ile bomb?
Żebyśmy zaczęli bronić nasz dom.

Nie chcemy wojny, ale mamy ją dzisiaj
Szaleni ludzie w imię Allaha robią nam Dżihad
Europejskie rządy, ich lewacka polityka
Kontra radykalny Islam i zapędy na Kalifat
Nienawidzą nas, obca jest im demokracja
Nie szanują naszych praw, wszędzie chcą wprowadzić Szariat
Rosną w siłę na słabości Chrześcijaństwa
Zacierają ręce mordercy z Islamskiego Państwa
Tak się kończy wypaczona tolerancja
Poprawność polityczna, emocjonalny szantaż
Ofiary w kagańcach, ukrywana prawda
Wszechobecna propaganda, już od dawna trwa inwazja
Nie patrzmy na Zachód, no bo Zachód już się kończy
My tutaj u siebie musimy się mądrze rządzić
Oni sobie nie poradzą, nie wygrają tej wojny
To początek końca, zaleją ich islamskie hordy.

Europa umiera...

Wielu się łudzi, że Dżihad do nas nie dojdzie
To tylko kwestia czasu, usłyszymy pierwszą bombę
To tylko kwestia czasu, oni uderzą na Polskę
Musimy być na to gotowi, musimy być w formie
To koniec Europy jaką znamy, koniec pokoju, koniec spokoju
To czas terroru, czas rzezi niewinnych ludzi w ich własnym domu
Europa pada na kolana, otwórz oczy, zrozum!
Nie dla uchodźców! Nie dla Islamu!
Nie dla faszyzmu płynącego z Koranu!
Nie dla ludzi, co chcą zabijać w imię Boga
Obudź się Polsko, nie tędy droga
Nie można udawać, że nie dzieje się nic
I patrzeć, jak giną ludzie i po prostu z tym żyć
Nie może tak być, Polska to jest nasz dom
My tutaj rządzimy, bo to my jesteśmy stąd!

Europa umiera...

Nie poprzestaną na zachodzie Islamiści, wierz mi
Teraz gwałcą nam kobiety, potem będą gwałcić dzieci
Zamachy, strzelaniny, wysadzanie się w powietrze
Patrole Szariatu w getcie. Ile tego jeszcze?
Brukselscy wojownicy ubzbrojeni w ostre kredki
Myślą, że malując świat, kurwa, mogą coś zmienić
I znów się palą znicze, kolejny zamach nadchodzi
Sprzedane obce media wciąż tu mydlą nam oczy
Tak tracimy głowę i nie tylko w cudzysłowie
Jola na zawsze w pamięci, to "zabójstwo honorowe"
Radykalnych Islamistów swym pokojem nie przekonasz
Zamiast walczyć o kulturę, wolisz gonić pokemona
Odejdź od kompa i odłóż tą komórkę
Zanim w Polsce będzie nakaz, by laska nosiła burkę
Przekaz płynie nurtem, tu na emigracji żyję
Jestem synem tej Ojczyzny, która nigdy nie zginie!
L’Europa sta morendo, è in ginocchio
Attentato dopo attentato, dolore, sofferenza, tragedie collettive e traumi
Non è un film, sta accadendo qui e ora
La realtà sta cambiando
sotto i nostri occhi
La verità fa malissimo, sta scorrendo sangue innocente
E i politici continuano a non fare nulla
Allora dimmi, quanti corpi ancora, quante teste, quante bombe,
per convincerci a difendere la nostra casa?

Non vogliamo la guerra, ma già ci siamo in mezzo, questi pazzi ci portano il jihad in nome di Allah
I governi europei, le loro politiche sinistrorse
contro l’islam radicale che vuole il califfato,
Loro ci odiano, sono estranei alla democrazia
Non rispettano le nostre leggi, vogliono imporre ovunque la Sharia
Si rafforzano grazie alla debolezza della cristianità, gli assassini dello Stato Islamico si fregano le mani
È così che finisce questa falsa tolleranza,
il politicamente corretto, il ricatto emotivo,
alle vittime una museruola, la verità messa a tacere
la propaganda è onnipresente, l’invasione è cominciata già da tempo
Non guardiamo a Occidente, l’Occidente è già finito
Noi dobbiamo governarci da soli e con saggezza,
loro sono incapaci, non vinceranno mai questa guerra,
questo è l’inizio della fine,
saranno travolti dalle orde islamiche.



Molti si ingannano che il jihad non arriverà dalle nostre parti,
ma è solo questione di tempo quando sentiremo la prima bomba
È solo questione di tempo, attaccheranno la Polonia
Dobbiamo essere pronti, dobbiamo essere in forma
Questa è la fine dell’Europa come la conosciamo, la fine della pace, della tranquillità
È il tempo del terrore, dello sterminio di innocenti nelle loro stesse case
L’Europa è in ginocchio, apri gli occhi, svegliati!
No ai rifugiati! No all’Islam!
No al fascismo ispirato dal Corano!
No a quelli che vogliono uccidere in nome di Dio, Svegliati Polonia, è un vicolo cieco,
Non si può far finta che non sia successo nulla,
guardare la gente morire e nonostante ciò continuare a vivere,
Non può andare avanti così, la Polonia è la nostra casa, noi qui dobbiamo essere padroni, perché qui viviamo!


Gli islamisti in occidente non si fermeranno, credimi
Adesso stuprano le donne, domani lo faranno con i bambini,
Attentati, sparatorie, si fanno saltare in aria,
ronde islamiche nei ghetti, quanto dobbiamo sopportare?
I guerrieri di Bruxelles hanno temperato bene i pastelli
perché pensano di poter colorare il mondo, cazzo, credono di poter cambiare le cose
E ancora accendono le candele, mentre un nuovo attacco sta arrivando
I media venduti agli stranieri continuano a mentirci davanti agli occhi
È così che perdiamo la testa, e non è solo un modo di dire
Jola per sempre nei nostri ricordi, fu “delitto d’onore” [un caso di cronaca di anni fa]
Non fermerete mai gli islamisti radicali con la vostra pace
Invece di combattere per la vostra cultura, preferite dare la caccia ai Pokemon
Staccati dal computer e molla il cellulare
Prima che in Polonia anche le fighe siano costrette a indossare il burqa
Il mio messaggio scorre nel flusso, io vivo in esilio
Sono figlio di questa patria che non morirà mai!

venerdì 28 aprile 2017

Jesteśmy Polakami

Un’altra testimonianza dal nostro poeta dialettale preferito, Basti, del quale abbiamo già tradotto qualche capolavoro. Ovviamente non condividiamo i contenuti, è solo a scopo didattico e sociologico, per capire cosa desiderano i giovani (polacchi).


Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy dbać o naszą matkę Polskę dziś.
Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy sami toczyć walkę o to, żeby być.

Sami powinniśmy dbać o nasze dobro i
każdy z nas powinien w sobie pielęgnować Polskość,
szanować biel i czerwień, szanować nasze godło,
kochać naszą matkę Polskę i prezentować mądrość.
Mieć honor, godność i nie padać na kolana,
polskie sprawy rozwiązywać w Polsce, inaczej nie wypada.
Polska ma być silna, niepodległa, a nie słaba,
taka niegodna postawa, to naszej ojczyzny zdrada.
Podstawa to czuć przynależność, dumę z pochodzenia,
być Polakiem, sobą niezależnie od otoczenia.
Być niezłomnym jak wyklęci byli i walczyć do końca,
przecież to jest nasz dom, to nasza kochana Polska.
Jesteśmy stąd, tu Polacy rządzą tutaj,
żadnych komisarzy z unii nikt nie będzie słuchał,
żaden z nich nie ma prawa nas pouczać,
patrząc na historię nie rozumiem skąd ta buta.

Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy dbać o naszą matkę Polskę dziś.
Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy sami toczyć walkę o to, żeby być.

Kwestia Polskiej demokracji to temat zastępczy,
nie martwcie się o nas tylko o gwałcone niemki,
damy sobie radę sami, was rozliczą niemcy,
chcieliście multi-kulti no to płaćcie za błędy.
Ta cała debata na temat Polski to żenada,
ktoś tu próbuje sobie z Polaków robić jaja,
ktoś tu sobie myśli, że bezkarnie może nas obrażać
Schulz, Polacy to nie Tusk, uważaj!
My mamy tradycję i narodową dumę,
mamy coś czego nigdy nie pojmiesz, nie zrozumiesz!
Jak będzie trzeba patrioci staną murem,
bo mamy tożsamość, kochamy naszą kulturę.
A obywatele świata, to całe lewactwo,
chorą polityką zniszczą każde państwo, bo
brak wartości to ich najwyższa wartość, to
fałszywa moralność, zło.

Zobacz co się dzieje w Niemczech,
zobacz co się dzieje z Francją,
zobacz co się dzieje w Belgii,
zobacz co się dzieje z Anglią,
zobacz co się dzieje w Grecji,
zobacz co spotkało Węgrów,
zobacz co zabija szwecje,
Polacy mają szczęście!!!
Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi dobbiamo prenderci cura della nostra madre Polonia.
Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi
dobbiamo lottare per il nostro diritto a esistere.


Dovremmo prenderci cura di noi stessi,
ognuno di noi dovrebbe coltivare la propria “polaccheria”,
rispettare il bianco e il rosso, rispettare il nostro emblema,
amare la nostra Madre Polonia e agire con saggezza.
Mantenere l’onore, la dignità e non inginocchiarci, i problemi dei polacchi può risolverli solo la Polonia e nessun altro.
La Polonia deve essere forte, indipendente, mai debole,
l’atteggiamento vile è un tradimento della patria.
Alla base di tutto c’è il senso di appartenenza, l’orgoglio delle proprie origini,
bisogna essere polacchi in qualsiasi situazione.

Essere determinati come i “soldati maledetti” e combattere fino all’ultimo,
perché questa è la nostra casa, la nostra amata Polonia.
Siamo nati qui, qui i polacchi comandano,
nessun commissario dell’unione ci starà ad ascoltare,
nessuno di loro ha il diritto di indottrinarci,
guardando alla storia non riesco a capire da dove provenga questa arroganza.

Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi dobbiamo prenderci cura della nostra madre Polonia.
Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi
dobbiamo lottare per il nostro diritto a esistere.


Il problema della democrazia in Polonia è un pretesto,
non preoccupatevi di noi ma delle tedesche stuprate,
noi ce la sbrighiamo da soli, voi occupatevi della Germania,
Se volete la multicultura, allora pagate per i vostri errori.
Tutta la gazzarra sulla Polonia è una pagliacciata, c’è chi vorrebbe ingannare i polacchi, c’è qualcuno che pensa di poterci insultare impunemente
Schulz, i polacchi non sono come Tusk, attento!
Abbiamo tradizioni e orgoglio nazionale,
Abbiamo qualcosa che non puoi toglierci, che non capirai mai!
I patrioti dovranno essere tutti uniti,
perché abbiamo un’identità, amiamo la nostra cultura.
I “cittadini del mondo” sono tutti sinistrorsi,
una politica malata distrugge ogni nazione, perché la mancanza di valore è il loro più grande valore, questo pseudo-moralismo è il male.
Guarda cosa accade in Germania,
guarda cosa accade alla Francia,
guarda cosa accade in Belgio,
guarda cosa accade all’Inghilterra
guarda cosa accade in Grecia,
guarda cos’è successo all’Ungheria,
guarda cosa sta uccidendo la Svezia,
i polacchi sono fortunati!

Macron vuole sanzionare la Polonia

In un’intervista di ieri (27 aprile), Emmanuel Macron si è dichiarato favorevole alle sanzioni contro la Polonia, in quanto tale nazione violerebbe “tutta le regole europee”:

«“Nei tre mesi che seguiranno la mia elezione, sarà presa una decisione sulla Polonia. Metto tutta la mia responsabilità su questo soggetto”, avverte Macron. “Non possiamo avere un Paese che applica diversi trattamenti fiscali e sociali all’interno dell’Unione Europea e che per giunta viola tutti i principi di questa Unione”.
Quindi Macron desidera che entro questa estate siano applicate le sanzioni. Non sul dumping sociale, perché è impossibile allo stato attuale della normativa, ma sui valori. “Non possiamo avere un’Europa che dibatte sui decimali per i bilanci di ogni Paese, e quando invece uno di questi Paesi si comporta come la Polonia o l’Ungheria nei confronti dell’università e della conoscenza, contro i rifugiati, contro i valori fondamentali, non prende alcun provvedimento”. E se non accade nulla dopo tre mesi? “Vedrete che ci riuscirò. Non lascerò l’Europa così com’è ora”.»
A mio parere sono dichiarazioni tanto gravi quanto ridicole, che oltre a dimostrare una profonda ignoranza dei rapporti di forza all’interno dell’Unione (in questo Macron effettivamente ricorda il “nostro” Renzi), certificano la nuova tendenza dei liberali europei di minacciare altri Stati per raccattare qualche voto in più (l’esempio più recente è quello dell’olandese Rutte contro la Turchia). Le sparate del candidato premier giungono infatti “casualmente” dopo la disastrosa visita alla Whirlpool, che appunto ha deciso di delocalizzare in Polonia.

Il ministro polacco per gli affari europei Konrad Szymański ha definito le dichiarazioni Macron “un concentrato di puro populismo”, e ha aggiunto che “in certi casi è difficile vedere le differenze tra Marine Le Pen e il candidato descritto come il più europeista di tutti”. Touché!

giovedì 27 aprile 2017

I diritti degli ermafroditi nel XVII secolo

«Nel 1692 un avvocato della camera elettorale del Brandeburgo, certo Jakob (sic) Möller, pubblicò un “Discorso sui diritti sessuali degli ermafroditi” [Discursus Duo Philologico-Juridici, Prior De Cornutis, Posterior De Hermaphroditis].
Stampato da Zeitler, a Francoforte sull’Oder, l’opuscolo ebbe un notevole successo per quasi vent’anni. E a ragione perché nella cultura europea mancava ancora un compendio della materia medica e giuridica ad uso degli uomini di legge. Il testo si presenta infatti come un’esposizione delle migliori ricerche cliniche condotte in funzione del lavoro che si svolge nei tribunali di fronte ai casi d’ambiguità dell’apparato genitale e come una silloge delle più importanti tesi giuridiche proposte durante il XVII secolo da chi operava nel campo del diritto.
[…] [Il merito del testo fu] quello di far discutere anche dai protestanti un quesito che sembrava moralmente improponibile alla cultura riformata: “Il matrimonio tra due persone perfettamente bisessuali rende lecito l’uso reciproco dei corpi con l’uno e l’altro organo genitale?”»
(V. Marchetti, “Problemi d’un giurista tedesco del XVII secolo”, in Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia, cur. V. Fortunati e G. Zucchini, Alinea, Firenze, 1989, pp. 223-225)
È singolare che uno storico abbia preso sul serio un discorso Sui cornuti e gli ermafroditi: forse proprio perché troppo serio per capire che si tratta di una satira tardosecentesca, una caricatura dei barocchismi ispano-gesuitici da parte di un avvocato brandeburghese protestante?

Il buon Jacob Möller (-1693) sta infatti rabelaisianamente parodiando un testo del giurista Matheu y Sanz (Tractatus de re criminali) col quale pochi anni prima era stata proclamata la liceità del matrimonio tra due “ermafroditi perfetti”, quei casi rarissimi in cui entrambi i soggetti avessero gli organi maschili e femminili completamente sviluppati e in grado di fecondare.

In effetti il Marchetti sembra intuire che il Möller non sta facendo proprio sul serio, ma rimanda i dubbi alla cultura protestante di riferimento, la quale «invece di intravvedere nello “scandalo” intellettuale del penalista spagnolo i primi segni d’una volontà di trasformazione delle idee sul controllo delle sessualità, vi aveva forse scorto le stigmate della corruzione esistente in materia di costumi sessuali nel mondo cattolico».

Invece è proprio questo il punto: oggi diremmo che il Möller sta “trollando” il suo collega valenciano, simulandone l’acribia nell’affrontare casi estremi e suggestivi (come il “triangolo” tra un ermafrodita perfetto che sposa contemporaneamente una donna e un uomo, oppure la fecondazione simultanea tra due ermafroditi che ignoravano la loro “ambivalenza” prima di sposarsi), per poi decretarli a seconda delle circostanze contrari al diritto positivo (ma almeno non passibili della pena capitale), oppure leciti e conformi al diritto naturale.

Un altro bersaglio del Möller è l’archiatra pontificio Paolo Zacchia (1584–1659), del quale parodia le quaestiones con consigli del tipo “non sposatevi coi castrati” («Cum spadonibus et eunuchis matrimonium non est contrahendum»).

Tra le trovate dell’avvocato tedesco, c’è anche l’istituzione di una commissione permanente per rilasciare certificati agli ermafroditi e controllare il decorso dei loro matrimoni, i quali dovranno essere invalidati qualora nel soggetto osservato una natura sessuale prevalesse sull’altra («Hoc autem ut recte cognoscatur, matrimoniumque legitimum ineatur, ante omnia inspectio requiritur, priusquam Hermaphrodito facultas detur conjugium inire ac nuptias contrahere, ut nempe quis sexus praevaleat»).

Secondo Möller, l’ermafrodito “incerto” andrebbe comunque battezzato come maschio, poiché la perfezione umana tende al maschile (le femmine essendo solo dei “maschi mutilati”), ma se in un secondo momento nel soggetto dovesse prevalere il lato femminile, allora sarebbe necessario una sorta di cambio di sesso “sacramentale”, cioè un nuovo battesimo e un nuovo matrimonio.

Nel corso della lettura sorge il benevolo sospetto che anche il saggio del Marchetti sia a sua volta una burla, dato che è contenuto in una raccolta dedicata ai Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia. D’altronde era il 1989, un’epoca in cui il conformismo degli studi di genere non aveva attecchito, e certe trovate erano ancora consentite o perlomeno tollerate. Oggi invece sarebbe obbligatorio prenderlo sul serio, non solo tra gli accademici; a pensarci bene, è quasi un miracolo che non l’abbiano scoperto i chierici moderni, ché sicuramente avrebbero trovato il modo di inserirlo tra i materiali per l’ultimo Sinodo sulla famiglia.

mercoledì 26 aprile 2017

APB, una serie trumpiana


È da un mese ormai che Fox sta trasmettendo la serie televisiva APB – A tutte le unità, il cui copione sembra esser scritto direttamente da Donald Trump. La storia in due parole è questa: l’ingegnere miliardario Gideon Reeves (interpretato da Justin Kirk), dopo aver perso il suo migliore amico (nero) in una rapina, rileva il 13° distretto di polizia di Chicago e non bada a spese per riempirlo con le migliori attrezzature e le trovate tecnologie più all’avanguardia. Grazie ai suoi investimenti stratosferici, i peggiori criminali della città vengono sgominati e i cittadini possono finalmente tornare a sorridere.

In pratica basterebbe guardare una puntata per capire come funziona l’intera serie: eppure non ci si vorrebbe mai staccare da questa abbuffata di giustizia americana che, almeno a livello di fiction, adempie una delle promesse fatte dal Presidente nel discorso d’insediamento («And the crime, and the gangs, and the drugs that have stolen too many lives and robbed our country of so much unrealized potential. This American carnage stops right here and stops right now»).

Al di là dell’intreccio, che alla fine si rivela interessante soprattutto per i suoi risvolti “politici”, neppure la recitazione risulta convincente. Come facilmente intuibile, i caratteri sono piuttosto stereotipati: il miliardario non può non essere eccentrico e volitivo (infatti è ispirato dichiaratamente alla figura di Elon Musk, uno dei pochi imprenditori della Silicon Valley che sostiene Trump), mentre la protagonista femminile, la detective Theresa Murphy (interpretata dall’attrice di origine cubana Natalie Martinez), è la tipica madre single nonché poliziotta sottopagata nonché una di quei sudamericani buoni che non appartiene alla schiera dei bad hombres invisi al Donald.

Un tocco di originalità (e simpatia) è garantito dalla presenza dell’attore Ernie Hudson, il nero dei Ghostbuster, nelle vesti del sergente Conrad. Come ciliegina sulla torta avrebbero potuto chiamare qualche afro-americano da Scuola di Polizia, ma in effetti la scelta sarebbe potuta apparire troppo scontata.

Attualmente la serie in Italia è giunta alla quinta puntata, mentre negli Stati Uniti si è già conclusa la prima stagione. In generale sembra un crime drama anni ’80 “pompato” con ritrovati ultra-tecnologici, come droni, taser efficacissimi, occhiali per la realtà aumentata, una app per avvisare in tempo reale la polizia, una nuova macchina del caffè ecc…
Probabilmente è proprio questo il nocciolo della ricetta Trump per l’intera America: tornare agli anni ’80 per andare avanti. Dal keynesismo militare a quello “poliziesco”? Un’ipotesi rassicurante soprattutto per quest’ultimo periodo, in cui i venti di guerra hanno ripreso a soffiare.

Il giudizio sull’opera è al momento sospeso, dato che non siamo arrivati nemmeno a metà. Se dovessimo valutarla solo in base all’entusiasmo, dovremmo sicuramente dare un voto positivo, poiché assistere alla caccia al criminale con qualsiasi mezzo possibile, la cui disponibilità è garantita da un budget illimitato è obiettivamente esaltante.
Le serie tv dell’era Obama, le cui potenzialità sono state fortemente intralciate dalle esigenze del politically correct, cominciavano a diventare troppo cervellotiche e deprimenti. Finalmente ora si torna a sparare ai cattivi, a rifare nuovamente un’America grande e sana; non c’è più nemmeno tempo per le scene di sesso e nudo, perché ora la vita è solo un’incessante caccia a delinquenti e spacciatori: come in un videogioco, ma per persone normali.

Al soldo dei filantropi


Oggi è sempre più facile e veloce trasformare la propria passione in una professione: la cosa fondamentale, come al solito, è lavorare gratis, e poi vedere di nascosto l’effetto che fa. Un’idea potrebbe essere, per esempio, quella di aprire un blog e scrivere le cose giuste: qualora le cose che hai scritto alla fine si rivelassero davvero troppo giuste, ecco che arriva la Open Society di Soros a sostenerti. È così che si svorta na piotta, come si dice a Roma.

Si scherza, ovviamente; io poi non ce l’ho con György Schwartz (italianizzato in Giorgione de’ Sorossi), anzi per me dovrebbero farlo Papa. Non amo nemmeno la sua riduzione a un Emmanuel Goldstein qualsiasi, dato che spesso quelli che lo usano come spauracchio non gli sono moralmente superiori. In fondo il suo ideale di società potrebbe essere condivisibile, da noi che (volenti o nolenti) non crediamo più in nulla, ma abbiamo comunque bisogno di un “ordine”. Riesco già a immaginare la giornata-tipo di Soroslandia: al mattino, una seduta di droghe leggere, magari una bella cannetta; al pomeriggio si va a ritirare il “reddito di cittadinanza”, o si va a “lavorare” come venditore di droghe leggere (per restare in tema), oppure graffitaro, cuoco vegano, rapper, reporter, filantropo, mediatore culturale ecc…; la sera, altra cannetta, poi filmetto porno, e infine a letto – a meno che non si sia troppo stanchi e annoiati, e allora si entra in una cabina per l’eutanasia e ci si gode la “dolce morte” (un altro pilastro della società aperta prossima ventura).

Amen. Però anche volendo “arrendersi” ai proggettoni di Soros, rimane la sgradevole sensazione che il filantropo non voglia realmente razzolare quel che predica. Ciò che infatti ho notato, per esperienza personale (ma devo rimanere sul vago, perché non sono abbastanza ricco da permettermi di parlare liberamente su certi argomenti), è che i finanziamenti non arrivano mai laddove sarebbero realmente utili. Sempre per restar vaghi: perché in alcuni Paesi la mediazione culturale nei confronti degli immigrati, che magari fanno parecchi sforzi per integrarsi, è praticamente inesistente, e quando esiste è svolta perlopiù a titolo gratuito? Ecco, questo è un aspetto della vicenda che fatico a spiegarmi. È vero, potrebbe pure darsi che nella gestione della cosiddetta “accoglienza” ci siano talmente tante ruberie e truffe che non rimanga nemmeno un euro da dedicare alla fatidica “integrazione” (almeno dal punto di vista linguistico-culturale). Tuttavia lo scopo dei vari “enti filantropici” non dovrebbe essere proprio quello di sopperire alle mancanze dello Stato, e finanziare quei progetti che, pur essendo utili appaiono come impraticabili, essendo i loro promotori indipendenti e dunque impossibilitati a ottenere i fondi dai potenti di turno?
Invece qui il flusso dei finanziamenti sembra sia sempre dirottato verso chi, magari anche inconsapevolmente, o in buona fede (mah…), contribuisce a mantenere una situazione di “caos controllato”, di “emergenza perpetua”. Del resto lo stesso Soros ha ammesso che, nel migliore dei casi, i suoi investimenti “umanitari” rispondono al desiderio di “appagare l’istinto di speculatore”.

La verità è che quando c’era Lui queste cose non succedevano. Bene o male, da destra a sinistra, tutti riuscivano a svortare. Sì, sto parlando proprio di Lui, impossibile equivocare: Raffaele Mattioli.
Bisognerebbe ricostruire l’elenco di persone beneficiate dal celebre “banchiere umanista”, una lunga lista di intellettuali, scrittori e giornalisti che ricevettero un assegno mensile per mecenatismo: finora abbiamo parlato solo di Tiziano Terzani, ma le testimonianze sono innumerevoli.
Per esempio, nella sua ennesima autobiografia, Eugenio Scalfari racconta che negli anni ’50 Mattioli gli elargì 150.000 lire al mese in cambio di un “bollettino settimanale” su quanto accadeva negli ambienti dell’editoria e della politica (a Terzani, qualche anno dopo, diede uno “stipendio segreto” di mille dollari più o meno per la stessa cosa).
Per fare un altro esempio che, almeno dal punto di vista politico, possiamo considerare sul “versante” opposto, rimandiamo a quelle note dello Zibaldone di Romano Amerio nelle quali il cattolico tradizionalista descrive l’illuminato banchiere quasi come un santo: «Fu dei rarissimi uomini che servirono il Paese senza servire i potenti del mondo»; «La religiosità di lui appare nelle sue estreme disposizioni. Volle essere sepolto all’ombra dell’abbazia di Chiaravalle milanese nell’antico camposanto dei monaci».
Anche Amerio si avvalse della generosità del banchiere, che tra l’altro fece pubblicare dalla casa editrice Ricciardi gli studi sul Campanella e lo spronò a redigere uno dei più clamorosi atti d’accusa contro il Concilio Vaticano II, Iota Unum (da un’intervista del 1988 a “Il Sabato”: «Mattioli mi difese e protesse sempre. Aveva un’inclinazione di benevolenza per me. Furono i Mattioli, il figlio in specie, ad indurmi poi a concepire e a portare a termine il mio lavoro»).

A questo punto, potremmo uscircene col solito “si stava meglio quando si stava peggio”: però è un fatto che quando i banchieri internazionali erano nazionali, c’era obiettivamente più “libertà di movimento”, garantita perlomeno dalla comune appartenenza a una stessa comunità.

Oggi, invece, mi pare che accettando finanziamento da enti che, almeno all’apparenza, sembrano legibus solutus, gli “spazi di manovra”, specialmente per un intellettuale, si riducono in maniera drastica. Anche dai documenti della Open Society recentemente hackerati, emerge un metodo che francamente ha poco a che fare col mecenatismo (si rimanda, tra le centinaia di testimonianze, a questa che, seppur controversa, descrive bene lo stato effettivo delle cose: «There are a number of journalists around the world who have sold their journalistic professional credentials and credibility to the devil»).

È del resto possibile che nemmeno Soros sia così “internazionale” come vuol far credere e che le sue buone cause coincidano con quelle del Paese di cui ha voluto assumere la cittadinanza. In tal caso, c’è la minima speranza che anche la filantropia di costui riconosca i limiti stabiliti dalla national security a cui risponde. E quindi ci domandiamo: dove bisogna mandare l’iban per ricevere un bonifico?

domenica 23 aprile 2017

Сволочи (Russia, 2006)


Сволочи [“Svoloci”], Le canaglie, è un film russo del 2006 di tipica ambientazione sovietica (guerra, prigione e taiga) che racconta le vicende di un gruppo di giovanissimi criminali addestrati per missioni di sabotaggio contro i tedeschi durante la Grande Guerra Patriottica.

Gli impuberi delinquenti, che nel corso della loro breve “carriera” si sono resi colpevoli di ogni tipo di delitto, si riveleranno infine solo dei patsany, dei ragazzi, ancora in grado di commuoversi per una mela spartita a metà o per una canzone imparata in un bordello, e agiranno da eroi per pura esuberanza e incoscienza.

La pellicola ha suscitato accese polemiche in patria, non tanto per la qualità estetica (anche se la recitazione lascia molto a desiderare e gli “effetti speciali” sono al limite dell’accettabile), quanto per i contenuti: presentata come una storia basata su vicende realmente accadute, non ha retto l’assalto dei critici una volta emersa la scarsità di testimonianze in grado di avvalorarne la veridicità.
Il gesto di protesta più clamoroso è stato quello del regista Vladimir Menshov, che agli MTV Awards russi si è rifiutato di premiare un film che a suo dire “disonorava il Paese”, gettando a terra la cartolina e invitando Pamela Anderson a leggerla.

La visione resta comunque consigliata, per il semplice motivo che tutto fa brodo per chi vuole imparare il russo (non eravate qui per questo): si tratta di un’opera di facile comprensione anche per chi è a livello B1 del CEFR, nonostante non manchino idiotismo ed espressioni gergali (ad ogni modo la parola più usata è sempre пацаны).

Una sequenza notevole, a mio parere, è quella in cui le piccole canaglie paracadutate sulla base tedesca vengono crivellate dalla mitragliatrice: gli efebi che scendono dolcemente a terra come fanciulli addormentati ricordano qualcosa a metà tra un quadro di Lobanov e un romanzo di Mishima (quelli in cui anche gli angeli possono morire).


Alla scena ne segue una altrettanto surreale: la commozione dei nazisti per aver uccisi dei bimbi. Probabilmente è quella che ha più fatto infuriare gli storici, dal momento che i tedeschi furono tra i più grandi reclutatori di ragazzini durante la Seconda guerra mondiale.


Se fossi russo, il mio voto probabilmente non raggiungerebbe la sufficienza, ma come italiano invece non posso che dare un parere positivo, proprio per la piattezza della trama e l’elementarità dei dialoghi che lo rendono particolarmente adatto a un pubblico straniero.

venerdì 21 aprile 2017

Una situazione borgesiana


Tra le pagine di Altre inquisizioni dedicate da Borges a Chesterton, all’improvviso uno sconosciuto: il curatore dell’edizione Feltrinelli, Francesco Tentori Montalto, ha confuso l’Urizen di Blake, il vecchio “demiurgo” della mitologia personale del poeta, con un certo Urizen de Blake, misterioso letterato che avrebbe ispirato addirittura Poe e Baudelaire. 
Ecco il passaggio “incriminato” in originale e nella traduzione dell’ispanista:
Poe y Baudelaire se propusieron, como el atormentado Urizen de Blake, la creación de un mundo de espanto; es natural que su obra sea pródiga de formas del horror. 
[«Poe e Baudelaire si proposero, come il tormentato Urizen de Blake, la creazione di un mondo di spavento; è naturale che la loro opera sia prodiga di forme dell’orrore».]
L’ipotesi che si tratti di un refuso non persuade affatto, soprattutto perché nelle numerose ristampe seguite alla prima edizione non è mai stato corretto. Urizen de Blake, del resto, ora esiste: è uno di quegli autori che non sfigurerebbe in qualche volume della indispensabile Encyclopaedia of Tlön, assieme alla ridda di personaggi certamente sorti fra una traduzione e l’altra (a questo punto la curiosità imporrebbe di interessarsi alle recenti trasposizioni in cinese).

Chissà quanti hrönir, quante “creature casuali della dimenticanza e della distrazione” [hijos casuales de la distracción y el olvido] si celano ancora nelle edizioni estoni o coreane. E quante vite potremmo spendere a rintracciarli, se solo oggi fosse ancora possibile aprire squarci sugli universi paralleli senza il ricatto delle fake news. Attualmente, infatti, la moltiplicazione degli hrönir nella noosfera, specialmente a opera di specchi e copule, è considerata il massimo dell’abominio.

È un modo come un altro per vincere la noia dell’unica militanza blanquista possibile, che è forse il motivo per cui si leggerà ancora Borges tra mille anni: tout ce qu’on aurait pu être ici-bas, on l’est quelque part ailleurs.
Gli universi paralleli, come scrisse il profeta ne L’éternité par les astres (1872), non sono che l’eterno ritorno dell’uguale, che lui aveva intravisto prima e oltre Nietzsche, unendo in un’irripetibile suggestione 2001: Odissea nello spazio e la criogenizzazione, L’invenzione di Morel e la pecora Dolly.
Una noia infinita, appunto, nella quale invece il rivoluzionario francese ritrovava una sorta di epicureismo apocalittico: 
Mais n’est-ce point une consolation de se savoir constamment, sur des milliards de terres, en compagnie des personnes aimées qui ne sont plus aujourd’hui pour nous qu’un souvenir ? En est-ce une autre, en revanche, de penser qu’on a goûté et qu’on goûtera éternellement ce bonheur, sous la figure d’un sosie, de milliards de sosies ? 
(«Ma non è forse una consolazione sapersi continuamente, su miliardi di terre, in compagnia di persone amate che ormai sono per noi soltanto un ricordo? E non è un’altra [consolazione], immaginare che si è provata questa felicità, e ancora la si proverà eternamente, nella fattispecie di un sosia, di miliardi di sosia?»)
Macché... Come si potrebbe sopravvivere a tutto questo (una clonazione dopo l’altra per miliardi di anni fino allo spegnimento del sole, e forse oltre) senza universi paralleli, senza immaginare, per esempio, che un paradosso temporale costringa Napoleone ad affondare una portaerei americana al largo delle coste della Toscana, scatenando così la Terza guerra mondiale (è la trama di uno straordinario racconto di Jean-Jacques Langendorf, “Le sorprese della navigazione”)?

Dubito che nell’eternità si possa andare avanti, se non al ritmo di ucronie e memi; epperò oggi sono le istituzioni stesse a voler mettere a tacere la scienza dei futuribili, con un’indegna ipostatizzazione della verità (Правда, in russo), che ci riporta a tristi tempi in cui l’uomo era costretto a fare letteratura attraverso altri mezzi. A ciò allude lo stesso Borges in numerosi passaggi (vedi ad esempio “I teologi” ne L’Aleph, a proposito delle varie sette eretiche scaturite da un equivoco su un passaggio di Agostino):
Los histriones [...] imaginaron que todo hombre es dos hombres y que el verdadero es el otro, el que está en el cielo. También imaginaron que nuestros actos proyectan en reflejo invertido, de suerte que si velamos, el otro duerme; si fornicamos, el otro es casto; si robamos, el otro es generoso. Muertos, nos uniremos a él y seremos él. (Algún eco de esas doctrinas perduró en Bloy.) Otros histriones discurrieron que el mundo concluiría cuando se agotara la cifra de sus posibilidades: ya que no puede haber repeticiones, el justo debe eliminar (cometer) los actos más infames, para que éstos no manchen el porvenir y para acelerar el advenimiento del reino de Jesús. 
[«Gli istrioni [...] immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo. Immaginarono anche che i nostri atti generino un riflesso invertito, di modo che se noi vegliamo, l’altro dorme, se fornichiamo, l’altro è casto, se rubiamo, l’altro dà del suo. Morti, ci uniremo a lui, e saremo lui. (Un’eco di tali dottrine perdura in Bloy.) Altri istrioni sostennero che il mondo avrebbe avuto fine quando si fosse esaurito il numero delle sue possibilità; giacché non possono esservi ripetizioni, il giusto deve eliminare (commettere) gli atti più infami, affinché questi non macchino il futuro e per affrettare l’avvento del regno di Gesù.»]
È una deriva pericolosa che andrebbe scongiurata in tutti i modi, se non in nome di Borges, almeno per la situazione borgesiana che si è venuta a creare (anche se, precisamente, questo Borgesian non sappiamo chi sia, ma lo mettiamo comunque accanto a Urizen de Blake).

giovedì 20 aprile 2017

“Un an après l’élection” di Jean-Luc Mélenchon (Francia, 2017)


Tra i registi esordienti francesi che ultimamente ci hanno più convinto, segnaliamo il giovane Jean-Luc Mélenchon (nato a Tangeri nel 1951) che ha appena debuttato con il suo Un an après l’élection, un cortometraggio che accidentalmente funge anche da spot alla sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 23 aprile.

Seppur di breve durata (7 minuti), Un an après l’élection presenta una trama complessa e fortemente connotata dal punto di vista sociale. Il film si apre con l’immagine di Karim, un imprenditore di origine magrebina che grazie la sua cooperativa può coltivare e distribuire frutta e verdura al 100% biologiche, mentre è intento a rifornire il locale di François, gestore illuminato che grazie alla transition écologique ha permesso che il salario della cameriera Sarah aumentasse considerevolmente.

I personaggi che si alternano nell’evolversi della vicenda sono le classiche maschere della comédie française: c’è Abdullah (“Abdoulaye”), un islamico africano che ha preferito le energie rinnovabili all’Isis; c’è un’altra Sarah, alla ricerca di un lavoro con la consapevolezza che le donne sono pagate meno degli uomini; c’è Fabien, poliziotto di quartiere che da quando è stata legalizzata la cannabis può tranquillamente passare le sue giornate al bar; ci sono infine gli ouvriers transalpini, così pittoreschi e pieni di vita, sempre disposti a godersi un buon bicchiere di vino e un’amichevole chiacchierata sulla superiorità dello stile di vita francese rispetto a tutti gli altri.

Nel pieno rispetto dell’unità di luogo, gli eventi si svolgono tutti all’intero del bistrot, arredato secondo le regole dell’estetica francese riconosciute internazionalmente, quel misto di luce, cibo e convivialità che anche gli italiani hanno imparato ad ammirare a Expo 2015.

Mélenchon vuole raccontare la France insoumise, un Paese che “non si sottomette” alle estetiche straniere, siano quelle del cosiddetto Neuer Deutscher Film o quelle abusatissime di Hollywood – anche se, è giusto ricordarlo, la pellicola ha ricevuto l’endorsement di molte star americane, tra le quali Danny Glover e Mark Ruffalo.

I critici, non del tutto a torto, hanno evidenziato quanto Un an après l’élection abbia poco a che fare con la Francia di oggi: eppure, nonostante il totale distacco dalla realtà, a nostro parere l’opera prima di Mélenchon riesce comunque a esprimere la quintessenza dell’exception culturelle che l’intera Europa riconosce a questa sfortunata nazione.

Ed è qui che si innesta il profondo significato politico del film di Mélenchon: una Francia che, con la sua capacità di mediare tra generi diversissimi come la comédie rurale e la fantascienza, si propone come modello ideale per l’intero continente.

domenica 16 aprile 2017

From Turkey with Love


Sul referendum costituzionale turco due parole (anche perché ho già dato per quello italiano): affari loro. Sì, ha vinto Erdoğan (che si pronuncia Erdo’an perché la “g dolce” allunga il suono della vocale precedente), ma le considerazioni che vorrei proporre sono indipendenti dal risultato.

Ho scritto spesso a proposito della Turchia, ma credo che a questo punto sia inutile continuare a controbattere a una stampa (quale quella italiana) che non ha alcun interesse a informare i propri lettori. Negli ultimi giorni infatti non c’è stato un solo giornale che abbia mantenuto un minimo di obiettività nel presentare il referendum: tutti hanno fatto a gara a screditare Erdoğan a prescindere dai contenuti della riforma, e nessun giornalista ha perso un attimo per intervistare un qualsiasi sostenitore delle ragioni del “Sì”.

La cosa non stupisce, però a un certo punto ci si stanca a dover sempre ricorrere a fonti straniere per capire qualcosa di un Paese che non è così diverso dal nostro. Non è entusiasmante doversi continuamente sorbire le sonate al “pedale delle turcherie” dei principali quotidiani, impegnati solo a distorcere l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani.

Eppure anche uno come Putin (per non dire di al-Sisi o Assad) ha i suoi difensori d’ufficio (nonostante sia convinto che nessuno di essi sia pagato per esserlo, e potrei confermarlo per esperienza): ciò se non altro consente che persino la grande stampa talvolta esprima giudizi minimamente equilibrati sulla Russia. Con la Turchia, invece, non c’è scampo: sono sempre sarracini e ismailiti, agariti ingovernabili e incontenibili (a meno che non giunga una bella dittatura militare a tenerli a bada).

Allora i casi sono due: o non è importante discutere della Turchia, e quindi sarebbe meglio darle lo stesso peso che normalmente si dà alla Thailandia o al Messico; oppure è importante parlarne, e allora bisognerebbe offrirne una rappresentazione il più possibile obiettiva.

Per esempio, un requisito indispensabile degli “inviati” in Turchia a mio parere dovrebbe essere … la conoscenza della lingua. Sarebbe utile, no? Perché è vero che esistono gli interpreti, ma un giornalista non dovrebbe informarsi anche attraverso i giornali del Paese di cui si occupa? Oppure basta solo scopiazzare dai siti del “Telegraph” o del “New York Times” per avere una visione completa della situazione?
In questi giorni mi sono resto conto che i “nostri inviati” non sono neppure in grado di pronunciare correttamente Evet (“Sì”) e Hayır (“No”) – peraltro la stessa cosa era accaduta col referendum greco.
Non importa, per me potrebbero pure scrivere “Merdoğan” al posto di “Erdoğan”: in cambio sarebbe solo gradita un minimo di professionalità. Per dire: il più importante giornale nazionale (non so per quanto), non può permettersi di confondere aleviti con alauiti (anche perché errori del genere denotano un’incapacità di servirsi persino solo di Wikipedia).

È da tempo che sto considerando l’idea di un sito che raccolga traduzioni di articoli dai principali quotidiani turchi: tuttavia non credo di essere il più atto a dar via a un progetto del genere, per il semplice motivo che nel mio piccolo mi sono ormai fatto la nomea di “erdoganiano”, nonostante la maggior parte delle mie fonti turche sia “kemalista” (loro non si definiscono così, ma d’altronde questo è lo schematismo a cui siamo stati abituati) e io non abbia alcun interesse a difendere il “Sultano” (che non “regnerà” fino a quanto vuole lui, per il semplice motivo che non è un generale golpista né un eurocrate).

Sono del resto consapevole dell’esistenza di numerosi portali e blog italiani dedicati a Istanbul e dintorni; ciò a cui infatti sto pensando non è un sito che raccolga pareri e opinioni (per quanto autorevoli), ma uno spazio che offra semplicemente traduzioni di articoli turchi. Comprendo che si tratterebbe ancora di un sito di opinioni “reificate” e perciò trasformate in fatti, ma secondo me il problema è proprio questo: manca la “materia prima” su cui ragionare. Perché i limiti, è vero, sono perlopiù culturali, ma è soprattutto la barriera linguistica a rappresentare l’ostacolo più arduo.

Una volta preso atto che i giornali italiani hanno come unico scopo disinformare il pubblico sulla Turchia, credo sarebbe necessario correre ai ripari. Sempre che la cosa interessi, perché, pur non volendo allargare il discorso, dobbiamo evidenziare che nessuno ha più tanta voglia di coltivare sane abitudini (o vizi) riguardo ad alcunché: anche la classe media progressivamente livellata può ormai provare verso la Turchia giusto un tenue impulso di stampo turistico-ricreativo-gastronomico. 
D’altro canto, i sarracini ricambiano col disinteresse nei confronti dell’unico Made in Italy che l’Europa ci lascia produrre –il cibo–, perché la pasta non è halal, il vino è haram, il formaggio “puzza di animale” (cit.) e il pesce e le olive li hanno già. Amano però altre cose dell’Italia: la moda, il calcio, la musica (le donne se le sono già prese secoli fa, quindi lasciamo perdere).

En passant, un giorno sarebbe utile anche capire perché a noi italiani hanno imposto un Kulturkampf contro tutto ciò che è turco. Fino ancora a pochi anni fa la Sublime Porta era considerata un punto di riferimento a “destra” come a “sinistra”. Il fatto che, per esempio, “Islam Punk” dei CCCP citi Istanbul, Smirne e Ankara è qualcosa più di un vezzo: anche Ferretti, come tanti negli anni ’80, fu attratto da una certa idea di islam che oggi «non ha niente a che vedere con quello che l’islam è diventato nel giro di così poco tempo» (così dichiarò in quella sua storica intervista televisiva). Questo “islam” di cui si parla era precisamente rappresentato dalla Turchia: si trattava di un’ideale «di egualitarismo, di solidarietà comunitaria, di interclassismo multi-razziale, di internazionalismo» (per citare il sociologo Allievi).
Anche sul versante cosiddetto “rossobruno”, almeno fino alla conclusione dell’era Bush, c’erano soltanto elogi non solo per il “ponte eurasiatico” ottomano, ma addirittura per lo stesso Erdoğan: se solo fossimo un po’ più maliziosi, potremmo rispolverare materiale molto interessante. Invece siamo buoni e comprensivi e dunque fingiamo di dimenticare i peana elevati al “Sultano” da parte di chi oggi lo insulta continuamente, ma una volta lo pregava di spazzare via i cattivi kemalisti o addirittura di influenzare la politica “occidentalista” di Putin (“manovrato dagli americani”!). Erano altri tempi, ma spesso viene la tentazione di recuperare qualche articolo, per controbattere con le stesse parole dei “rossobruni” alle panzane che hanno sparato in questi anni sui turchi.

Sempre en passant, un altro tema degno di attenzione, che permette di aggiungere alla lista di “sinistrati” e “rossobruni” i “liberali” alla Rutte (che oggi fanno il ruggito del coniglio contro Ankara per strappare qualche voto ai “populisti”), è quello della “Turchia in Europa”. Qualcuno ricorderà quando non si poteva esprimere un solo dubbio sull’argomento senza essere travolti dagli anatemi: quelli che imponevano la censura in nome dell’islamofobia o che altro, sono gli stessi che attualmente ripetono ormai a ritmo quotidiano che “La Turchia non può entrare in Europa”. E nonostante si riferiscano eufemisticamente a questa Turchia, non è scontato ricordare che questa Europa, da quando esiste, non ha fatto altro che trattare solo con Erdoğan (che è “nato” prima dell’UE e probabilmente le sopravviverà).

Da una prospettiva più ampia, tutto ciò è sintomo di un rapporto ormai compromesso, che necessita di essere ricostruito anche dal punto di vista culturale. Chiaramente non mi sto candidando a “massimo esperto” di cose turche (eh…), né mi interessa monopolizzare il tema come se fossi l’unico autorizzato a parlarne. Il solo contributo che posso portare è la mia conoscenza della “lingua turchesca” (che in poche parole dice cose assai); poi, per il resto, in Turchia non ci sono mai stato dunque lascio ad altri l’ingrato compito di dover parlare della vita vera.
Mi piacerebbe solo contribuire a ridurre l’approssimazione e lo schematismo con cui si discute di questo Paese, un atteggiamento che peraltro viene sempre censurato (non solo dalle rispettive ambasciate) quando coinvolge, per esempio, l’Olanda, il Venezuela, la Cina o la Romania (per non dire Israele!).

Il problema esiste, e anche se non abbiamo a che fare con una vera e propria “turcofobia”, è un qualcosa che le somiglia molto. Quando d’altronde i turchi vengono dipinti come “impalatori” a prescindere, non è soltanto un loro diritto che viene violato, ma anche quello degli italiani a essere informati nella maniera più imparziale e corretta possibile.
Ci vorrà tuttavia del tempo per sviluppare una qualsiasi iniziativa; ogni contributo è a ogni modo ben accolto, a “destra” come a “sinistra”: come al solito, l’invito è sempre quello di superare i paletti (senza rimanerci infilzati).

sabato 15 aprile 2017

Hitler era peggio di Hitler?


Qualche giorno fa il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha affermato che Assad è peggio di Hitler («Neanche una persona spregevole come Hitler è arrivata al livello di usare le armi chimiche»): si tratta di un passo in avanti rispetto alla classica reductio ad Hitlerum, perché nessuno finora era stato definito addirittura “peggio” di Adolf.

La stampa ha ovviamente colto l’occasione per indignarsi un po’, anche per smorzare l’entusiasmo dei giorni precedenti nei confronti di Trump, che finalmente gli ha dato la guerra che invocavano da anni.

Peraltro questo Spicer, essendo un gaffeur di professione (per giustificare la sua affermazione ha infatti aggiunto che «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’olocausto [holocaust centers]») è uno dei bersagli preferiti degli oppositori di Trump: stavolta si è persino scomodato l’Holocaust Memorial Museum, che ha messo su Twitter un video girato dai soldati americani a Buchenwald, non si sa bene in verità per dimostrare cosa – che Hitler resta sempre il più cattivo?

In effetti, come detto, sembra che fino a Spicer nessuno fosse andato oltre il comparativo di uguaglianza: Hitler era stato paragonato più o meno a tutto, dalla deforestazione a Milošević, dall’AIDS ad Ahmadinejad, da Saddam a Reagan… E ovviamente anche a Trump, nonostante con lui ci siano andati più cauti, optando alla fine per qualche similitudine con Mussolini: col senno di poi, una scelta azzeccata, perché sarebbe stato difficile sostenere che il “nuovo Hitler” fa bene a bombardare gli altri “nuovi Hitler” (a meno di non accettare che questi “nuovi Hitler” siano “peggio di Hitler”).

Ecco quindi il dilemma: se il Donald comincia a fare ciò che piace a quelli che manovrano i media, come riusciranno quest’ultimi a riposizionarsi così velocemente? Non potranno di certo fare gli schizzinosi, oppure atteggiarsi ancora da “anti-fascisti”.  
Ma soprattutto, chi potrà infine rispondere all’ineluttabile questione: Hitler era peggio di Hitler? Oppure, ancora meglio: Perché Hitler?