giovedì 16 marzo 2017

Una manica di furfanti

Nel settembre del 2014 la Scozia indisse un referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, che venne poi vinto dagli “unionisti” col 55%.
Le reazioni dei rappresentanti dell’Unione Europea furono, qualcuno lo ricorderà, dirompenti.
L’allora Presidente della Commissione Barroso (oggi in Goldman Sachs), smorzò immediatamente le speranze degli indipendentisti: «Sarà estremamente difficile ottenere l’approvazione di tutti i Paesi membri per avere un nuovo Stato che nasce da un altro».
Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, dichiarò più larvatamente: «Spero che tutti continuino ad essere membri del proprio paese e il proprio paese membro dell’UE».
Il più perentorio fu Juncker (sempre lui), che nelle vesti di novello Presidente, minacciò: «Se la Scozia voterà l’indipendenza, sarà esclusa da subito dall’Unione Europea».
I media ovviamente si allinearono senza discutere, non solo dipingendo gli scozzesi come degli scafessi tutti kilt e cornamuse, o relegando la loro indipendenza nazionale a una fantasia del romanticismo, ma mettendo sulla bilancia anche argomenti più gravi: per esempio, sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un certo Enrico Letta scrisse che una secessione della Scozia dal Regno Unito sarebbe stata come l’attentato di Sarajevo e avrebbero scatenato una nuova guerra mondiale.

È notizia degli ultimi giorni (siamo nel marzo 2017, qualcuno ricorderà anche questo) che gli scozzesi vogliono indire un altro referendum approfittando della Brexit.
Gli eurocrati (con ancora Juncker in testa), dopo aver ucciso definitivamente le speranze di una Scozia indipendente di entrare nell’Unione, adesso fingono di essere attendisti solo per mettere un po’ in difficoltà Londra. I giornalisti, capita l’antifona, ora descrivono il referendum (prima demonizzato) come una coraggiosa iniziativa “europeista” e “anti-populista”.

Per l’“Europa” a cui sempre ci richiamiamo tutto fa brodo. Ciò che nemmeno tre anni fa era considerato un “terremoto” e un “attentato”, è diventato finalmente un “sogno”, e anche l’indipendentismo scozzese è entrato nel novero dei secessionismi presentabili.
È questo ciò che dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa: che qualsiasi cosa utile alla causa dell’Europa-Nazione venga sempre declinato in chiave positiva. Il fine giustifica i mezzi, insomma: non c’è alcuna libertà né democrazia, ma solo un “traguardo” (non importa se uno strapiombo o il cratere di un vulcano) da raggiungere a ogni costo. E se un giorno tra i “valori europei” tornassero di moda la segregazione o il genocidio, in che modo potremmo reagire?

Sembra in realtà che agli scozzesi sia chiara la posta in gioco, se tre anni fa hanno preferito restare con la perfida Albione piuttosto che imbarcarsi su una nave prossima al naufragio. Non so cosa faranno questa volta, ma devono valutare bene se mettersi ancora in mano a un’altra manica di furfanti, dopo quella che, come ricorda il bardo nazionale Robert Burns, provvide già una volta a venderli:

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