venerdì 10 marzo 2017

La CIA e i giovani politici italiani (“Quante volte?”)

(fonte)
Non mi pare che le rivelazioni di Wikileaks sulle nuove tecniche di spionaggio messe in atto dalla CIA abbiano suscitato una reazione adeguata: come afferma un autorevole commentatore, «abbiamo passato cinquant’anni a parlottare di Orwell e dispositivi, poi il giorno che accade la gente fa finta di nulla».

Capisco il disinteresse della grande stampa, troppo impegnata a dar la caccia alle chiavette di Putin o alle sue armi segrete per il controllo mentale (il “Corriere” infatti è corso a intervistare McCain, che su quattro domande è riuscito a dire quattro volte Russians); mi sfuggono invece i motivi per cui quelli che solitamente campano di complottismo abbiano accolto la notizia con una certa indifferenza (nonostante la documentazione dimostri che la CIA riesca a spiare persino attraverso i televisori!).

Una volta si scherzava su certe cose: c’era per esempio quell’antivirus dal nome scozzese che saltava fuori all’improvviso ed era impossibile da disinstallare, “Ma che me l’ha messo la CIA?!”… Beh, sì. Ora però non è più il caso di andare avanti con le battutine o fare gli scafati presentando le rivelazioni come qualcosa di ovvio (“si sapeva da un pezzo”) e di cui non è il caso di preoccuparsi: stiamo pur sempre parlando di un controllo soverchiante e semi-totalitario (ormai senza più “semi”, direi), abbiate un po’ di rispetto.

Mi indispongono specialmente quelli dell’“intercettino pure, non ho nulla da nascondere”: penso in particolare ai volti nuovi della politica italiana, appartenenti a quel partito (loro lo chiamano in altri modi) che non nomino mai per ovvi motivi di scaramanzia. Considerando le circostanze oscure in cui è sorto, le speranze in esso riposte della stampa internazionale e il metodo rigidamente autocratico con cui è gestito (per tacere di episodi “essoterici” clamorosi, come l’endorsement dell’ambasciatore americano ecc.), mi sembra che questa formazione politica sia una di quelle più potenzialmente “attenzionabili” (per usare il politichese) da un certo tipo di potere.

Ad ogni buon conto, non avendo costoro un programma, un’idea o almeno uno straccio di ideologia, ripongono tutta la loro forza in un generico appellarsi all’onestà («O-ne-stà | O-ne-stà», talvolta li si sente, o li sentiva, scandire). Tuttavia lo spionaggio capillare ci riporta alla dura realtà descritta dalla saggezza popolare: Il più pulito c’ha la rogna.
Se infatti le mani possono essere pulite dal punto di vista giudiziario, non è detto che lo siano in senso assoluto. A giudicare da occhiaie e sguardi un poco spenti, da basette e baffetti infoltiti da crini ancora post-adolescenziali, il problema emerge in tutta la sua drammaticità: “Quante volte?”.

Adesso che ci sono le prove che i servizi segreti americani vengono fuori dalle fottute pareti per confezionare dossier contro quelli che non gli piacciono, la questione politica della masturbazione si impone in tutta la sua gravità. Soprattutto ora che il rituale non ha più alcun competitor (ricorda Vittorio Sgarbi che ai suoi tempi si dovevano “scaricare” gli atti impuri con la confessione) e si celebra senza tregua, incessantemente, in ogni luogo e a qualsiasi ora del giorno. E la CIA lo sa… (anche su /pol/ si cerca di nascondere la preoccupazione dietro il proverbiale cinismo internettiano).

Abbiamo eliminato il Dio che spia dal buco serratura, ma ci siamo scordati che il Leviatano è ancora vivo. E nonostante Trump stia facendo molto per sconfiggere la culture of complaint & deference, dalla quale dipende pure il singolare fenomeno (tipicamente puritano) di una società ultra-libertina che giudica i politici in base agli scandali sessuali, non è detto che il video (o l’audio) di un politico che si masturba non possa essere utilizzato per ricattarlo. C’è poco da scherzare: negli Stati Uniti questa roba è all’ordine del giorno – parliamo di peccatucci veniali, che si potrebbero “scaricare” in un minuto, ma che invece portano a gogna e dimissioni.

Ecco, se il tema venisse posto in questi termini, forse ci sarebbero più possibilità di coinvolgere, oltre ai politici emergenti, anche i giornalisti italiani, che finalmente capirebbero che la cosa riguarda proprio tutti (lo spionaggio, intendo).

1 commento:

  1. Dottor Manfredini, ha colto perfettamente la questione. La passività italiana è emblematica nei confronti dei reali problemi, anche gravi come lo spionaggio sistematico di un cosiddetto alleato. Inginocchiarsi al potente di turno è sport tipico nazionale. Ai tempi della guerra fredda l'Unione Sovietica aveva fin troppi sostenitori al di là della cortina di ferro. I più ferventi erano i nostri comunisti, appartenenti al più grande Partito comunista d'Occidente. La DC faceva finta di niente, Moro faceva finta di niente occupato com'era a realizzare il compromesso storico. Intanto agenti del KGB pullulavano, anche nelle redazioni di giornali nazionali, nel PCI ovviamente, ma finché la barca va... cantava la Berti. Oggi? I radical chic insorgono contro il nuovo zar di tutte le Russie, a costo di perdere ricche commissioni commerciali (grazie Mogherini per le sanzioni, eh?), ma che la CIA ci spii pure al gabinetto, beh, cosa si vuole, gli yankee ci proteggono da noi stessi, ti pare poco?

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