venerdì 10 marzo 2017

Il mondo è mondo (capricci & regole)

(La fièvre d’Urbicande)
«Qualsiasi regola è preferibile al capriccio», scrive Gómez Dávila: volendo equivocare a bella posta, quando il capriccio si fa regola, cosa dovremmo preferirgli?
Nella storia della filosofia l’idea che un principio superiore sia in grado di far progredire l’intelligenza è sempre stata presente, dagli antichi fino all’antropologia vichiana e oltre. In maniera meno esplicita, tutte le filosofie hanno offerto ospitalità alla ricerca di un senso ultimo. Gli unici forse che si sono spinti al limite di ogni possibile teleologia sono stati gli scettici, che hanno dedotto dalla sospensione del giudizio l’atarassia, una teoria reazionaria dell’agire sociale, .

Il capriccio è una dannazione solo per chi crede nel libero arbitrio: per tutti gli altri, l’errore è necessario. Sono pochi i partigiani dell’insensatezza a essersi spinti al di là della provocazione: spesso è soltanto il tempo (sulla lunga distanza) o l’esperienza (nell’immediato) che si occupano di “sistemare” l’intellettuale troppo presuntuoso (o troppo confidente nei confronti del libero arbitrio).
Il mondo, infatti, non solo “mondeggia”, ma, secondo l’etimo, è di per se stesso mondo. Sì, il mondo è mondo, e su ciò possono convenire anche quelli che non credono che esso sia stato creato, né che abbia scopo alcuno. Questo margine tra ordine e caos in cui si manifesta la vita dovrebbe infatti rappresentare, soprattutto per chi non crede, il famigerato “migliore dei mondi possibili”; d’altro canto l’homo religiosus, pur riconoscendo la bontà del mondo, spesso contrappone la sagesse mondaine alla Sagesse Eternelle: spetta a entrambi però il compito di riconoscere quella forza che consente a ciò che fino a un attimo prima era relegato nel folklore di emergere, di innalzarsi a livello della storia.

Una volta che un’idea si realizza in un contesto specifico, il mondo interviene appunto a mondare, cioè a estinguere le usanze non adattive che riducono le possibilità di sopravvivenza di una società.
Nella tradizione occidentale la “scrematura” si fa più complicata ma al contempo affascinante, poiché impone il compito di armonizzare la dimensione sociale e quella individuale affinché l’una non prevalga sull’altra.
Per fare un esempio classico, nelle Supplici di Eschilo il re di Argo convincere l’assemblea cittadina a soccorrere le Danaidi con argomenti che superano la concezione della religione come instrumentum regni e che suscitano nel popolo lo stesso stato d’animo di chi lo governa.
Anche nel caso estremo del machiavellismo appena evocato, il quale annovera la strumentalizzazione della religione ai fini di potere, è proprio la religione (seppur di Stato) a imporsi come garante della coesione sociale e inibitrice delle contese tra privati; è essa stessa a forgiare la legittimità alla cui riserva attingono perennemente i prìncipi.
Questo significa che, anche qualora si volesse considerare la Kultur come entità esterna che si auto-impone con coercizione sulle creature umane, il suo stesso successo proverebbe a contrario la libertà congenita di tali creature, così intrinseca al loro essere da renderle in grado di esercitarla persino quando vien loro tolta.

Chi vuol comprendere la mondanità, non può che accettarne le dinamiche e adattare le proprie scelte a seconda di come essa si manifesta. In un modo o nell’altro, il giudizio è sempre regolato dall’efficacia, e chi vuol fondare nuovi mondi non può dedurre criteri obiettivi per l’azione basandosi esclusivamente sugli effetti delle proprie deliberazioni, che a priori restano inconoscibili.

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