mercoledì 1 marzo 2017

I robot lavoreranno sulle nuvole

L’argomento definitivo contro la propaganda sull’automazione (“Difendere il lavoro è anacronistico perché oggi fanno tutto i robot”) lo ha enunciato nientedimeno che Donald Trump nel suo programma economico: «A quelli che incolpano l’automazione per il declino della produzione, consigliamo di guardare alle due economie più tecnologicamente avanzate del mondo, la tedesca e la giapponese, ognuna delle quali è leader mondiale nel settore della robotica. Nonostante il calo degli ultimi anni, la Germania mantiene ancora quasi il 20% della sua forza lavoro nel settore manifatturiero, mentre il Giappone quasi il 17%».
Period!, come dicono ll’americani.

Negli ultimi anni il tema dell’automatizzazione è stato tuttavia utilizzato per sminuire il valore del lavoro anche da un’altra prospettiva: quella di una sua presunta “rarefazione” o “sublimazione”. Nell’equivoco sono cascati decine di magnaschei: in primis il loro Gran Visir Toni Negri, che ha costruito la sua “nuova” teoria della moltitudine (ma multitudo non est sequenda) sul teorema che oggi il lavoro e la produzione sarebbero “astratti” e “immateriali”, e che i processi si starebbero omogeneizzando verso la “manipolazione di simboli e informazioni” (ah, poi ci sarebbe anche l’“altra faccia” del lavoro immateriale, quello affettivo…?).
Per non addentrarci troppo nel fiabesco Impero di Negri, limitiamoci a una sola citazione: «La postmodernizzazione e l’ingresso nell’Impero implicano la convergenza tra gli ambiti che un tempo venivano designati come struttura e sovrastruttura. L’Impero prende forma quando il linguaggi e la comunicazione, il lavoro immateriale e la cooperazione, divengono le principali forze produttive» (p. 356).

In pratica basterebbe che tutti si sparassero le seghe svolgessero un lavoro affettivo davanti al computer e l’Impero (del bene) si innalzerebbe automaticamente su questo vivacchiare.
Rimane tuttavia un unico problema: chi posa i cavi? Ovverosia, chi si occupa della materialissima incombenza di mettere chilometri di mastodontici cavi in fondo all’oceano per il villaggio globale?
Ma sempre loro: gli schiavi!


Lo spiega chiaramente il giornalista Andrew Blum (autore di Tubes. A Journey to the Center of the Internet):

«Se un cavo si rompe bisogna mandare una nave in mare, buttare un gancio in mare, tirarlo su, trovare l’altro capo, saldare i due pezzi e rimandarlo giù. È un processo fisicamente intenso.
[…] Quando vedete questi ragazzi lavorare su questo cavo con un seghetto, smettete di pensare a Internet come alla nuvola. Comincia a sembrare una cosa incredibilmente fisica. Quello che mi ha sorpreso è anche che, per quanto tutto si basi sulle tecnologie più sofisticate, e siano cose assolutamente nuove, il processo fisico stesso esiste da molto tempo e la cultura è sempre la stessa. Vedete gli operai locali. Vedete gli ingegneri inglesi che danno indicazioni sul fondo. E ancora più importante, i luoghi sono gli stessi. Questi cavi continuano a collegare i classici porti di città, luoghi come Lisbona, Mombasa, Mumbai, Singapore, New York».
Come ho già scritto (repetita iuvant), gli unici finora ad aver sperimentato direttamente la complessità di questi processi (a parte lo stesso Blum, quando uno scoiattolo gli ha rosicchiato il cavetto per la connessione) finora sono stati le migliaia di arabi, asiatici e indiani che nel 2008 hanno sofferto le conseguenze della rottura di sei cavi sottomarini .
Al contrario, i vari global-no-global, decrescisti, postcapitalisti ecc… non si sono accorti del “corollario fisico” dei robot, dell’internet, del cloud computing: per questo vivono in una sorta di allucinazione collettiva, si deterritorializzano e decrescizzano solo nelle loro camerette, mentre la posa dei cavi continua a seguire le vecchie rotte coloniali.

Bastano quattro idee in croce per costruire ideologie dal nulla. Come diceva Marx, “tutta la vecchia merda” (die ganze alte Scheiße) tenta sempre di tornare a galla, e oggi sembra volerlo fare predicando la fine del lavoro, la “frugalità felice” e tante altre leggende. A considerare però dagli ultimi risultati elettorali per il mondo, sembra che le “moltitudini” siano le ultime a voler credere ancora ai cantastorie dell’Impero.

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