lunedì 6 marzo 2017

I gusti di monsignor Paglia


Un lettore mi segnala un’allucinante affresco omo-erotico commissionato nel 2007 per il Duomo di Terni dall’allora vescovo Vincenzo Paglia, oggi Presidente della Pontificia Accademia per la Vita (e già noto per certe dichiarazioni altrettanto allucinanti). Dell’opera aveva parlato quasi un anno fa “Repubblica, ovviamente in toni entusiastici” (Nella Risurrezione del Duomo di Terni anche gay e trans vanno in paradiso, 26 marzo 2016):
«Nel Duomo di Terni anche gli omosessuali vanno in paradiso. Lo fanno in un dipinto realizzato nel 2007 sulla controfacciata della cattedrale di Santa Maria Assunta che rappresenta una risurrezione dei morti. Al centro dei 16 metri per 9 di pittura muraria si staglia Gesù che ascende al cielo trascinando due reti da pesca piene di figure umane. […] Nel groviglio di corpi nudi appaiono personaggi nuovi alla tradizione iconografica cristiana. Tra questi, riconoscibili ai lati della porta d'ingresso della chiesa, ci sono due transessuali e una coppia di uomini in atteggiamenti erotici. Ma anche prostitute, spacciatori, donne velate, uomini di colore con scarpe da ginnastica e omosessuali con il cravattino a pois.
A confermarlo è l'autore dell'opera Ricardo Cinalli, apprezzato pittore argentino che da anni vive a Londra. […] Tra i vari personaggi dipinti all’interno della rete mistica compaiono anche don Fabio Leonardis – “desnudo” e con un cuore tatuato sul bicipite – e monsignor Vincenzo Paglia sostenuto da un mendicante. Sono loro gli altri due protagonisti di questa storia. La Risurrezione di Cinalli fu realizzata per volere di Vincenzo Paglia, allora vescovo della diocesi Terni-Narni-Amelia, oggi arcivescovo e presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e del parroco Fabio Leonardis, allora direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi e segretario della Consulta regionale per i beni culturali ecclesiastici. L’opera fu inaugurata in occasione della messa di Pasqua del 2007, ricevendo scarsa attenzione da parte della stampa locale e suscitando reazioni contrastanti nei parrocchiani.
A Terni circola voce di un progetto per ricoprirlo. […] Don Fabio Leonardis, parroco colto, controverso e amato, è morto nell'agosto del 2008. Non è reperibile a causa dei numerosi impegni monsignor Vincenzo Paglia. Mentre preferisce non commentare l'attuale vescovo di Terni-Narni-Amelia Giuseppe Piemontese.
[…] La Risurrezione è anche il risultato del sodalizio umano tra don Fabio e Paglia (per Cinalli, “i sacerdoti più aperti che abbia mai conosciuto”) e di un comune progetto di rigenerazione del dialogo tra Chiesa e arte contemporanea. “Lavorare con loro è stata un’esperienza umanamente e professionalmente fantastica. Mai, in quattro mesi, durante i quali ci vedevamo circa tre volte alla settimana, Paglia mi ha chiesto se credessi in Dio, non mi hai mai messo in una posizione scomoda. […]”. Racconta, poi, di un’intesa totale con i committenti; di un unico veto, quello di non inserire nella rete mistica una copulazione tra un uomo di colore e una donna bianca […]».
Gli autori del pezzo si domandano perché un simile dipinto sia stato ignorato, osservando che l’unico che ha ancora piacere di parlarne, dopo la scomparsa di Leonardis, è solo l’artista stesso.
Ora che se ne sono accorti alcuni siti americani, col senno di poi forse sarebbe stato meglio ricoprirlo con quattro colpi di vernice. Scrive infatti “LifeSiteNews” (Francis-appointed Vatican archbishop featured in massive homoerotic painting he commissioned, 3 marzo 2017), rilevando un particolare sul quale “Repubblica” evitare di indugiare (nonostante appaia anche in un video prodotto dal quotidiano stesso): «In una delle reti appare lo stesso Paglia, allora vescovo diocesano. Il Salvatore è ritratto col volto di un parrucchiere locale e si intravedono le parti intime attraverso la veste trasparente. […] Sotto la supervisione di Paglia, l’artista ha dipinto il vescovo stesso in una delle reti “erotiche”, seminudo e abbracciato a un uomo barbuto che indossa solo un perizoma smagliato».


Un altro portale statunitense, “The American Conservative”, ha poi rilanciato lo “scoop” (Archbishop Paglia’s Homoerotic Fresco, 4 marzo 2017), rimandato all’articolo originale di “Repubblica”, «a left-wing newspaper and Italy’s second-largest» (eh sì!).

Nessuno vuol passare per bacchettone (nemmeno i bacchettoni stessi), però il cachinno illuminato è difficile da sopportare. Possiamo chiamare in causa quel che vogliamo, le “oscenità” rinascimentali, le braghe di Daniele da Volterra o la Vita del Cellini: ma se il rapporto tra arte e morale cristiana (o religiosa tout court) è ormai pacifico, allora come la mettiamo, per dire, con gli affreschi commemorativi della “notte di San Bartolomeo” del Vasari, voluti da papa Gregorio XIII per la Sala Regia?


In tal caso non è chiaramente consentito inneggiare al “capolavoro”, perché ciò potrebbe creare equivoci anche dal punto di vista pratico: non vorremmo che qualcuno credesse ancora che si va nel regno dei cieli massacrando gli infedeli.

Tuttavia, fosse soltanto per questo, dovremmo allo stesso modo ammettere che non ci si va nemmeno abbracciati a un efebo. Non è un argomento da prendere alla leggera, perché la Chiesa cattolica ha un problema enorme con la pederastia, inutile nasconderselo. Per descrivere la situazione odierna si potrebbe rispolverare il Liber Gomorrhianus (1051) di Pier Damiani: Sodomitae ergo ad angelos conantur violenter irrumpere, cum immundi homines ad Deum tentant per sacri ordinis officia propinquare.
Anche qualora volessimo riabilitare la prostituzione sacra declinata in salsa omo perché “tira” (dal punto di vista estetico, s’intende), dovremmo prima “aggiornare” la fede o ribaltarla completamente. Il che peraltro, secondo alcuni, è proprio quel che sta accadendo: gli innumerevoli argomenti disponibili ai difensori di tale Risurrezione omo-erotica non è che una delle conseguenze di tale andazzo.

La domanda, a questo punto, si pone: cosa dovrà succedere affinché un giorno si possa guardare all’opera di Cinalli con la stessa serenità con cui si affronta un Michelangelo o un Caravaggio? Quale colossale disfida fra tesi e antitesi servirà per giungere alla sintesi di una salvezza ottenuta per mezzo del peccato?
Perché quelle reti stipate di corpi dalla sessualità indefinita, che più vengono sollevati da un Cristo poco salvatico e molto selvatico, e più hanno la possibilità di stringersi e penetrarsi in un’orgia universale, rappresentavano fino a ieri un’antitesi agli insegnamenti dalla Chiesa.

E oggi? Beh, Omnia munda mundis, quindi contenti voi…
Non mi pare però che l’esaltazione dei “tesori d’arte” vaticani sia mai stato un cavallo di battaglia del progressismo cattolico. O forse ricordo male? Può darsi. Ciò nonostante la polemica protestante trovò terreno fertile nello scandalo per gli entusiasmi estetici dei chierici umanisti. Certi fasti sono sempre nefasti, e potrebbero esserlo tanto più per una Chiesa che predica pauperismo e poi razzola trionfalismo, seppur “invertito” (absit iniuria verbo).

A parte il caso particolare da cui siamo partiti, ancora sfugge il paradosso di un Pontefice che definisce i paramenti sacri “carnevalate” e rifiuta di presenziare a un concerto in suo onore perché non si considera un “principe rinascimentale”, ma al contempo accetta un’esaltazione della sua immagine al limite del divismo e, per fare un esempio fra tanti, concede che San Pietro venga trasformata in un maxi-schermo per fantasmagoriche proiezioni di pesci, scimmie e pappagalli in onore della sua enciclica Laudato si’, finanziate da magnati e miliardari.

Per tornare ab ovo e concludere, nell’opera del Cimalli non esistendo il peccato, non dovrebbero esserci neppure i dannati: in effetti a una prima occhiata sembra che Cristo stia chiamando a sé l’umanità intera (a parere dell’artista rappresentata perlopiù da trans e gay tatuati) attraverso le voragini aperte nella terra.
È presumibile che i corpi affiorino direttamente dal mondo degli inferi, in una sorta di apocatastasi forse più politica (o “polemica”) che teologica. A un’osservazione più prossima si nota tuttavia che uno dei “risorti” è in realtà a gambe all’aria, probabilmente perché impossibilitato a uscire dalla buca da solo, oppure perché (horribile dictu!) è stato rispedito agli inferi?

Da questo particolare si evince come l’assenza del peccato nell’affresco sia soltanto una (pia?) illusione: l’unico “dannato” rimanda al corrispondente infero della Gerusalemme Celeste, che è la metropoli inquinata.
L’inferno quindi esiste, e non è nemmeno vuoto. Di quale colpa si sarà macchiato questo povero cristo, per trovarsi incastrato con le chiappe al vento in mezzo al più grande gay pride del mondo? Avrà forse dimenticato di fare la raccolta differenziata, contravvenendo così agli ammonimenti di Papa Francesco, oppure avrà fatto semplicemente qualche commento omofobo su Facebook?

Non sono soltanto battutine. Questa conclusione ci riporta a delle importantissime pagine di René Girard che faccio fatica a non citare continuamente. Riguardano le modalità in cui il meccanismo vittimario viene ancora occultato: mi sembra un commento perfetto sia all’opera in questione sia, in generale, a tutti i progetti teologici-politici di “liberazione” che hanno sempre bisogno di agnelli sacrificali e capri espiatori.
«Non è […] il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo […]: quello che, anziché opporsi apertamente alle aspirazioni giudaico-cristiane, le rivendica come proprie e contesta l’autenticità della preoccupazione cristiana per le vittime (non senza una certa apparenza di ragione a livello delle azioni concrete, dell’incarnazione storica del cristianesimo reale nella storia). Anziché opporsi con franchezza al cristianesimo, il nuovo totalitarismo vuole scavalcarlo a sinistra.
[…] Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e “radicalizza” la preoccupazione verso le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni. Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore dell’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana verso le vittime un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.
Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. È il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai quotidiana e prosaica.
L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà, quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo […].
Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.
E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.
Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione».
Su tali ammonimenti dovrebbero meditare soprattutto quei chierici che vogliono trasformare i propri vizi privati in pubbliche (e teologali) virtù; ma per aiutarli meglio del discernimento, ricordiamo anche un passaggio dal suddetto Liber Gomorrhianus, che non passa mai di moda:
«[Hoc vitium] ab angelorum consortio separat, et infelicem animam sub propriae dominationis jugo a sua nobilitate captivat. Virtutum armis suos milites exuit, omniumque vitiorum jaculis, ut confodiantur, exponit. In Ecclesia humiliat, in foro condemnat, foedat in secreto, dehonestat in publico, conscientiam rodit ut vermis, carnem exurit ut ignis; anhelat, ut voluptatem expleat; at contra timet ne ad medium veniat, ne in publicum exeat, ne hominibus innotescat.
[...] Infelici quippe animae postquam hic venenatissimus coluber dentes semel infixerit, illico sensus adimitur, memoria tollitur, mentis acies obscuratur; fit immemor Dei, obliviscitur etiam sui. Haec namque pestis fidei fundamentum evacuat, spei robur enervat, charitatis vinculum dissipat, justitiam tollit, fortitudinem subruit, temperantiam eximit, prudentiae acumen obtundit» 
(“[Questo vizio] allontana dalla comunione degli angeli e imprigiona l’anima infelice sotto il giogo del proprio dominio grazie al suo potere. Spoglia i suoi militari delle armi virtuose e li espone ai dardi dei vizi perché ne siano trafitti. Umilia nella Chiesa, condanna nella legge. Deturpa in segreto e disonora in pubblico. Rosicchia la coscienza come un verme, brucia la carne come il fuoco. Brama che il desiderio si sazi e, al contrario, teme che non si faccia vedere, che non esca in pubblico, che non si divulghi fra gli uomini. […] Sono davvero infelici le anime dopo che questo velenosissimo serpente le ha morse. Toglie subito la facoltà di pensare, cancella la memoria, oscura l’acutezza della mente, fa dimenticare Dio e anche se stesso. Questa peste infatti, annulla il sentimento della fede, infiacchisce la forza della speranza, cancella il vincolo della carità, toglie la giustizia, abbatte il coraggio, rimuove la temperanza, smussa l’acume della prudenza”).

1 commento:

  1. Guardate qui:

    http://opportuneimportune.blogspot.it/2014/10/mons-bruno-forte-e-il-martirio-di-san.html

    Questo è il martirio di San Lorenzo commissionato da mons. Bruno Forte per la chiesa parrocchiale omonima nella diocesi di Chieti-Vasto.

    Sempre i soliti noti eh?

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