sabato 18 marzo 2017

I capolavori di Giorgio Felloni

Ormai sono quasi dieci anni che conosco il grande Giorgio Felloni, e insieme abbiamo fatto tanto. Tre canzoni, precisamente, delle quali io ho firmato i testi.

La qualità è un po’ bassa perché sarà la centesima volta che li tolgo e rimetto su Youtube e nel frattempo ho perso gli mp3 originali e mi sono rimasti solo i video.

Il critico Alessandro Giorgiutti (quello vero!), definì questi versi una pura espressione del mio “periodo panelliano”, identificando indirettamente il Felloni come un erede del secondo Battisti (o almeno del Pappalardo di Oh! Era ora); però erano altri tempi (2012) e forse avrà cambiato idea (del resto chi lo sente più, il Giorgiutti?)


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I versi di quest’ultima sarebbero canzone un omaggio a Rubén Darío,
ispirati al suo 
Poema del otoño:

Ondeggian nefandezze nel pensiero:
è l'autunno, bimbetta.
Che farà il divino arciero,
forse si acceca, tenendo la stretta?
Sappiam che il più vago vino è il sincero,
in te la vita getta
cingendoti col siero,
ché la vita è breve – e questa è la vendetta.

Duplice estasi saremo in cielo nero
come disio ch’affetta
e come dolor vero
forzando il tuo scrigno, se la morte ha fretta
come Apollo ch’osa, rendendosi foriero
d’una scalata netta
al tuo ultimo maniero,
e alla luce io penso, durando la mia stretta.

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