domenica 12 marzo 2017

Europa Nazione: carne e sangue, tirannia e terrore


A proposito del (commovente?) discorso europeista di Goebbels, vorrei proporre un confronto con l’euronazionalismo odierno, rappresentato in maniera quasi “scultorea” da un’intervista dello scrittore spagnolo Javier Cercas (Nella notte di Parigi è rinata l’Europa, “Corriere”, 29 novembre 2015) rilasciata dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015. Spero che il paragone non risulti offensivo (per Goebbels, intendo).

Da questo scambio di battute col noto Aldo Cazzullo, emerge tutta la pericolosità di questa forma estrema di nazionalismo (il cui lato più sgradevole è quello di non potere o volere mai riconoscersi come tale).
In primo luogo Cercas, al pari di un eurocrate qualsiasi, individua una “conseguenza positiva” negli attentati terroristici parigini: «È nato l’embrione dell’Europa. Nessuno di noi ha pensato che fosse un attacco alla Francia; tutti abbiamo capito che era un attacco all’Europa.  […] Ci voleva ora quest’altra guerra [scil. terroristica] per realizzare che l’Europa unita è il nostro solo orizzonte. D’un tratto, quello che appariva freddo e tecnocratico è diventato carne e sangue. Divisi, i nostri vecchi Stati non contano nulla. Insieme, siamo la prima potenza mondiale».

Per fare l’Europa unita, ci vogliono quindi sempre carne y sangre, messe nel frullatore di uno sciovinismo ora accettato con compiacenza perché esteso “idealmente” (si fa per dire) a un intero continente: da qui ne consegue, tra le altre cose, che lo slogan “America First” venga considerato fascista, mentre “Europe First” invece appaia come un accorato appello democratico, liberale e progressista. Infatti, ricorda ancora Cercas, essendo il Vecchio Continente superiore al Nuovo da qualsiasi prospettiva (questo è almeno ciò che deduce dal primato europeo in letteratura), un Super-Stato potrà finalmente godere di quella “ricchezza” (culturale?) «che l’America non potrà mai avere».

A dimostrazione che la retorica europeista serve davvero a far passare qualsiasi cosa, Cercas, dopo aver affermato che il terrorismo è uguale alla guerra (ma fuori dal paradigma europoide tale equazione sarebbe tacciata di allarmismo, razzismo e xenofobia), si lancia in un elogio della (altrui) tirannia: «Purtroppo avevano ragione i tiranni, quando ci dicevano che l’alternativa alla loro tirannia era il fondamentalismo islamico. Al Qaeda era peggio di Saddam. L’Isis è peggio di Al Qaeda. Quello che verrà dopo potrebbe essere peggio dell’Isis».
Con lo “scudo” dell’euronazionalismo (raddoppiato dalla tendencia izquierdista), lo scrittore può attaccare l’islam da ogni prospettiva: suggerire per esempio, di «chiudere le moschee dove si predica la jihad» o affermare che i turchi sostengono l’Isis («[I terroristi] hanno milioni di simpatizzanti, come si è visto allo stadio di Istanbul. Lei pensa che i turchi siano disposti a combattere l’Isis?»).

Ora, ognuno può dire quel che vuole, però se Cercas un attimo prima afferma che dobbiamo “studiare l’islam” per “sconfiggerlo” (fuor di metafora e melassa, perché ovviamente l’argomentazione per sembrare progressista chiama in causa Mandela: «Nei ventisette anni che passò nelle carceri dell’apartheid, Mandela capì che per sconfiggere l’avversario doveva studiarlo»), poi non può uscirsene con la solita storia che “la Turchia sostiene l’Isis”.
Il riferimento allo “stadio di Istanbul” di cui sopra riguarda un episodio verificatosi a una settimana dagli attentati: i tifosi turchi hanno fischiato durante il minuto di silenzio prima dell’amichevole con la Grecia. Cercas, seguendo l’interpretazione propagandata dalle gazzette, dimostra così di non aver studiato molto. In realtà, se lo scrittore avesse fatto un minimo di ricerca (in fondo anche la Turchia è islam, anche loro “vengono da Islam”, no?), avrebbe compreso che i cori di disapprovazione non sono stati un inno all’Isis, ma una protesta contro la Francia (la quale, per una grossa fetta dell’opinione pubblica turca, “sostiene il PKK”). L’episodio è disdicevole, ma non è legittimo biasimarlo in base a una presunta superiorità da europeo civilizzato: se i nostri media possono continuare a dire che Ankara sostiene il terrorismo islamico, allo stesso modo i turchi possono legittimamente pensare che Parigi sostiene il terrorismo curdo. Pari e patta, insomma

L’ossessione principale di Cercas resta comunque l’Europa, che nell’intervista spunta da ogni dove («Questo è il momento di costruire l’Europa: una politica comune di difesa, una politica comune dell’immigrazione», afferma d’emblée mentre discute delle responsabilità occidentali nella diffusione dell’estremismo islamico). Non può mancare poi l’apoteosi dell’ormai patafisico “Più Europa”: «Dobbiamo dissolvere i vecchi Stati in una federazione europea, non crearne di nuovi. Solo così il potere politico potrà resistere al potere economico, la democrazia potrà fronteggiare le corporation globali».
Ecco le basi della nuova Europa-Nazione, in cui tutto deve confluire: non solo letteratura, storia, geografia e materie varie, ma anche il terrorismo e la tirannia, la disoccupazione e la recessione, la censura e il conformismo. E ovviamente sempre gli ingredienti base (non dimentichiamolo mai): carne e sangue.

Nessun commento:

Posta un commento