sabato 18 marzo 2017

Diventare poliglotti (non basta)


Per diventare poliglotti la cosa più importante è imparare una nuova lingua (thanks the dick).
A parte gli scherzi, come sempre l’ultimo passo dipende dal primo, perciò è indispensabile crearsi il proprio metodo e imparare la vera “prima seconda lingua” da soli; il resto vien da sé.
Sono sconsigliati gli insegnanti privati, i corsi online (a meno che non siano semplici e gratuiti) e soprattutto le centinaia di “pacchetti personalizzati” offerti dai cosiddetti bizglots  (i poliglotti che vendono le proprie competenze).

Queste cose servono perlopiù a crearsi un alibi nel momento in cui, dopo mesi di studio matto e disperatissimo, ci si renderà conto di non poter spiccicare nemmeno una parola. Molto meglio invece coltivare il proprio maestro interiore tra un emisfero cerebrale e l’altro.

Bisogna ugualmente evitare le comunità di poliglotti, poiché per esse vale il motto di Carlo V («Un uomo, il quale sa quattro lingue, vale quattro uomini») però al contrario: provate a immaginare un cazzone moltiplicato per il numero di lingue che conosce.
Piuttosto è caldamente consigliato entrare in contatto con i madrelingua, perché a meno che non ci si imbatta in un altro cazzone, essi saranno certamente disponibili di aiutarvi (e in questo caso il loro aiuto consisterà semplicemente nella più spontanea delle conversazioni).

Infatti è utile decidere quale nuova lingua imparare soprattutto in base al numero di parlanti nativi coi quali è possibile stabilire un contatto durevole ed “effettivo” (senza doppi sensi). Bisogna diventare esperti nella scelta di quelli che gli antropologi chiamano informatori privilegiati.
Sarebbe peraltro interessante, a tal proposito, realizzare uno studio sulla psicologia di chi decide di aiutare un poliglotta a imparare il proprio idioma: servirebbe se non altro per orientarsi in modo meno aleatorio verso una categoria di parlanti piuttosto che un altra.
Anche i poliglotti, del resto, dovrebbero essere psicanalizzati, o almeno ne andrebbero indagate motivazioni e finalità (ci ha provato Michael Erard –nonostante la vaghezza dei criteri scientifici attuali– nel volume Babel No More). Una visione disincantata della situazione presente porterebbe ad annoverare tra i moventi degli appartenenti a tale bizzarra tribù il protagonismo e la necessità di fare soldi: forse sono questi i pilastri che reggono il livello più basso della disciplina, quello dei bizglots. Considerando altresì che il mercato è ormai saturo da eccesso di offerta (che come qualità è generalmente mediocre, dato che nessun bizglot offre diplomi o attestati di frequenza, assumendo come unico criterio di validità del metodo l’accrescimento dell’autostima del proprio “cliente”), sembra che alla fine sarà l’esibizionismo a prevalere su qualsiasi pretesto di commercializzazione.

In alcun casi questa tendenza può comunque dar vita a esperienze entusiasmanti, come quella dell’afroamericano Moses McCormick, uno dei rappresentanti più “nobili” del poliglottismo internettiano. Costui ha più volte ammesso che il motivo per cui ha iniziato a studiare compulsivamente decine e decine di idiomi è stata l’ambizione a essere considerato intelligente come un bianco, o almeno un asiatico (si veda, per esempio, questo video); potremmo scomodare l’hegeliano desiderio di riconoscimento, ammettendo che se egli ha scelto di sfruttare il proprio talento a scopo di lucro lo ha dovuto fare principalmente per la sua condizione di nero appartenente al ceto medio-basso, che gli avrebbe impedito di coltivare la sua raison d’être con altri mezzi.

La sfida fondamentale rimane tuttavia quella di non trasformare il poliglottismo in un qualcosa di fine a se stesso, di non ridursi a un fenomeno da baraccone (case study, in inglese). Questo è ciò che accade regolarmente, tanto che è quasi impossibile trovare contributi culturali minimamente stimolanti da parte di chi giunse a imparare dalle venti a trenta lingue (Bausani a parte, ovviamente).
Il poligottismo va portato con una certa eleganza e mai ostentato (anche se effettivamente sulle persone fa più colpo rispetto ad altri trastulli). Inoltre non dovrebbe occupare uno spazio eccessivo nella vita di un uomo: a un certo punto, le lingue dovrebbero “capitare” come la prima volta che si è iniziato a parlare. Se una cosa è talmente semplice che può farla anche un bambino, non si capisce perché un adulto debba struggersi e mortificarsi.

Detto questo, scegliere la “prima” lingua non è facile: per quel che mi riguarda io ho preferito non indugiare troppo e partire immediatamente con quaranta. Il gruppo iniziale è andato via via scremandosi e dopo qualche anno ho registrato i progressi più rilevanti con il polacco, il turco, il romeno, il portoghese, il greco e il lituano. Nel contempo ho percepito un incredibile miglioramento anche con lingue la cui ignoranza avevo sempre considerato disdicevole (francese, tedesco e spagnolo) e che dopo innumerevoli fallimenti avevo abbandonato da anni. Posso quindi testimoniare che queste tecniche hanno anche effetto “retroattivo”.

Un modello “produttivo” da seguire è quello del Voltaire “italiano”, che aveva forse intuito il senso del poliglottismo quando, scrivendo nell’idioma gentile, adattava il suo stile al sentire dei destinatari, diventando per certi versi qualcun altro rispetto al Voltaire affidato poi alla storia (mi permetto di rimandare al mio Voltaire bacia i piedi del Papa). Non possiamo però attribuire tale approccio mimetico esclusivamente al Voltaire, perché tracce di esso si ritrovano nel Mezzofanti (che venne paragonato da un’interlocutrice a «una scimmia, un pappagallo, una macchina parlante») e in miriadi di altri autori (si veda ad esempio l’esperienza di Akira Sakamoto).

Questo è in conclusione l’elenco di lingue che ho deciso di studiare; non possiamo chiaramente escludere esiti borgesiani o rabelaisiani:
(a) con cui si può domandare all’Imperatore il permesso di morire (THAILANDESE);
(b) imbalsamate e/o ammaestrate (ESTONE, ESPERANTO);
(c) per comunicare con animali favolosi (ITALIKO, DANESE);
(d) incluse in questa classificazione;
(f) il cui primo dizionario è stato scritto con un finissimo pennello di pelo di cammello (SOMALO);
(g) per romper un jarrón, che per taluni significa “rompere il vaso di fiori” e per tutti gli altri “fare all’amore” (POLACCO, UCRAINO, TURCO, TEDESCO);
(h) eccetera (MALGASCIO, CROATO, OLANDESEGALEGO);
(i) per ordire complotti all’ombra di un impero (SPAGNOLOLITUANO, LUSSEMBURGHESE, LEMURIANO);
(j) el árabe, el arameo, el persa, el portugués, el francés, el alemán, el caldeo… el islandés, el sami, el ruteno, el frisón… (cit.)
(k) quelle che non farebbero più dire a Carlo V «un uomo, il quale sa quattro lingue, vale quattro uomini», ma gli farebbero ripetere per quattro volte «ma questo è un coglione!».

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