martedì 28 marzo 2017

Молитва


Su richiesta dell’amico Andrea (del quale ho già curato i filmini delle vacanze), la traduzione  di “Молитва” [Preghiera] un classico del rap devozionale russo, impreziosito dal contributo del bardo Рома Жиган [Roma Žigan], personaggio di culto negli ambienti che contano per esser stato incoronato da Putin in persona come il più grande rapper di tutte le Russie (è stato anche arrestato un paio di volte per reati contro il patrimonio e disturbo della quiete pubblica).


lunedì 27 marzo 2017

Mavro ce skotinò


Ho scoperto anni fa questa canzone in griko grazie a un disco della serie “Tribù Italiche” dedicato alla Puglia, allegato a “World Music Magazine” (n. 82, Gennaio-Febbraio 2007).

Per anni ho cercato una traduzione del testo (del poeta calimerese Vito Domenico Palumbo [1854-1918]), ma nonostante l’attrattiva che in molti sembra suscitare questo idioma (a partire dal Presidente della Repubblica della Molossia, che sul sito ufficiale della sua micronazione ha pure pubblicato un dizionario inglese-griko), non era stato possibile trovare una versione italiana. Finché non è arrivato l’unico sito realmente utile per sapere qualcosa del griko, “Ciuri ce Pedì”, e l’ha tradotta (anzi, già che c’era, di buona lena ha pubblicato quasi l’intero repertorio dei Ghetonia).

Li ringraziamo e ci auguriamo che il loro impegno contribuisca alla riscoperta di questo patrimonio culturale e folkloristico, che a quanto pare risulta più interessante in Grecia che nella nostra Grecìa, come dimostra l’interpretazione degli Encardia di Kostas Kostantatos alla tv greca di qualche anno fa:


Pu e’ to rodo t’òrio,
to miristò, t’asteri,
cino pu lustron èkanne,
scimona, kaloceri?

Pirte, chasi, to ròdommu,
t’asteri spittarò;
c’evò ftechuddhi èmina,
mavro ce skotinò.

Ecì pu se filìsane,
epanu stin garzeddha,
san ena’ rodo ènifse,
fènese pleo’ kaleddha.

Ma t’addho mero e’ sbàlido,
‘e su prepi makà.
Fseri ti kame? Mìnone,
su dio mia filimà.

Otikané skotìgnase,
tìpoti ‘en ei pleo’ chari
arte pu e mavri tìchimu
tèlise na mû’ pari!

C’evò, ftechuddhi, èmina
sekundu itti’ rodea
pu tis eskòrpise ànemo
ta roda es pa’ merea.

Ecì pu se filìsane...
Dov’è la bella rosa
profumata, la stella,
che sempre risplendeva,
e l’estate e l’inverno?

S’è persa la mia rosa,
la stella scintillante,
ed ecco, poveretto,
me ne sto triste e solo.

Là dove ti han baciata,
sulla tua bianca guancia,
è sbocciata una rosa
che ti fa più carina.

Ma l’altra guancia è pallida,
questo bene non va.
Sai che facciamo? Aspetta,
ti do un bacio io di là.

Si è fatto tutto buio,
nulla per me ha più grazia,
or che la nera sorte
togliermela ha voluto!

Mi è toccato restare
come quel bel roseto
a cui il vento ha strappato
le rose da ogni ramo.

Là dove ti han baciata...

giovedì 23 marzo 2017

Pazolini

Uno degli articoli più letti di questo blog è quello dedicato al padre di Pasolini, Carlo Alberto, che in realtà consta solo di qualche dettaglio poco conosciuto emerso dalle lettere del Poeta stesso.
Della vita di questo ufficiale bolognese, all’apparenza neanche tanto banale, non sappiamo nulla e ne sapremmo ancora meno senza cotanto figlio (seppur ingrato). Tuttavia negli ultimi tempi mi ha colpito l’interesse suscitato dalla figura di Carlo Pasolini da parte di russi e coreani: giungevano infatti da queste parti strane chiavi di ricerca, tipo Карло Пазолини oppure “Pazolini” (un errore che attribuivo al diverso alfabeto – del resto chi saprebbe scrivere correttamente in cinese il nome di Mao Tse-tung dovendosi basare solo sulla traslitterazione italiana?).

Incuriosito soprattutto dall’incredibile flusso di visite da Seul, ho provato a capire cosa effettivamente i coreani sapessero di Pasolini. Il risultato è: niente (a parte qualche film sottotitolato).
Come si spiega allora tutto questo entusiasmo? Semplice: stanno cercando scarpe!
“Carlo Pazolini” è infatti il marchio di un’azienda italiana conosciuto soprattutto nell’ex Unione Sovietica e in Asia perché al 100% di proprietà russa. Come scrive “Repubblica”: «Il  marchio ha scelto due “z” intrecciate come logo anche per mettere l’accento su un nome che è un omaggio al grande poeta delle borgate romane e dei ragazzi di vita. Perché in russo Pasolini si pronuncia con la “z” [no, è che per la “z” dovrebbero usare il suono “ts” rispetto alla traslitterazione standard, ndr]. Tutto comincia nel 1991, quando un intraprendente uomo d’affari con la vocazione dell’antesignano, Ilya Reznik, intuisce il potenziale che nel mercato russo può avere il sapore dell’artigianalità tricolore. Nasce così Carlo Pazolini, un marchio di “lusso accessibile” di calzature e accessori che nel 2008 taglia il traguardo dei 100 negozi monomarca procedendo nel frattempo alla messa a punto di un ambizioso piano di sviluppo di negozi in franchising».
(Non abbiamo capito da dove proviene il  “Carlo”, ma non importa).

Che dire? Complimenti! E aggiungerei: Sticazzi! Abbiamo fatto la solita figura da mona. Anche loro, però: che c’entra Pasolini con le scarpe? Allora noi ci mettiamo a fare i cappotti “Gogol”, che almeno sono più in tema… Vabbè, è andata così. È un peccato però passare sempre da sfigato anche in queste piccole cose: al diavolo la poesia, bisogna diventare esperti di scarpe, «scarpe […] da donna che costano milioni all’uomo». Perché, è proprio il caso di dirlo, «l’han deciso i [poeti]», e dobbiamo accettarlo.


Per ripicca (?) ho cancellato tutti i post dedicati a Pasolini, lasciando solo quello di suo padre. Così coreani e ucraini penseranno che il regista del Decameron sia stato un virilissimo ufficiale italiano, col quale il suo stesso figlio sognava di fare all’amore (in una rivisitazione dell’Edipo, forse auto-imposta).
Sarebbe anzi il caso di inventarsi proprio un alter ego del Poeta, il “Pazolini”, grandissimo tombeur de femmes, maschio italiano al 100%, che se l’è fatte tutte, da Elsa Morante a Dacia Maraini, da Laura Betti ad Anna Magnani, da Silvana Mangano fino alla Callas.
Dunque, se ve lo chiedono, “Pazolini” è morto mentre faceva sesso con una giovanissima Milly Carlucci. Così evitiamo anche un eventuale danno d’immagine nel mondo slavo…

mercoledì 22 marzo 2017

Tsamikos


Manos Khatzidakis
Tsamikos
(1976)

Στα κακοτράχαλα τα βουνά
[Sta kakotrákhala ta vuná]    
με το σουράβλι και το ζουρνά           
[me to surávli ke to zurná]
πάνω στην πέτρα την αγιασμένη
[páno stin pétra tin aghiasméni]
χορεύουν τώρα τρεις αντρειωμένοι.
[khorévun tóra tris andrioméni.]
Ο Νικηφόρος κι ο Διγενής
[O Nikifóros ki o Digenís]
κι ο γιος της Άννας της Κομνηνής.
[ki o ghios tis Ánnas tis Komninís.]

Δική τους είναι μια φλούδα γης
[Dikí tus íne mia flúda ghis]
μα εσύ Χριστέ μου τους ευλογείς
[ma esý Khristé mu tus evlogís]
για να γλιτώσουν αυτή τη φλούδα
[ghia na glytósun aftí ti flúda]
απ’ το τσακάλι και την αρκούδα.
[ap' to tsakáli ke tin arkúda.]
Δες πώς χορεύει ο Νικηταράς
[Des pós khorévi o Nikitarás]
κι αηδόνι γίνεται ο ταμπουράς.
[ki aidóni ghínete o tamburás.]

Από την Ήπειρο στο Μοριά
[Apó tin Ípiro sto Moriá]
κι απ’ το σκοτάδι στη λευτεριά
[ki ap' to skotádi sti lefteriá]
το πανηγύρι κρατάει χρόνια
[to panighýri kratái khrónia]
στα μαρμαρένια του χάρου αλώνια.
[sta marmarénia tu cháru alónia.]
Κριτής κι αφέντης είν’ ο Θεός
[Kritís ki aféndis ín' o Theós]
και δραγουμάνος του ο λαός.
[ke dragumános tu o laós.]
Per i monti sassosi

col suravli e lo zurna

in cima alla pietra benedetta

danzano ora i tre coraggiosi.


e il figlio di Anna Comnena.


A loro solo una scorza di terra

ma tu, Cristo, benedicili

affinché proteggano questa scorza

dallo sciacallo e dall’orsa.

Guarda come balla Nikitaras

e il tamburas si trasforma in usignolo.


Dall’Epiro alla Morea [Peloponneso]

e dalle tenebre alla libertà

una festa che dura anni

tra le aiuole di marmo della morte.

Giudice e signore è Dio

e Suo interprete il popolo.

domenica 19 marzo 2017

Parola di Erdoğan

I giornali italiani attaccano ancora il grande Erdoğan, attribuendogli un fantomatico appello ai turchi in Europa a “fare almeno cinque figli. Ma vi pare che potrebbe dire una cosa del genere? Beh, cazzo, l’ha detto veramente, a uno di quei comizi “a braccio” che hanno fatto la sua fortuna di intrattenitore (meno male che il Tavernello per i mussulmani è haram, sennò sai che risate): “Üç değil, beş çocuk yapın. Size yapılan terbiyesizliklere vereceğiniz en güzel cevap budur” [«Non fate tre figli, ma cinque. È la migliore risposta alla mancanza di rispetto con cui siete stati trattati»].


Erdoğan è fatto così, prendere o lasciare (ha detto altre cose divertenti, per esempio che oltre al velo l’UE dovrebbe proibire anche la kippah).
Non ha tutti i torti, considerando lo scherzetto che gli ha fatto quella opportunista della Merkel, proibendo i comizi sul referendum costituzionale turco in tutto il Nord Europa (mentre in Francia e in Grecia si sono svolti in assoluta tranquillità). Non è un atteggiamento con cui si può trattare un “Sultano”: i tedeschi pensano sempre di avere a che fare con bambini indisponenti. Non a caso il braccio destro della Merkel nella CDU, Julia Klöckner, ha paragonato il leader turco a «un bambino testardo che non riesce a ottenere quel che vuole» [“Herr Erdogan reagiert wie ein trotziges Kind, das seinen Kopf nicht durchsetzen kann”].

No, Erdoğan non è un politico italiano qualsiasi che è contento di sentirsi dire che “deve fare i compiti a casa”. Infatti tutto il governo di Ankara si è scatenato all’unisono: tedeschi nazisti, austriaci nazisti, olandesi… nazisti!


Erdoğan tiene la cazzimma, almeno questo gli amici lepantisti devono riconoscerlo. Del resto, non tutti sono disposti a farsi prendere in giro dalle élite tedesche: è chiaro che la “questione turca” è stata ventilata soprattutto per squallide beghe elettorali. Per capire quel che è successo in Olanda, bisogna immaginare gli italiani che nel 2013 votano in massa Monti perché ha fatto espellere la moglie di un dissidente kazako (ah già che lo hanno fatto altri… il discorso comunque vale lo stesso).

Adesso la Merkel, volevo dire la Commissione UE, ha tracciato il nuovo cammino: prima era “accogliere tutti con gli applausi alla stazione”, ora è “espellere la metà degli immigrati arrivati in Europa”. E ovviamente chiudere la rotta mediterranea, cosa a cui sta pensando la generosa Germania ricoprendo di miliardi sia al-Sisi che il governo tunisino nello stesso modo con cui ha fatto con Erdoğan (che però dice che il bonifico non è ancora arrivato, e comunque ha sempre il coltello dalla parte del manico…). Forse dovremmo smetterla di far gestire i nostri rapporti col mondo intero dalla Germania – già, è vero però che noi non abbiamo un Erdoğan…

Poi, uno può dire quello che vuole: che il Gran-Turco è un tiranno e un buffone, per esempio. Va benissimo, una reazione virile è in genere sempre consigliata. Ma a dettare la linea dalla nostra parte sono i Gramellini, quelli chhe sulle prime pagine dei giornali scrivono questo:


Se Erdoğan parla così è colpa di Salvini e Le Pen che lo hanno fomentato. Perché non va a dirlo direttamente a lui? “Non parlare così, che fai il gioco dei populisti”.
È questo tipo di risposte che fa saltare i nervi: perché i Gramellini (sono legione, non ce l’ho solo col singolo) non hanno nemmeno il coraggio di sostenere il controllo demografico o altre facezie. Si limitano semplicemente a dire: «Il Sultano sottovaluta l’effetto che i costumi europei esercitano sui suoi sudditi maschi. Circondati dalle nostre implacabili armi di distrazione di massa – smartphone, videogiochi, pay tv – già al secondo figlio si accasceranno sul divano».

Che risate! Molto più audace sarebbe proporre la sterilizzazione di massa attraverso l’aggiunta di contraccettivi ai cibi e all’acqua (è una delle idee dell’entomologo Paul Ehrlich, che adesso può parlare pure in Vaticano), oppure ricordare ai turchi che i loro figli diventeranno tutti pederasti (perché le seconde generazioni si “radicalizzano” anche nella deboscia) e che quindi non potranno “fare” più di un figlio (mica sono cantanti da funerale o politici di sinistra, che possono permettersi di affittare uteri a destra e manca).

Fin qui comunque abbiamo scherzato. Gli italiani conoscono poco la Turchia, altrimenti non tirerebbero fuori i Martiri di Otranto, Lepanto o Pippa Bacca ogni volta che qualche loro politico esterna una stronzata. Tranquilli, i gay ci sono anche in Turchia, e se per questo pure le modelle scosciate e roba del genere; il loro tasso di fertilità negli ultimi vent’anni è sceso ai livelli di quello francese e irlandese.
Per certi versi è condivisibile l’ovvietà che ha detto Juncker oggi alla “Bild”: «C’è una grande differenza tra il popolo turco e il governo turco. Non tutti i turchi sono piccoli Erdogan» [“Es gibt einen großen Unterschied zwischen dem türkischen Volk und der türkischen Regierung. Nicht alle Türken sind kleine Erdogans”].
Esatto, ma con certi atteggiamenti il rischio di farli diventare tali è sempre molto alto…

sabato 18 marzo 2017

I capolavori di Giorgio Felloni

Ormai sono quasi dieci anni che conosco il grande Giorgio Felloni, e insieme abbiamo fatto tanto. Tre canzoni, precisamente, delle quali io ho firmato i testi.

La qualità è un po’ bassa perché sarà la centesima volta che li tolgo e rimetto su Youtube e nel frattempo ho perso gli mp3 originali e mi sono rimasti solo i video.

Il critico Alessandro Giorgiutti (quello vero!), definì questi versi una pura espressione del mio “periodo panelliano”, identificando indirettamente il Felloni come un erede del secondo Battisti (o almeno del Pappalardo di Oh! Era ora); però erano altri tempi (2012) e forse avrà cambiato idea (del resto chi lo sente più, il Giorgiutti?)


*


*


I versi di quest’ultima sarebbero canzone un omaggio a Rubén Darío,
ispirati al suo 
Poema del otoño:

Ondeggian nefandezze nel pensiero:
è l'autunno, bimbetta.
Che farà il divino arciero,
forse si acceca, tenendo la stretta?
Sappiam che il più vago vino è il sincero,
in te la vita getta
cingendoti col siero,
ché la vita è breve – e questa è la vendetta.

Duplice estasi saremo in cielo nero
come disio ch’affetta
e come dolor vero
forzando il tuo scrigno, se la morte ha fretta
come Apollo ch’osa, rendendosi foriero
d’una scalata netta
al tuo ultimo maniero,
e alla luce io penso, durando la mia stretta.

Diventare poliglotti (non basta)


Per diventare poliglotti la cosa più importante è imparare una nuova lingua (thanks the dick).
A parte gli scherzi, come sempre l’ultimo passo dipende dal primo, perciò è indispensabile crearsi il proprio metodo e imparare la vera “prima seconda lingua” da soli; il resto vien da sé.
Sono sconsigliati gli insegnanti privati, i corsi online (a meno che non siano semplici e gratuiti) e soprattutto le centinaia di “pacchetti personalizzati” offerti dai cosiddetti bizglots  (i poliglotti che vendono le proprie competenze).

Queste cose servono perlopiù a crearsi un alibi nel momento in cui, dopo mesi di studio matto e disperatissimo, ci si renderà conto di non poter spiccicare nemmeno una parola. Molto meglio invece coltivare il proprio maestro interiore tra un emisfero cerebrale e l’altro.

Bisogna ugualmente evitare le comunità di poliglotti, poiché per esse vale il motto di Carlo V («Un uomo, il quale sa quattro lingue, vale quattro uomini») però al contrario: provate a immaginare un cazzone moltiplicato per il numero di lingue che conosce.
Piuttosto è caldamente consigliato entrare in contatto con i madrelingua, perché a meno che non ci si imbatta in un altro cazzone, essi saranno certamente disponibili di aiutarvi (e in questo caso il loro aiuto consisterà semplicemente nella più spontanea delle conversazioni).

Infatti è utile decidere quale nuova lingua imparare soprattutto in base al numero di parlanti nativi coi quali è possibile stabilire un contatto durevole ed “effettivo” (senza doppi sensi). Bisogna diventare esperti nella scelta di quelli che gli antropologi chiamano informatori privilegiati.
Sarebbe peraltro interessante, a tal proposito, realizzare uno studio sulla psicologia di chi decide di aiutare un poliglotta a imparare il proprio idioma: servirebbe se non altro per orientarsi in modo meno aleatorio verso una categoria di parlanti piuttosto che un altra.
Anche i poliglotti, del resto, dovrebbero essere psicanalizzati, o almeno ne andrebbero indagate motivazioni e finalità (ci ha provato Michael Erard –nonostante la vaghezza dei criteri scientifici attuali– nel volume Babel No More). Una visione disincantata della situazione presente porterebbe ad annoverare tra i moventi degli appartenenti a tale bizzarra tribù il protagonismo e la necessità di fare soldi: forse sono questi i pilastri che reggono il livello più basso della disciplina, quello dei bizglots. Considerando altresì che il mercato è ormai saturo da eccesso di offerta (che come qualità è generalmente mediocre, dato che nessun bizglot offre diplomi o attestati di frequenza, assumendo come unico criterio di validità del metodo l’accrescimento dell’autostima del proprio “cliente”), sembra che alla fine sarà l’esibizionismo a prevalere su qualsiasi pretesto di commercializzazione.

In alcun casi questa tendenza può comunque dar vita a esperienze entusiasmanti, come quella dell’afroamericano Moses McCormick, uno dei rappresentanti più “nobili” del poliglottismo internettiano. Costui ha più volte ammesso che il motivo per cui ha iniziato a studiare compulsivamente decine e decine di idiomi è stata l’ambizione a essere considerato intelligente come un bianco, o almeno un asiatico (si veda, per esempio, questo video); potremmo scomodare l’hegeliano desiderio di riconoscimento, ammettendo che se egli ha scelto di sfruttare il proprio talento a scopo di lucro lo ha dovuto fare principalmente per la sua condizione di nero appartenente al ceto medio-basso, che gli avrebbe impedito di coltivare la sua raison d’être con altri mezzi.

La sfida fondamentale rimane tuttavia quella di non trasformare il poliglottismo in un qualcosa di fine a se stesso, di non ridursi a un fenomeno da baraccone (case study, in inglese). Questo è ciò che accade regolarmente, tanto che è quasi impossibile trovare contributi culturali minimamente stimolanti da parte di chi giunse a imparare dalle venti a trenta lingue (Bausani a parte, ovviamente).
Il poligottismo va portato con una certa eleganza e mai ostentato (anche se effettivamente sulle persone fa più colpo rispetto ad altri trastulli). Inoltre non dovrebbe occupare uno spazio eccessivo nella vita di un uomo: a un certo punto, le lingue dovrebbero “capitare” come la prima volta che si è iniziato a parlare. Se una cosa è talmente semplice che può farla anche un bambino, non si capisce perché un adulto debba struggersi e mortificarsi.

Detto questo, scegliere la “prima” lingua non è facile: per quel che mi riguarda io ho preferito non indugiare troppo e partire immediatamente con quaranta. Il gruppo iniziale è andato via via scremandosi e dopo qualche anno ho registrato i progressi più rilevanti con il polacco, il turco, il romeno, il portoghese, il greco e il lituano. Nel contempo ho percepito un incredibile miglioramento anche con lingue la cui ignoranza avevo sempre considerato disdicevole (francese, tedesco e spagnolo) e che dopo innumerevoli fallimenti avevo abbandonato da anni. Posso quindi testimoniare che queste tecniche hanno anche effetto “retroattivo”.

Un modello “produttivo” da seguire è quello del Voltaire “italiano”, che aveva forse intuito il senso del poliglottismo quando, scrivendo nell’idioma gentile, adattava il suo stile al sentire dei destinatari, diventando per certi versi qualcun altro rispetto al Voltaire affidato poi alla storia (mi permetto di rimandare al mio Voltaire bacia i piedi del Papa). Non possiamo però attribuire tale approccio mimetico esclusivamente al Voltaire, perché tracce di esso si ritrovano nel Mezzofanti (che venne paragonato da un’interlocutrice a «una scimmia, un pappagallo, una macchina parlante») e in miriadi di altri autori (si veda ad esempio l’esperienza di Akira Sakamoto).

Questo è in conclusione l’elenco di lingue che ho deciso di studiare; non possiamo chiaramente escludere esiti borgesiani o rabelaisiani:
(a) con cui si può domandare all’Imperatore il permesso di morire (THAILANDESE);
(b) imbalsamate e/o ammaestrate (ESTONE, ESPERANTO);
(c) per comunicare con animali favolosi (ITALIKO, DANESE);
(d) incluse in questa classificazione;
(f) il cui primo dizionario è stato scritto con un finissimo pennello di pelo di cammello (SOMALO);
(g) per romper un jarrón, che per taluni significa “rompere il vaso di fiori” e per tutti gli altri “fare all’amore” (POLACCO, UCRAINO, TURCO, TEDESCO);
(h) eccetera (MALGASCIO, CROATO, OLANDESEGALEGO);
(i) per ordire complotti all’ombra di un impero (SPAGNOLOLITUANO, LUSSEMBURGHESE, LEMURIANO);
(j) el árabe, el arameo, el persa, el portugués, el francés, el alemán, el caldeo… el islandés, el sami, el ruteno, el frisón… (cit.)
(k) quelle che non farebbero più dire a Carlo V «un uomo, il quale sa quattro lingue, vale quattro uomini», ma gli farebbero ripetere per quattro volte «ma questo è un coglione!».

Tenere occupate le mani

Tra i consigli elargiti dall’indispensabile “WikiHow”, troviamo anche quelli su Come Diventare Ambidestro. Nella traduzione italiana tuttavia vengono omesse le spassose controindicazioni della versione originale, tra le quali spiccano: problemi di memoria, linguaggio e concentrazione, disorientamento spaziale e dislessia.


Sembra una cosa pericolosa, perciò la sconsigliamo a chi poteva rimanere offeso. 
Per tutti gli altri, invece, potrebbe rappresentare un piacevole passatempo (tenere occupate le mani è sempre utile, dico bene? WikiHow si occupa anche di questo!); prima di capire come diventare ambidestri (alla fine serve solo un po’ di pratica), dovremmo tuttavia interrogarci sul perché.

L’ambidestria è un requisito importante, in generale, per stimolare la neuroplasticità e, in particolare, per sviluppare la capacità di apprendere una nuova lingua (non fosse per il fatto che la maggior parte dei poliglotti sono mancini).
Per quel che mi riguarda, ho iniziato a scrivere con la sinistra di recente, in seguito a un curioso incidente che ha coinvolto la mia mano destra impegnata a dirimere una questione repentinamente tracimata oltre la linea che separa una schermaglia retorica da una rissa... ma di questa vicenda saranno gli inquirenti a occuparsene: restiamo in tema.

Prima di tutto, come dicevo, bastano pochi esercizi al giorno e un minimo di buona volontà per imparare a scrivere con la sinistra in un mese. In sostanza, si tratta di ripetere quel che si è fatto a scuola tanti anni fa, il che peraltro aiuta anche ad assumere quella forma mentis secondo la quale ogni lingua nuova non va imparata con metodi diversi da quelli con cui si è imparata la prima, ma deve essere invece assimilata nel modo più spontaneo possibile (quindi non come una seconda lingua, ma come un’altra prima lingua).

Imparare a scrivere con la sinistra significa chiaramente imparare a scrivere bene, cioè far pratica non per compensare un’abilità mancante (tale veniva considerato il mancinismo fino a qualche decennio fa), ma per acquisirne una nuova.

In tal modo l’emisfero cerebrale destro (che è appunto collegato alla mano sinistra) può ricevere quotidianamente nuovi stimoli: questo è uno dei pochi stratagemmi “naturali” che abbiamo per risvegliare l’altra parte del cervello, a meno che non si voglia ricorrere a farmaci dagli effetti collaterali incerti, oppure mettersi nelle mani di qualche scienziato in vena di sperimentazione.

Le strutture neurologiche che sottendono al linguaggio sono infatti presenti in entrambi gli emisferi, ma gli esseri umani per parlare utilizzano solamente quelle a sinistra. Anche a livello popolare è noto che la parte sinistra del cervello è quella della razionalità, mentre la destra quella della creatività (non è soltanto una leggenda metropolitana): infatti l’emisfero destro, oltre a essere specializzato nella sintesi di concetti e nella classificazione di forme e dimensioni, è il veicolo attraverso cui percepiamo la musica (per questo chi ha sofferto di emorragie celebrali all’emisfero sinistro perde l’uso della parola ma è ancora in grado di cantare).

Lo psicologo americano Julian Jaynes, ne Il crollo della mente bicamerale (1976; tr. it. Adelphi, 1984), definisce l’emisfero destro come la “parte divina” del sistema nervoso, nella quale vanno situate le allucinazioni visive e uditive attraverso le quali un tempo gli uomini si illudevano di parlare con gli dèi (il fenomeno è ancora oggi osservabile negli schizofrenici o in chi ha subito un danno cerebrale tale da impedire una corretta comunicazione tra i due emisferi).
Per usare una metafora di Jaynes, «l’area di Wernicke [la parte del cervello necessaria alla comprensione del linguaggio] nell’emisfero destro guarda sempre dall’alto in basso l’area di Wernicke nell’emisfero sinistro» (p. 414n). 

Dal punto di vista dell’apprendimento linguistico, ciò corrisponde al modello del “doppio canale”, secondo il quale «il parlare una nuova lingua coinvolgerebbe il canale “come” collocato principalmente nella parte sinistra del cervello (e collegato alla mia mano destra), mentre il capire una nuova lingua coinvolgerebbe il canale “cosa”, collocato in entrambi gli emisferi (e collegato quindi a entrambe le mani)» (M. Erard, Babel No More, Free Press, NY, 2012, p. 158).
Di conseguenza rendere l’emisfero destro più attivo scrivendo con la mano sinistra permette al cervello non solo di assorbire facilmente un’altra lingua come fosse una totalità di suoni pronta a essere codificata dalla parte sinistra, ma anche di coinvolgere nella comunicazione verbale le aree di entrambi gli emisferi. Ancora più importante è la ricaduta positiva che tale coinvolgimento ha nella creazione e nello sviluppo delle immagini e dei luoghi mentali, per il semplice motivo che l’emisfero destro è appunto la sede della memoria visiva e spaziale.

L’ambidestria, unita a buona mnemotecnica, contribuisce a mettere in moto un circolo virtuoso. Si tratta, come detto, dell’esercizio più semplice per stimolare la neuroplasticità, che d’altra parte tende naturalmente a diminuire con l’avanzare degli anni anche a causa di ragioni di mera sopravvivenza evolutiva, garantita da una struttura cerebrale più stabile.

Esistono in realtà anche sistemi più drastici: Michael Erard parla di una tecnica di neurostimolazione conosciuta come Transcranial direct current stimulation (tDCS) che migliora la memoria visuale e le capacità di apprendimento stimolando l’attività di certe aree cerebrali attraverso delle piccole scosse, e che si può sperimentare in proprio «con una batteria a 9-Volt, degli elettrodi e dei resistori» (p. 235); ma è un metodo sconsigliato, perché così davvero potreste rimanere offesi.

Il premier turco fa il gesto dei Lupi Grigi in parlamento

È una notizia della quale ho aspettato a parlare perché volevo capire se fosse una “bufala” o meno, ma pare sia vera: Binali Yıldırım, primo ministro della Turchia (dalla “defenestrazione” di Davutoğlu), nel febbraio scorso ha fatto il gesto dei famigerati “Lupi grigi” (le orecchie del lupo con la mano) per salutare un gruppo di nazionalisti in visita al Parlamento.


Nessuno ha prestato molta attenzione al fatto, né in patria né tantomeno all’estero. Eppure, anche se il gesto viene considerato una generica manifestazione di patriottismo, si tratta di un episodio inquietante, considerando il collegamento con una delle organizzazioni più oscure e sanguinarie della storia moderna.
I Lupi grigi sono stati infatti protagonisti degli “anni di piombo” turchi (che furono cento volte più violenti dei nostri). Ancora oggi il gruppo, riconosciuto sin dall’anno di nascita (1968) come branca giovanile del partito nazionalista MHP (che sostiene Erdoğan), è considerato fuorilegge in Azerbaigian (dove a metà degli anni ’90 appoggiò un tentativo di golpe), in Kazakhistan, in Cina e in Thailandia.
In Germania sono classificati come “estremisti di destra” e considerati più pericolosi dei neonazisti (dietro i periodici scontri di piazza con gli immigrati curdi sembra ci siano sempre loro).
È difficile non credere che anche nella preparazione delle proteste dei turchi olandesi per la recente crisi diplomatica non vi sia stato lo “zampino” del “Club degli idealisti per l’educazione e la cultura” (così suona la denominazione ufficiale).

Pare che Yıldırım abbia fatto il gesto per accattivarsi quella parte di elettorato che, pur riconoscendosi nell’MHP, è ancora indeciso sul prossimo referendum costituzionale.
Sinceramente non so cosa veda il turco medio nelle “orecchie del lupo”, dato che vengono spesso fatte anche durante “innocue” manifestazioni nazionalistiche. Lo considerano forse un gesto goliardico, qualcosa di meno offensivo del nostro saluto romano?
Probabilmente sì, ed è una cosa che un po’ mi colpisce. Parliamo di un gruppo che, dopo aver flirtato con il cosiddetto “Stato profondo” e militato nella galassia stay-behind, si è resto protagonista di stragi e assassini politici mirati. A parte questa loro raison d’être, in patria generalmente si occupano anche di estorsioni, riciclaggio, traffico di droga e gioco d’azzardo, mentre a livello internazionale hanno un forte seguito nella diaspora (agevolato dal “radicalismo” delle seconde generazioni) e i loro tentacoli si estendono a Cipro, in Cecenia, fra i tatari di Crimea e i turkmeni in Siria.
Per citare un solo caso, quando nel novembre 2015 venne abbattuto l’aereo russo che portò all’interminabile crisi diplomatica tra Ankara e Mosca, a guidare il comando dei ribelli turkmeni che mitragliò il pilota russo a mezz’aria c’era proprio un Lupo grigio.

La lista delle malefatte di questi “idealisti” sarebbe lunga: noi italiani li conosciamo (o dovremmo conoscerli) non solo per Ali Ağca, ma anche per i contatti con l’estrema destra coinvolta nella strategia della tensione. Andrebbero approfonditi i legami tra Avanguardia Nazionale e alcuni leader dell’organizzazione turca: per esempio Stefano Delle Chiaie incontrò Abdullah Çatlı a Miami nel settembre 1982. Questo Çatlı, punto di contatto tra mafia ed eversione nera, spunterà fuori poi nel cosiddetto “scandalo Susurluk” del 1996, una serie di indagini nate da un incidente d’auto che vide coinvolti appunto l’uomo dei lupi grigi, l’ex vicecapo della polizia di Istanbul e il vice primo ministro Sedat Bucak, tre personaggi che apparentemente non avevano alcun motivo per trovarsi assieme.
Uno dei lati più “opachi” della vicenda, per quanto ci riguarda, è che Çatlı (morto nell’incidente) portava con sé un passaporto falso con lo stesso nome (“Mehmet Özbay”) utilizzato da Ali Ağca per venire in Italia a sparare a Giovanni Paolo II.

Per il momento ci fermiamo qui. Il gesto di Yıldırım rientra in una campagna elettorale durissima che ha già superato i confini nazionali e causato più di una diplomatik kriz. In effetti c’era abbastanza carne da mettere al fuoco per considerarlo trascurabile.
Fuori dai confini turchi, gli unici a essersene accorti sembrano essere solo i greco-ciprioti, che considerano i Lupi grigi un’organizzazione terroristica, braccio armato dei connazionali di origine turca (tra gli omicidi politici a loro attribuiti, quello dell’attivista Tassos Isaac durante una protesta nella “linea verde” controllata dall’ONU, e quello del giornalista turco-cipriota Kutlu Adalı, critico nei confronti dell’establishment di destra che governa la parte nord dell’isola). Sempre secondo la stampa greco-cipriota, il gesto risulta ancora più inquietante se collegato con la recente forzatura delle trattative per la riconciliazione, provocata dallo stesso Yıldırım.

In Italia sappiamo davvero poco della Turchia, nonostante vi siano innumerevoli storie da raccontare. Le responsabilità principali vanno addossate ai giornalisti che monopolizzano l’informazione su di essa, a cominciare da quei “corrispondenti” che confondono “aleviti” con “alawiti”, che in ogni pezzo ripetono che “la Turchia sostiene l’Isis” e che “festeggiano” i golpe militari (salvo poi attribuirli allo stesso Erdoğan quando non vanno a buon fine).

Del resto, non è ridicolo che a raccontare la Turchia vi siano persone che non parlano una parola di turco? A quanto pare questo sembra un requisito indispensabile per fare il “corrispondente” (per inciso, anche una conoscenza elementare dell’inglese sarebbe utile); ma forse è meglio così, meglio ripetere le solite quattro storielle che farsi sbranare dal lupo grigio… 

giovedì 16 marzo 2017

Una manica di furfanti

Nel settembre del 2014 la Scozia indisse un referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, che venne poi vinto dagli “unionisti” col 55%.
Le reazioni dei rappresentanti dell’Unione Europea furono, qualcuno lo ricorderà, dirompenti.
L’allora Presidente della Commissione Barroso (oggi in Goldman Sachs), smorzò immediatamente le speranze degli indipendentisti: «Sarà estremamente difficile ottenere l’approvazione di tutti i Paesi membri per avere un nuovo Stato che nasce da un altro».
Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, dichiarò più larvatamente: «Spero che tutti continuino ad essere membri del proprio paese e il proprio paese membro dell’UE».
Il più perentorio fu Juncker (sempre lui), che nelle vesti di novello Presidente, minacciò: «Se la Scozia voterà l’indipendenza, sarà esclusa da subito dall’Unione Europea».
I media ovviamente si allinearono senza discutere, non solo dipingendo gli scozzesi come degli scafessi tutti kilt e cornamuse, o relegando la loro indipendenza nazionale a una fantasia del romanticismo, ma mettendo sulla bilancia anche argomenti più gravi: per esempio, sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un certo Enrico Letta scrisse che una secessione della Scozia dal Regno Unito sarebbe stata come l’attentato di Sarajevo e avrebbero scatenato una nuova guerra mondiale.

È notizia degli ultimi giorni (siamo nel marzo 2017, qualcuno ricorderà anche questo) che gli scozzesi vogliono indire un altro referendum approfittando della Brexit.
Gli eurocrati (con ancora Juncker in testa), dopo aver ucciso definitivamente le speranze di una Scozia indipendente di entrare nell’Unione, adesso fingono di essere attendisti solo per mettere un po’ in difficoltà Londra. I giornalisti, capita l’antifona, ora descrivono il referendum (prima demonizzato) come una coraggiosa iniziativa “europeista” e “anti-populista”.

Per l’“Europa” a cui sempre ci richiamiamo tutto fa brodo. Ciò che nemmeno tre anni fa era considerato un “terremoto” e un “attentato”, è diventato finalmente un “sogno”, e anche l’indipendentismo scozzese è entrato nel novero dei secessionismi presentabili.
È questo ciò che dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa: che qualsiasi cosa utile alla causa dell’Europa-Nazione venga sempre declinato in chiave positiva. Il fine giustifica i mezzi, insomma: non c’è alcuna libertà né democrazia, ma solo un “traguardo” (non importa se uno strapiombo o il cratere di un vulcano) da raggiungere a ogni costo. E se un giorno tra i “valori europei” tornassero di moda la segregazione o il genocidio, in che modo potremmo reagire?

Sembra in realtà che agli scozzesi sia chiara la posta in gioco, se tre anni fa hanno preferito restare con la perfida Albione piuttosto che imbarcarsi su una nave prossima al naufragio. Non so cosa faranno questa volta, ma devono valutare bene se mettersi ancora in mano a un’altra manica di furfanti, dopo quella che, come ricorda il bardo nazionale Robert Burns, provvide già una volta a venderli:

Altri secessionisti (A. Arbasino)

«Quando si parla degli irlandesi, dei baschi, degli slovacchi, degli sloveni, degli albanesi, dei macedoni, dei bosniaci, e di tutti gli altri, le polemiche sui secessionismi (ogni Paese ha i propri, in cui si rispecchia) si svolgono con severità, serenità, accoratezza.
Parrebbe scorretto fare gli smorfiosi o gli snob sui difetti etnici altrui. Non sono mica “italioti”. Ma quale politicamente chic userebbe termini tipo “italioti” e giudizi altezzosi (come sull’ignoranza e goffaggine rustica e barbara dei lombardi e dei veneti), trattando di qualunque irredentismo balcanico o palestinese o “negro”? (Scambiare gli aggettivi giornalisti correnti fra Bossi e Arafat?...).
Eppure i programmi irredentistici e localistici e scolastici e fiscali dei veneti sono sostanzialmente identici a quelli zapatisti del famoso Chiapas. Solo un “look” più o meno suggestivo li distingue.
Ma se adesso tutta la sinistra internazionale alla moda, avendo esaurito i pellegrinaggi a San Cristóbal de las Casas, decidesse che la località “in” di quest’anno potrebbe essere Noventa di Piave (anche in omaggio al grande poeta dialettale “da rivalutare” Giacomo Noventa), e magari scoprendo che per il gusto francese dell’Altro sono “adorables, remarquables, formidables” proprio quei tipi caratteri folk che gli italiani politicamente chic trovano abominevoli?» 
(Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, Milano, 1998, pp. 88-89)

In Olanda ha vinto Erdoğan

Nelle elezioni olandesi appena concluse il DENK, il cosiddetto “partito degli immigrati” fondato nel 2014 dagli ex-laburisti Tunahan Kuzu e Selçuk Öztürk (entrambi nati in Turchia), ha ottenuto il 2,1% dei voti e 3 seggi in parlamento. Tra le “prospettive” (standpunten) del loro programma, segnaliamo le più salienti:
  • Sostituire l’idea di “integrazione” con quella della “accettazione reciproca” [wederzijds acceptatie];
  • Creare un “registro del razzismo” (R-register) che raccolga tutte le espressioni discriminatorie passibili di censura;
  • Stabilire delle “quote immigrati” (almeno il 10% del personale) per le aziende;
  • Abolire dai documenti pubblici le definizioni di “allogeno” [allochtoon] e “autoctono” [autochtoon], perché «rappresentano una distinzione artificiale che crea discriminazione»;
  • Destinare maggior spazio nei programmi scolastici allo studio del passato colonialista dell’Olanda e degli orrori della schiavitù e del razzismo;
  • Introdurre nelle scuole l’insegnamento facoltativo di lingue quali il cinese, l’arabo e il turco;
  • Castrazione chimica per chi abusa sui minori [punto 5, terza sezione: Kindermisbruik bestraffen met chemische castratie];
  • Opposizione al TTIP, al TiSA e al CETA;
  • “Più Europa, meno Bruxelles” [Méér Europa, minder Brussel], qualsiasi cosa significhi;
  • Riconoscimento di uno Stato palestinese e bando dei prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti illegali;
  • Contrasto alla pulizia etnica dei Rohingya tramite pressione politica ed economica sul governo birmano;
  • Promozione di una ricerca indipendente sulla “questione armena” per il riconoscimento delle vittime da entrambe le parti e la riconciliazione.
Al di là il programma politico, è utile rilevare anche quanto accade attorno al DENK: a parte l’utilizzo dei troll per fare propaganda, colpiscono le dichiarazioni del presidente del Concilio Turco olandese, Sefa Yürükel, che ha accusato il partito di ricevere sostegno politico e finanziario dall’AKP di Erdoğan e di prendere ordini dal Diyanet (il Consiglio per gli affari religiosi turco).

È doveroso specificare che Yürükel e il suo comitato si definiscono seculiere Turken e kemalisti, infatti accusano i loro connazionali (e correligionari) del DENK anche di aver ricevuto un appoggio eccessivo da parte degli imam sunniti. Ad ogni modo è significativa questa spaccatura nella comunità turco-olandese, sebbene sia improbabile che tra quelli scesi per le strade di Rotterdam non ci fossero pure dei kemalisti indignati per l’atteggiamento dell’Olanda (per non dire della nota “questione armena”, altro punto di contatto tra nazionalisti e islamisti turchi, ché entrambi si rifiuterebbero di parlare di “genocidio”).

Sembra che alla fine l’unico vincitore delle elezioni olandesi sia stato proprio Recep Tayyip Erdoğan.

mercoledì 15 marzo 2017

Wilders, l’indo biondo fa impazzire il mondo

Antropologi, genealogisti e semplici giornalisti si sono interrogati in questi anni sulle origini di Geert Wilders (la “g” del nome si pronuncia con una specie di scaracchio trattenuto).

Secondo l’antropologa Lizzy van Leeuwen, l’astro nascente del populismo europeo avrebbe mentito sulle proprie origini (come dimostra il volume biografico del 2008, Veel gekker kan het niet worden [“Più pazzi di così non si può”]), omettendo dettagli “compromettenti” sulle vicende familiari.

La madre di Wilders, infatti, nacque a Sukabumi, nelle Indie orientali olandesi da un addetto all’amministrazione coloniale, Johan Ording, e dalla discendente di un’antica famiglia ebraico-indonesiana, Johanna Magdalena Meijer.
Il nonno di Wilders, Ording, fu poi congedato per i ripetuti dissesti finanziari causati all’amministrazione, e nel 1934 costretto a tornare nei Paesi Bassi con la moglie e otto figli. La signora Johanna Ording-Meijer, abituata a uno stile di vita nobiliare in Indonesia, dovette accettare di diventare la versione olandese di una Pied-Noir.

Wilders is een Indo, quindi. Secondo la van Leeuwen (che ha scritto l’articolo più completo sulla vicenda, De politieke roots van Geert Wilders, “De Groene Amsterdammer”, 2 settembre 2009), tale condizione avrebbe alimentato l’estremismo e l’islamofobia di Wilders.
Gli olandesi delle ex-colonie infatti si considerano da sempre “Più olandesi degli olandesi” (Hollandser dan de Hollanders): sia dai tempi in cui vivevano in Indonesia avevano una mentalità da boeri, da assediati, tanto che molti di essi negli anni ’30 aderirono al partito nazista olandese.
I sentimenti revanscisti si acutizzarono col ritorno forzato nei Paesi Bassi: l’intolleranza verso l’islam, un abito già adottato verso i “selvaggi”, si rafforzò nel confronto con le altre “minoranze” (in particolare turchi e marocchini) che all’epoca si riversarono nelle principali città olandesi.
Il padrino politico di Wilders, Frits Bolkestein, noto per l’infausta “direttiva” che porta il suo nome, fu uno dei pochi del suo partito (il liberale VVD) a opporsi all’entrata della Turchia nell’Unione Europea (oggi, dopo i noti screzi, è una cosa che non vuole più nessuno ma fino a pochi anni fa era un’idea piuttosto  à la page). E pure lui è di origine “india”, quasi a testimoniare una comunità di intenti tra gli appartenenti alla stessa etnia.

È noto comunque che Wilders talvolta sia disposto a sbandierare le sue origini ebraiche, per opportunismo: per esempio quando si proclama “miglior amico di Israele”, propone il trasferimento dell’ambasciata olandese da Tel Aviv a Gerusalemme oppure auspica una “soluzione sionista” al problema dell’estremismo islamico in Europa.
Nemmeno gli israeliani, in verità, si fidano troppo di lui, sia perché in genere nel Vecchio Continente fanno il tifo per la sinistra (per ragioni “cosmetiche” e per avere la coscienza a posto quando sostengono la destra a casa propria), sia perché Wilders fa discorsi punto simpatici. Come nota il “Times of Israel”: «When Trump says that he wants to make America great again, that sounds very different from Wilders saying to Germans that we will make Germany great again. Great … again? Very different». Good point.

All’occorenza Wilders potrebbe persino sfoggiare una moglie ebrea, l’ungherese Krisztina Marfai, e ben quaranta viaggi in Israele. Dipende dalle occasioni, come abbiamo detto: il suo “sionismo olandese” sembra piacere ai sostenitori più beceri (in passato ha ammiccato al Grootneerlandisme, auspicando l’annessione delle Fiandre), mentre l’islamofobia è una caratteristica più apprezzata dai “moderati” (come tutti sanno, Wilders è anche sceneggiatore e nel 2008 ha esordito col cortometraggio Fitna, all’epoca condannato da tutti gli olandesi, comprese le associazioni ebraiche, e oggi invece considerato sempre meno “scandaloso”).

Non sappiamo se Wilders riuscirà a realizzare le proprie ambizioni, tuttavia per il futuro gli consigliamo di fare incetta di acqua ossigenata e tinta per capelli, perché la ricrescita potrebbe comprometterne l’ascesa.

martedì 14 marzo 2017

“Conosciamo gli olandesi da Srebrenica”

«Conosciamo l’Olanda e gli olandesi dal massacro di Srebrenica. Sappiamo quanto siano perversi da come hanno massacrato ottomila bosniaci [bosgnacchi]», ha appena dichiarato Erdoğan (originale: «Biz Hollanda’yı ve Hollandalıları Srebrenitsa katliamından tanırız. Onların cibilliyetinin, karakterinin ne kadar bozuk olduğunu 8 bin Boşnağı orada nasıl katlettiklerinden tanırız»).

Finalmente questa Europa ha trovato qualcuno che la prende sul serio! Il leader turco sbatte in faccia ai “paladini della democrazia” le loro miserie e contraddizioni. È troppo facile invocare nuove Norimberghe immaginandosi sempre dalla parte dei giudici, perché ad autoassolverci siamo capaci tutti; difficile invece affrontare un processo che non sia puramente formale.
I nervi stanno saltando perché il “Sultano” ha giocato la carta giusta: il conflitto dei Balcani è anche “nostro”, fa parte della “nostra” storia e ciò comporta un’assunzione di responsabilità da parte di ognuno dei partecipanti. Perché se è vero che quella guerra fu condotta in nome dell’umanità, delle “Nazioni Unite” (in quel momento rappresentate... dalla NATO), allora i caschi blu olandesi si sono resi complici dei nemici del genere umano.
Il ragionamento stride, ma le bombe laggiù sono state buttate per questo; di conseguenza, l’argomento di Erdoğan è legittimo, e sarà imbarazzante vedere i suoi avversari arrampicarsi sugli specchi. Senza fare nomi, il giornale che oggi tanto si indigna per la “strumentalizzazione” di Srebrenica da parte del Gran-Turco, è lo stesso che nel 1996 accusò lo scrittore austriaco Peter Handke di essere un “terrorista” per aver scritto sulla “Süddeutsche Zeitung” che il racconto di quel massacro era «nient’altro che la mera, lascivia, mercantilistica vendita dei fatti e degli pseudofatti».

Lungi da noi voler ritornare sulle tragedie balcaniche. A noi interessa solo questa fottutissima Unione Europea, che si nutrì anche di quel sangue: come disse un importante eurocrate dell’epoca, una nuova nazione deve basarsi sulla moneta e sulla spada, cioè sull’euro e la NATO.
Nessuno voleva “giocare alla guerra” (persino il peracottaro Samuel Huntington non seppe spiegare quali interessi potevano avere gli americani a difendere la Bosnia), però tutti alla fine vi parteciparono, in un modo o nell’altro.

L’“Occidente” (o quella cosa che definiamo tale) ha quindi intrecciato la sua storia con quella bosniaca, e dietro di sé, come unico ricordo, ha lasciato la diserzione. Non conosciamo i motivi per cui i caschi blu abbiano consentito il massacro: il generale americano John J. Sheehan chiama in causa l’effeminatezza congenita degli olandesi. La tesi è suggestiva, ma crediamo che la realtà sia più squallida: gli olandesi, assieme a tutti gli altri, non avevano capito il senso della “guerra umanitaria” e si erano schierati con quelli che consideravano più simili a loro. Non fu solo per il famigerato Dutch courage se a Srebrenica soldati serbi e olandesi passarono ore liete scolando birra a fiumi, ballando e danzando assieme.  


Gli “arancioni” preferirono però passare per codardi piuttosto che per complici.
E oggi vogliono ripetere la sceneggiata, arricchita dal tipico atteggiamento “chiagne e fotte” a cui il blocco nord-europeo ci ha abituati; ma per le regole del gioco che hanno accettato di giocare, la ragione (se non la morale) sta tutta dalla parte del “Sultano”.

lunedì 13 marzo 2017

Grazie Erdoğan, bombardaci Amsterdam!


Seguo con svogliatezza questa crisi diplomatica che or ora si sta verificando tra Olanda e Turchia, a pochissimi giorni dalle elezioni che potrebbero portare un estremista di destra (ma “liberale”!) al governo di un Paese europeo.
Come sapete, io parteggio quasi sempre per i turchi, perché mi stanno simpatici e perché poi, come mi dice spesso una mia amica riferendosi al suo popolo: «Se fossimo stati davvero così cattivi, a quest’ora voi sareste tutti mussulmani» (identificando italiani, greci, serbi, croati, romeni e tutti gli altri coi famigerati “romei”). Potrei sempre risponderle tirando in ballo Dracula (eroe nazionale in Romania), Nikola Zrinski (bano dell’Hırvatistan) e quel mattacchione di Giovanni Hunyadi; invece accetto la provocazione perché tutto sommato mi piace la goliarda neo-ottomana.

Tuttavia mi interesso anche di cose olandesi, pur non provando eccessiva attrazione per questi tizi tutti tulipani e papaveri (ma con un cuore nero, da afrikaner, da tifosi del Feyenoord), questi sodomiti, depravati, sessuomani e drogati che però hanno pure dei difetti: per esempio, essere troppo compiacenti nei confronti della Germania (che invece sotto sotto li disprezza e li considera ancora Piraten).
Beh, è proprio per colpa di quella disadattata della Merkel (adorata solo in Italia) che è scoppiato il caos: infatti dopo mesi di provocazioni anti-turche da parte dei tedeschi (vedi la questione del genocidio armeno, le ambiguità sul tema dell’immigrazione, l’incapacità di Berlino di rappresentare gli interessi dell’intera Unione), alla fine i nodi sono venuti al pettine quando è stato impedito a vari ministri turchi di tenere comizi in favore della nuova riforma costituzionale.

Proteste a Istanbul davanti al consolato olandese
“Öl de ölelim”, lett. “Morire e moriremo”
La scusa è stata la necessità di evitare “disordini”: se la Germania aveva però l’alibi delle fortissime tensioni tra le sue comunità turche e curde, l’Olanda invece ha agito per puro autoritarismo. Infatti le rivolte “ottomane” a Rotterdam e Asterdam sono state scatenate proprio dalla decisione di impedire al Ministro degli Esteri Çavuşoğlu (si legge Ciavushoolu) di mettere piede nel Paese. Tale “iniziativa” ora sembra coinvolgere persino la Danimarca, e probabilmente tutto il blocco del Nord Europa (che non è stato capace di integrare i “suoi” turchi e adesso vira pericolosamente verso la destra più becera, mentre nessuno ha il coraggio, in particolare dalle nostre parti, di dire una sola parola contro la xenofobia e l’islamofobia settentrionali – perché i razzisti possono essere solo italiani, greci, spagnoli ecc…).

Da entrambe le parti comunque stanno volando parole grosse; Erdoğan lancia a raffica accuse di “nazismo” (e parla dell’Olanda come una “repubblica delle banane” muz cumhuriyeti) e quelli della CDU lo definiscono “Deposta del Bosforo” (Despot am Bosporus).
Non so bene quale risultato volessero raggiungere i tedeschi (e i loro vassalli austriaci, olandesi e danesi), ma umiliando in tal modo i turchi, costringeranno anche quelli contrari alla riforma presidenzialista a votare “Sì” per questione di orgoglio nazionale. Possiamo biasimarli? A mio parere no, considerando soprattutto che il primo “populista” maggioritario europeo sarà un tizio al cui confronto Salvini sembra monsignor Della Casa, uno che si tinge di biondo per nascondere le imbarazzanti origini (imbarazzanti per lui e il suo elettorato, intendo).


Ecco cosa ci porta in dono le virtù nordiche, a parte le tonnellate di ipocrisia a cui siamo assuefatti da anni (anche questo teatrino anti-Erdoğan ne fa parte): un po’ di sano arianesimo, di razzismo “presentabile”, di islamofobia “securitaria”. Però tutti, europeisti e anti-europeisti, globalisti e sovranisti, merkeliani e lepenisti, dovrebbero ricordare che dall’altra parte c’è un vero leader, uno che è sopravvissuto alle rivoluzioni colorate, alle primavere arabe, ai golpe militari, ai servizi segreti russi, al terrorismo curdo e “islamico”: per sognare una nuova Lepanto, dalle parti europee ci vorrebbe come minimo un Andreotti, o almeno un De Gaulle…