sabato 11 febbraio 2017

Trump è meglio del Duce?


Con Trump l’intellighenzia americana è tornata indietro di almeno trent’anni, ai tempi in cui stilava feuilleton pseudo-storici per dimostrare la fuoriuscita di Ronald Reagan dallo stesso milieu culturale di Hitler (lui ci metteva del suo, vedi la Bitburg controversy, perché in fondo era un uomo di spettacolo).

Nei confronti di Trump lo spin doveva essere lo stesso, ma dopo aver compreso che The Donald in quanto hitleriano lasciava molto a desiderare, ci si è buttati anima e corpo sul fascismo italiano.
Tanto per capirci, siamo già al livello di Gianfranco de Turris citato dal “New York Times” (perché tre anni fa Bannon ha fatto il nome di Evola in uno dei suoi comizi “black metal”).
Per non dire del saggio torrenziale di Jay Griffiths, Fire, hatred and speed! (“Aeon”, 8 febbraio 2017), nel quale l’autrice, dopo aver confermato che il nazi-spin non funziona più, si lancia in una serie di paragoni tra Marinetti e Pieter Thiel (fondatore di PayPal, uno dei pochi venture capitalist di nuova generazione ad aver sostenuto Trump sin dall’inizio), Luigi Russolo (sic!) e il Camerata Bannon di cui sopra e, dulcis in fundo, d’Annunzio e Milo Yiannopoulos (perché costui aveva come primo nickname su Twitter @Nero: leggere per credere).
Dato che si parla d’Italia, la Griffiths ci mette di mezzo pure a touch of the Mafia e l’Impero Romano, chiamando in causa il culto di Mitra e il Sol Invictus incarnati oggi nel solar solipsism di Trump.

Aspettiamoci quattro (otto?!) anni tutti un po’ così. D’altronde Bannon ne ha sparate talmente tante che al suo confronto Vittorio Feltri è Luciano Rispoli. Devo ammettere che mi ha commosso, vederlo trionfante alla Casa Bianca, col volto conciato da anni di dipendenza dalla versione americana del Tavernello (anch’io seguo la stessa linea). C’è davvero speranza per tutti: fino a qualche settimana fa sui giornali italiani era tassativamente proibito citare “Breitbart” (effettivamente una fonte sputtanatissima), ora invece ecco Bannon trasformato nel “Dugin di Trump” o roba del genere (peraltro spacciando la bufala che Dugin sia a sua volta il “Rasputin di Putin”).

Dal nostro punto di vista, il fenomeno è positivo perché se ce mettemo a scrive come l’americani, allora magari pure noi si riesce a tirare a fourfold payment for insipid stuff [“quattro paghe per il lesso”, espressione idiomatica inglese].
Tuttavia, il lato inquietante è che coi loro modesti (e molesti) sfoggi di erudizione, certi professorini rischiano davvero di evocare ciò temono (o fanno finta di temere): son bastati due pezzi per trasformare i riferimenti culturali di Bannon (che prima erano Dick Cheney, Darth Vader e Satana) e Milo Yiannopoulos (4chan e poco altro) in qualcosa di elevato e affascinante. What’s the point?
E se costoro si mettessero davvero a leggere gli autori che altri credono abbiano letto o, in modo più verosimile, se qualcuno creasse una serie di meme in inglese ispirati a Evola o Marinetti e li condividesse sul loro profilo Twitter, in tal caso non si correrebbe sul serio il rischio di creare dei mostri?

Beh, affari loro, alla fine: perlomeno gli intellettuali d’oltreoceano avranno avuto la possibilità di sfogarsi un po’ dopo l’era obamiana, nella quale era proibita ogni indagine storico-culturale sulle radici del primo presidente nero (e su quelle dei suoi cortigiani), in quanto rappresentante del migliore dei mondi possibili: la verità, è noto, testimonia se stessa. Per fortuna che ora siamo nella post-verità: finalmente si può ricominciare a riaffermare l’esistenza delle ideologie (e la libertà di preferirne una all’altra).

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