domenica 12 febbraio 2017

Tornare a fumare…

è una cosa che dovrei fare.

William T. Whitby,
Il fumo vi fa bene
(1979)
In fondo è stata una delle poche attività piacevoli della mia vita, anche se non sono mai riuscito a godermela del tutto poiché sono cresciuto in un’epoca che ha fatto del fumare un passatempo da reietti. Non riesco a sopportare il fatto che un rituale fino a un attimo prima socialmente accettato divenga all’improvviso immorale e disdicevole. A questo fenomeno ho assistito miriadi di volte durante la mia adolescenza, per esempio nei confronti dell’ora di religione, dell’eterosessualità e dei pattini. 
E, come dicevo, del fumo: la Legge Sirchia ha stroncato sul nascere qualsiasi possibilità di diventare un fumatore leggendario. Perché, se ci pensate bene, tale sottocultura dal punto di vista intellettuale può appagare anche il più esigente degli eruditi. Avrei potuto specializzarmi, scrivere saggi, chessò, sulle sigarette nella cultura popolare, oppure dimostrare l’effetto dirompente che ebbe la scoperta del tabacco nello sviluppo dell’intelligenza occidentale. Invece, anch’io ho dovuto smettere per conformismo: ho provato per un periodo con la pipa, ma di certo a vent’anni non avrei potuto andare in giro con quella roba tra le labbra. E poi non ho il fisico da fumatore da pipa, anche se in Grecia ne ho viste di bellissime (ad Atene si può ancora fumare in pubblico, persino nei ristoranti: dopo la resa di Francia e Spagna è l’ultimo Paese civile in Europa). 
Ho tentato di fumarla in casa, ma d’inverno faceva troppo freddo per tenere la finestra aperta, e d’estate mi passava completamente la voglia.


C’è anche a chi è andata peggio: il blog “Io Fumo” ha chiuso nel 2012 «a causa dei prezzi ormai insostenibili raggiunti dalle sigarette». Come argomento è abbastanza forte, ma è il male minore rispetto a tutta la paranoia indotta sul tema. Ultimamente, per dirne una, la Francia ha “messo all’indice” le Gauloises e le Gitanes perché una nuova legge europea «obbliga i produttori di tabacco a non dare nelle confezioni impressioni errate, legate a mascolinità, femminilità, forza fisica, giovinezza e socialità» (“La Stampa”).

Avendo smesso da un pezzo, ho seguito solo superficialmente le ultime vicende in fatto di accanimento, benché ricordi bene le ridicole epurazioni della pipa di Jacques Tati e della sigaretta di Alain Delon dai manifesti, un andazzo che la Commissione affari culturali ha provato a contrastare imponendo di «conciliare le esigenze della legge anti-fumo con la salvaguardia della cultura».
Sembra che tali esigenze non siano invece sentite in Australia, se è vero che hanno proibito la Carmen perché l’opera «is actually set in a tobacco factory, so that does present some difficulties if you're promoting non-smoking and healthy work environments» (cito l’originale perché mi imbarazza tradurlo).

Uno dei cantori di questo repentino rivolgimento (se non altro perché contemporaneo all’epoca in cui si è verificato) è Michel Houellebecq: spiace sempre citarlo, ma a volte è necessario. Il gesto di fumare, nella sua prima opera Estensione del dominio della lotta (1994) rappresenta «l’unica manifestazione di autentica libertà nella mia esistenza. L’unico atto al quale aderisco interamente con tutto il mio essere. Il mio solo progetto».
In Piattaforma (2001) l’atto diventa “politico”, contro il puritanesimo americano simboleggiato dai best-seller di Grisham e Baldacci, nei quali gli antagonisti europei si accendono una sigaretta dopo l’altra senza il minimo pudore (Dan Brown è uno degli ultimi esponenti di tale “tobaccophobia”).

Questo punto è interessantissimo, perché è vero che Hollywood ha largamente contribuito a colpevolizzare il fumo, soprattutto con quel filone di “euroxplotation” (Hostel, Taken, The Expatriate ecc…) in cui gli abitanti del Vecchio Continente sono capaci solo di riempire gli ascensori di fumo, vendersi l’anima per un pacchetto di Dunhill o dar la caccia agli ebrei mentre si godono le loro pipe barocche e stravaganti.


Infine, ne La carta e il territorio (2010) Houellebecq sancisce, attraverso le parole del padre del protagonista, la fine di un mondo (citiamolo in francese almeno questa volta): «Dans ma jeunesse, tout le monde fumait. Dans les réunions de travail, les discussions dans les cafés, on fumait tout le temps. C’est curieux comme les choses changent…».

Esatto, c’est curieux. Forse dovremmo dimenticare tutto, smetterla per sempre con le “Marlboro Siciliane” e limitarci a guardarlo con distacco il fenomeno e storicizzarlo. Gli aneddoti non mancano e si possono ricostruire vicende affascinanti. Mi sovviene per esempio la leggendaria fumata a fogu a intro (fumare il sigaro con la punta accesa in bocca) che secondo alcune testimonianze sarebbe stata inventata dai fanti della Brigata Sassari per impedire ai cecchini austriaci di aggiustare il tiro su quei puntini luminosi nella notte.

(N. Solinas, “Fotografare”, agosto 1986)
Prima delle Lucky Strike dei soldati americani, dei Sartre e dei Gainsbourg, dei Dean e dei Brando, le sigarette furono uno status symbol della Grande Guerra. Una superstizione diffusa ancora in molte nazioni europee fino a qualche decennio fa era quella che non si dovevano accendere tre sigarette con lo stesso fiammifero, perché ciò avrebbe portato alla morte del più giovane fumatore.
In trincea, come mi spiega un amico (nipote di un reduce del Carso!), era una cautela ragionata, perché quando si accendeva una sigaretta, si passava il fuoco dal più anziano (in grado o in età) al più giovane, e quando accendeva il primo, il cecchino vedeva la fiamma; col secondo, prendeva la mira; e col terzo…

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