mercoledì 15 febbraio 2017

Made in “Eataly”


La Coldiretti, commentando il passaggio del gruppo oleario toscano Salov ai cinesi di Yimin (sussidiaria della Bright Food, totalmente controllata dallo Stato), calcola in 10 miliardi il valore dei marchi storici dell’agroalimentare italiano “passati in mani straniere” dall'inizio della crisi.
Con tale operazione il mercato dell’olio di oliva italiano diventa sempre più straniero, dopo l’acquisizione di Bertolli, Carapelli e Sasso da parte del fondo britannico CVC Capital Partners (che nel frattempo si pure impossessato della Sisal).

Sempre la Coldiretti ricorda anche che «la presenza cinese nell’agroalimentare in Italia fa segnare un precedente nelle campagne toscane nel 2013 con l’acquisto da parte di un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong per la prima volta di un’azienda vitivinicola agricola nel Chianti, terra simbolo della Toscana per la produzione di vino: l’azienda agricola Casanova-La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero».

È a tutti gli effetti un’impresa tenere a mente i marchi storici perduti in questi anni: Ar Industrie Alimentari a Mitsubishi; Eridania agli inglesi e poi ai francesi; Pastificio Garofalo e Riso Scotti alla spagnola Ebro Foods; Pernigotti ai turchi di Toksöz; Fiorucci alla spagnola Campofrio; Gancia ai russi (lasciando da parte le delocalizzazioni di Bialetti e l’affaire Parmalat).

Non è la prima volta che il cosiddetto Made in Italy diventa un pretesto per invadere il Bel Paese.
Nel VI secolo il generale Narsete, per vendicarsi dei bizantini che lo avevano rimosso dal governo, convinse i Longobardi a insediarsi in Italia inviando loro un assortimento di prodotti col tipico brand amato in tutto il mondo (dopo Coca Cola e Visa, che ai tempi non esistevano ancora).
Nel XI secolo il principe longobardo di Salerno, per ringraziare i normanni di averli liberati dai saraceni, mandò dalle loro parti frutti, agrumi, mandorle, vestiti di porpora e finimenti dorati. Il dono creò il mito dell’Opulenta Salernum e convinse Roberto il Guiscardo a espugnare la città.

Oltre al food, uno degli elementi di cui è composta la triade del “Made in Italy” assieme a fashion e furniture, c’è un’altra cosa che stimola l’attrazione predatoria verso il nostro Paese. Per fortuna che coi cinesi, almeno da questo punto di vista, si può stare tranquilli: soltanto ora hanno scoperto la “politica dell’ormone” (尔蒙经济学, Hè'ěrméng jīngjì xué), cioè il soft-core con qualche secolo di ritardo. Non c’è quindi pericolo che si “prendano le nostre donne”, come invece minaccia(va) l’Isis. D’altro canto qui in Eataly tra recessione (o “crescita recessiva”), femminismo, matrimoni misti ed emigrazione di lusso si rischia un tracollo anche della quarta F. Vabbè che adesso, dato che semo diventati tutti “floci”, potremmo pure metterci il cuore in pace…

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