sabato 25 febbraio 2017

La Regione Sconosciuta

Nonostante l’alito, ho cercato di dare al blog un respiro internazionale attraverso la pubblicazione di contributi in decine di lingue; tuttavia mi insospettisce che molte visite straniere provengano da Paesi dei quali non ho parlato nemmeno di sfuggita.

Uno di questi è Gibilterra, che nell’ultimo periodo sulla mappa delle visite si è spesso illuminata. Che lingua si parla laggiù, inglese, spagnolo… llanito? Chi è il lettore gibilterrino? Rivelati, amico: tú quien te crees que eres, el hijo del Mebli? Si scherza (ma con chi sto parlando, poi?). Magari è un Don Pacifico redivivo e sto scatenando una crisi internazionale senza accorgermene.

Un’altra new entry è la Cèchia, che fino a qualche giorno fa Google definiva ancora “Repubblica Ceca” (bei tempi). Adesso hanno cambiato ufficialmente nome, quindi li salutiamo così: Česká Republika nyní v Itálii se oficiálně nazývá „Czechia“ (Cechia). Teď je to opravdu zní jako „Země slepců“ (Cieco/Ceco píše se odlišné, ale vyslovuje se stejně).

Veniamo infine alla novità più interessante: la Danimarca. Devo riconoscere che solo grazie alla solerzia di una lettrice (lfm) la patria degli alani e dei biscotti è finalmente apparsa nelle statistiche.


Per premiarne l’alacrità, dedico a lei l’unica poesia in danese che conosco, De forelskede (“Gli innamorati”) di Morten Søndergaard:
DE FORELSKEDE
Jeg vågner i et land hvor de forelskede har taget magten. Der er indført love som proklamerer at ingen længere er nødsaget til at flytte blikket eller at orgasmer behøver at holde op. Roser fungerer som betalingsmiddler, de gale bliver tilbedt som guder og guderne anset for gale. Postvæsnet er genindført og ordene ‘du’ og ‘jeg’ er synonymer. Efter revolutionen bliver det bestemt at de ulykkeligt forelskede skal fjernes af hensyn til de lykkeligt forelskedes sikkerhed. Da de finder frem til mig, overgiver jeg mig med det samme. Bødlen er en kvinde og det går hurtigt. Det er vinter og jeg har ikke mødt dig endnu.
Sì, per i danesi questa sarebbe una poesia (è possibile anche ascoltare l’esaltante interpretazione dell’autore stesso). Sono maschi nordici, che ne sanno di certe cose…
Per toglierle un po’ di ieraticità, cerchiamo almeno di metterla in versi:
Mi risveglio in un Paese
dove gli amanti
han preso il potere.
Le loro leggi proclamano
che nessuno distolga
più lo sguardo dall’altro
e che gli orgasmi
non abbiano mai fine.
Le rose servono da moneta,
i folli son venerati come dèi
e gli dèi son creduti folli.
Hanno ripristinato il servizio postale
e le parole “tu” e “io” ora sono sinonimi.
Dopo la rivoluzione
è stato decretato
che l’amante dal cuor spezzato
debba essere eliminato
per ragion di Stato,
a salvaguardia
di chi è innamorato.
Quando mi troveranno,
mi arrenderò all’istante.
Il boia è una donna
e la cosa è presto fatta.
È inverno e non ti ho ancora
incontrata.
È molto bella, lo ammetto (la poesia, intendo). Mi ricordano i versi di Dimitrij Bykov che ho potuto ascoltare per interposta persona. Mi pare che gli italiani da tempo non scrivano più poesie d’amore: nulla di male, sarebbe d’altronde la naturale conseguenza di una tradizione fatta non soltanto di angelicazioni e marinismo (come invece si tende a ridurla), ma di “irregolari” che a ogni epoca hanno fornito il loro antidoto all’amor cortese (dal Sacchetti al Burchiello al Berni, fino a Gozzano e Palazzeschi, e poi tutto il moderno cantautorato eccetera) Insomma, certe cose noi le abbiamo già fatte, mentre altri popoli si stanno affacciando soltanto ora ai sospiri, ai tormenti, ai martìri. Temo non sia un momento storico particolarmente adatto, ma di questo parleremo a suo tempo (sarà ancora valido il motto di Chamfort, Il faut choisir d’aimer les femmes ou de les connaître?).

Questo immaginario “Paese degli innamorati”, che il Poeta identifica giustamente come la più spietata delle dittature, mi fa tornare in mente una battuta che faccio spesso quando qualche giovane turca (coi maschi è meglio evitare) mi chiede di dove sono. Io rispondo sempre che vengo “dal Paese delle Rose” (Gülistan’dan), un gioco di parole che si basa sul fatto che i turchi per indicare un roseto aggiungono a “rosa” (gül) il suffisso -stan che come tutti sanno indica proprio lo stare, cioè lo Stato, il risiedere in un dato territorio. Sì, beh, è una battuta un po’ da pirla, ma di solito fa ridere. Anche perché, come ho detto, la faccio solo con le donne: non vorrei infatti che desse adito a qualche fraintendimento. Si sa che in guerra e in amore tutto è lecito, perciò l’idea di un Paese governato dall’unica legge dell’amore è di per sé un paradosso; poi sarebbe sgradevole scoprire che magari un poeta sufi aveva già magnificato il “Paese delle Rose” secondo la propria sensibilità artistica e/o religiosa (peraltro anche la nostra nazione annovera illustri precedenti).

No, ecco, forse la battuta non la faccio più. D’ora in avanti la mia unica patria sarà la Regione sconosciuta, ultima tappa (e ultima thule) del nostro viaggio.


L’enigmatica definizione di Google non deve trarre in inganno, perché noi iniziati sappiamo di che si tratta: parliamo, è chiaro, del bilocale di Odissea nello spazio. Tutto il creato ha bisogno di essere redento proprio in quanto creato: poco importa se in un modo o nell’altro (Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer). Forse la storia umana finirà come L’invenzione di Morel (girato a Malta – in effetti a Gibilterra sarebbe stato troppo): i giorni di “spensierata gaiezza” (absit iniura verbis) dei nostri filmini delle vacanze si ripeteranno all’infinito in another country with another name.

Ma su questo ho già detto abbastanza (intelligenti pauca). Mi auguro solo che, una volta scartato Marte per i soliti motivi, dopo tanto affanno la destinazione finale non sarà il pianeta Venere, altrimenti tutta la storia umana si rivelerà ancora come la proverbiale fatica di Sisifo.

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