domenica 5 febbraio 2017

Il Papa Grigio. Monti, Bergoglio e l’eterogenesi dei fini

Fantasticare sui futuribili è uno dei passatempi più vani per chi non è un Dio, ma questa cosa la devo scrivere da qualche parte. Perché non sul mio blog, mi sono detto: vi va, eh? Tanto, è domenica.

Al sottoscritto pare che, almeno dalla prospettiva italiana, il progetto che dovevano portare a termine i due “papi grigi” che ci hanno affibbiato, cioè Monti e Bergoglio, sia andato irrimediabilmente storto.
Vorrei partire da quest’ultimo, visto che ieri l’altro qualche giornale (“Il Giornale”, precisamente) ha parlato di una lettera dei cattolici americani rivolta a Trump in cui si allude a Papa Francesco come al prodotto di un regime change, una “primavera vaticana”, organizzata da Obama e la sua cricca (mi piace l’espressione, “Obama e la sua cricca”).
Devo ammettere che qualche dubbio è venuto anche a me, nonostante sia propenso, rebus sic stantibus, a guardare al grande Ratzinger  più come carnefice che vittima. In genere però mi considero radicalmente anti-complottista (o almeno mi atteggio come tale), dunque il massimo che posso ammettere è che anche i più interessati a un cambiamento radicale nella Chiesa cattolica avrebbero comunque desiderato una “transizione” la più indolore possibile.

Il problema principale di Ratzinger era infatti l’odio intransigente nutrito nei suoi confronti dai mass media; di conseguenza, se durante il suo pontificato fosse persino giunto ad approvare la comunione per i divorziati o l’uso del preservativo, certamente i giornali si sarebbero inventati qualcosa per parlarne male sempre e comunque.
Penso tuttavia che, col senno di poi, sia anche possibile ricostruire un Benedetto XVI “progressista” e riconoscere che certe aperture di Bergoglio furono preparate in nuce nel precedente pontificato. Non che voglia avallare una posizione sedevacantista: nei confronti del cattolicesimo, che è la mia fede, cerco sempre di far buon visto a cattivo gioco (un esercizio che certamente risulta più semplice quanto al soglio c’è un Ratzinger).

Serviva, insomma, solo una piccola spinta per condurre la barca di Pietro verso le magnifiche sorti e progressive. È possibile che chi abbia scelto Bergoglio lo abbia fatto in “buona fede”, cioè riconoscendo il diritto dei semplici a non essere troppo sballottati nella rincorsa al mondo.
In effetti El Jesuita sembrava il più portato a gestire la transizione in tutta tranquillità, senza scosse, in modo quasi anestetico: nel corso degli anni si era dimostrato un abile mediatore sia a livello teologico (tra “progressisti” e “conservatori”) sia, soprattutto, a livello politico (nei momenti difficili della dittatura).
Ciò nonostante, un attimo dopo l’elezione Bergoglio rivela un’inaspettata e soverchiante megalomania: se all’inizio tale irruenza parve entusiasmare le masse come manifestazione di energia e voglia di rinnovamento, dopo la “luna di miele” essa rivela tutta la propria estemporaneità.
Papa Francesco colleziona in breve tempo una serie di fallimenti politici impressionanti: a causa della sua continua ingerenza, non solo le opinioni pubbliche di Europa e Stati Uniti si spostano clamorosamente a destra, ma Paesi tradizionalmente molto sensibili ai richiami del Vaticano sembrano votare apertamente contro la linea di Bergoglio. Gli esempio sono numerosi: l’Ungheria e la Polonia, le Filippine (che eleggono uno che definisce il Papa “figlio di p…”) e la Colombia, che al referendum sull’accordo di pace con le Farc, fortemente caldeggiato da Francesco, risponde con un fragoroso “No”.
Non stiamo nemmeno a discutere dell’affaire Trump e di come i timidi anatemi contro i “muri” abbiano spinto i cattolici americani a votare in massa per il candidato repubblicano.
Insomma, il mite e compassato gesuita si è rivelato un clamoroso boomerang per chi lo ha “lanciato”: l’assoluta incapacità di gestire il consenso (e il dissenso), di mediare almeno i conflitti più minacciosi, ha condotto a un trionfo della “destra” da ogni punto di vista (perché se l’andazzo continua, ci sarà un probabile “ritorno” anche a livello liturgico ed ecclesiale).

In questo, Jorge Mario Bergoglio mi ricorda molto Mario Monti, l’anonimo “senatore a vita” anche lui chiamato a gestire asetticamente una “transizione” dalla democrazia alla tecnocrazia.
Egli avrebbe dovuto rappresentare il capolavoro politico di Napolitano: due-tre anni di governo e poi direttamente al Quirinale come dodicesimo Presidente della Repubblica. Pure qui, niente sussulti, niente stracci che volano: solo una calma e pacata spoliazione su modello dell’illustre predecessore Ciampi.
Invece “Nonno Monti” si fa prendere immediatamente la mano: non guarda in faccia a nessuno, va giù di accetta col welfare e in pochissimo tempo dissipa tutto il credito acquistato con l’abbattimento del malefico Berlusconi. Nonostante ciò, egli si convince di essere il politico più popolare di tutti i tempi, il novello Patrono d’Italia, l’ultimo Salvatore della Patria: dopo meno di due anni di un governo vocato esclusivamente alla macelleria sociale e per questo insostenibile (tanto che cade al primo pretesto, le dimissioni di un ministro), fomentato dai panegirici quotidiani della stampa, fonda un partitino e si candida a premier con una delle coalizioni più sgangherate di tutti i tempi (per comprendere con che personalità abbiamo a che fare, ricordiamo che ancora oggi Monti si vanta dell’incredibile risultato ottenuto nel 2013).

Un altro caso in cui le manie di grandezza hanno impedito al “soggetto incaricato” di portare a termine il compito che gli era stato affidato. Non è assurdo ipotizzare che la rielezione di Napolitano sia stata causata proprio da questo piccolo “imprevisto”: a meno di non voler credere che in Italia non ci fosse nessuno disposto a succedere a Re Giorgio (Mattarella non era ancora pronto?), dobbiamo pensare che l’“ordine” fosse già stato assegnato e che tutti i partiti si siano trovati completamente spiazzati dagli incredibili rivolgimenti di quel tale Monti, che sembrava l’eminenza più grigia di tutte, uno che per tutta la vita aveva ripetuto di voler restare “al riparo dal processo elettorale”, ma che poi...

Senza Monti e Bergoglio sono convinto che a quest’ora ci troveremmo in uno scenario simile a quello di Roma senza Papa di Guido Morselli: intendo una tecnocrazia che fa scempio di ogni diritto sotto un manto di pseudo-progressismo. Pensiamo solo se il Governo Monti avesse cercato di mediare, di cercare un equilibrio fra le varie istanze: avrebbe potuto ampliare il credito già ottenuto a “sinistra” con riforme tipo il reddito di cittadinanza, il matrimonio gay o, perché no, la legalizzazione delle droghe leggere (in onore del caro vecchio Milton Friedman), e parallelamente stravolgere la costituzione senza nemmeno ricorrere al referendum e al maquillage giovanilistico di quell’altro fenomeno che non nomino nemmeno (tanto non è servito a nulla, anzi anche lui è stato controproducente).
E Bergoglio, ispirato dai formidabili esempi di sobrietà e austerità forniti dalla classe politica, avrebbe potuto far proprio il nuovo riformismo “tecno-cristiano” ed elevare il TINA (There is no alternative) a dogma. Invece, è andata diversamente…

Grazie al cielo, esiste la provvidenza, ed esiste il libero arbitrio; se però le espressioni possono apparire offensive e superstiziose, per me va bene anche parlare di eterogenesi dei fini, eterotelia, oppure al limite sputtanamento, con riferimento alla capacità prettamente umana di mandare in vacca il sistema più perfetto. Non c’è qualcosa di divino, almeno in questo?

Guardando in prospettiva la situazione attuale, a me pare evidente che questo non sia il migliore dei mondi possibili, così come ci era stato accomodato: indagarne le cause sarà compito degli storici futuri, anche se non sono ancora riusciti a capire come sia crollata l’Unione Sovietica o perché sia scoppiata la Prima guerra mondiale (per fare solo gli esempi più recenti).
Non dico che le vicende italiane abbiano avuto un’influenza decisiva a livello continentale o addirittura mondiale, però è un fatto che il dogma dell’irreversibilità dell’Unione (e dell’euro) abbia iniziato a scricchiolare con l’avvento del montiano comité de salut public (non a caso questo è stato uno dei pezzi forti della propaganda pro-Brexit di Boris Johnson e Nigel Farage).
Così come l’incrollabile convinzione che “non si può tornare indietro”, ormai elevata, come detto, a livello teologico, sembra aver perso tutto il suo appeal verso le masse proprio a causa del Papa più “pop” di tutti i tempi.

Il dogma che la globalizzazione (e tutto quel che le ruota attorno) fosse un dato naturale (non politico, non storico), un percorso al quale era inutile opporsi, avrebbe potuto far durare il sistema ancora qualche decennio o secolo.
Viceversa, tutto è finito così, not with a bang but a whimper, e i “papi grigi” sono passati definitivamente di moda: un giorno capiremo se sia stato un fatto positivo o meno…

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