venerdì 10 febbraio 2017

Il conto del trumpismo



Fa male vedere un grande Paese come l’America totalmente devastato da otto anni di trumpismo (sì, poi l’hanno rieletto): il Kansas City raso al suolo, Chicago illuminata a giorno, Giovanna Botteri criogenizzata (non posso dirvi che fine ha fatto Severgnini, certe cose fanno male solo a pensarci).
Ah già che il Donald è appena arrivato: d’altronde il vero John Titor è proprio Trump, mica sono io, anche se conosco già la morale della storia. L’attuale Presidente potrà pure essere il migliore di tutti i tempi, ma verrà comunque ricordato come il peggiore, proprio perché non sarà stato il peggiore (cosa che molti auspicavano). È chiaro? Forse no. La damnatio memoriae contro Nixon e Reagan però tutti l’hanno presente (“tutti” si fa per dire): sembra che abbiano scatenato una guerra termo-nucleare a testa, invece tutto sommato hanno fatto anche cose buone. Ma che importa, alla fine: la storia ognuno la interpreta come vuole. Ciò che conta è non capire mai un cazzo e morire con quest’unica consapevolezza.

Tali malinconiche considerazioni sono in parte dovute alla scoperta di una vecchia intervista di “Panorama” a Paul Samuelson (1915–2009), risalente a ottobre 1992 (M. De Martino, Il conto del reaganismo), ritrovata per caso tra le mie cartacce. Erano i tempi in cui il Nobel per l’economia sosteneva pubblicamente Bill Clinton assieme ad altri poeti laureati come Franco Modigliani e Robert Solow. È un intervento che mi colpisce soprattutto perché se il buon Samuelson affermasse oggi esattamente le stesse cose, pur trovandosi dalla parte giusta della storia (in quanto americano e in quanto clintoniano), è probabile che i piddini lancerebbero una petizione per fargli togliere il Nobel.
Infatti questo Samuelson dice che gli Stati Uniti non sono in recessione, ma in “crescita recessiva”, e dunque possono fare debito, dal momento che «il vero disastro sarebbe cercare di pareggiare il deficit nel mezzo di una crisi profonda come quella di oggi». Come, non si esce dalla crisi facendo austerità (austerità espansiva, s’intende)?

A quanto pare no, anche se il problema del debito pubblico rimane: «Grazie alla politica di Reagan è aumentato a dismisura […], quanto avevamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quanto ha l’Italia che si trova in fondo alla lista del buon governo economico».
Oh, ecco, finalmente cominciamo a intenderci: allora è tutta colpa di Reagan (nelle vesti di italiota)? Il giornalista ha l’ardire di chiederlo, ma Samuelson onestamente riconosce che la recessione è sui generis e dipende anche dalla fine della Guerra fredda: «Quando non è più necessario spendere il 5 per cento del prodotto nazionale lordo in strumenti di difesa, molti posti di lavoro sono destinati a scomparire».
La soluzione? Usare i militari “in senso keynesiano” per mantenere alto il livello d’occupazione, poi farli passare gradualmente al settore civile, “anche se tutto questo peserà sul bilancio”…
No, non ho capito. Cioè, ho capito che voleva fare propaganda a Clinton (risanare il debito facendo più debito, che in effetti è l’unica soluzione quando lo fanno quelli simpatici), però alla fine mi sfugge se il fottutissimo military keynesianism sia una cosa buona o cattiva (o è cattiva solo quando la fanno gli antipatici?).
Non sarà magari colpa degli americani fannulloni? Con Samuelson l’argomento non attacca (mica è italiano): del suo “caro amico” Milton Friedman afferma che di fronte a certe questioni si comporta da “indemoniato”, mentre la sua posizione è decisamente più “flessibile” («Non solo perché guido una Nissan invece che una Ford»).

La parte più spassosa è quella sull’euro, che pur avendoci protetto anche dalla peste bubbonica, nel 1992 ancora non esisteva. Ecco cosa sosteneva Samuelson parlando “del ruolo dell’Europa del futuro”:
«Solo chi crede ancora alla favola della formazione di una valuta comune e di una banca centrale entro il 1999 può non essere preoccupato dagli ultimi avvenimenti: i danesi hanno votato contro il trattato di Maastricht, la Svezia ha dovuto alzare il suo tasso di interesse del 500 per cento l’anno, la Gran Bretagna non ha potuto stabilizzare la sterlina ed è dovuta uscire dal mercato, perfino la Spagna ha dovuto svalutare del 5 per cento. Per non parlare dell’Italia. Questa è la realtà: la costituzione di un mercato comune non è indolore. Per il semplice motivo che i partner sono diseguali. In Italia l’inflazione viaggia a una media quasi del 6 per cento. In Germania la media è del 3 per cento. Come si fa a trovare un punto di equilibrio permanente tra dati non flessibili come questi? Credo certamente che l’Italia abbia bisogno dell’austerity imposta di recente dal suo governo. Ma non credo che la lira debba essere messa in relazione al marco. Le monete più forti come il marco, il franco francese, il franco belga e forse la corona danese possono continuare nella formazione di un mercato comune. Ma non vedo perché la lira, la sterlina e la peseta debbano formare una nuova unità. Bisogna ricordare che gli Stati Unit hanno 50 Stati e un dollaro. E che qui, quando una regione va in crisi, la gente trasloca. Non riesco a immaginare lo stesso in Europa».
Allora anche la storia contemporanea, oltre che quella universale (per non dire della vita stessa), non è che una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla (Macbeth, V, 5)? E il bello è che ’sto Samuelson gongola pure: gli Stati Uniti possono fare quello che vogliono, perché “noi non dividiamo il nostro letto col marco tedesco”.

Poi, non so bene cosa sia successo. Da quel che leggo ancora tra le mie cartacce, pare che la campagna di Bill Clinton sia stata molto aggressiva; il giovane e rampante democratico aveva promesso una sola cosa agli americani: lavoro. Uno degli slogan della campagna fu People First: non la pace, non il mercato, non i diritti civili. L’urgenza principale era quella di riportare negli States il lavoro che i ricchi avevano spostato a Taiwan e nel Messico (parlava così il vecchio Bill, che ci posso fare). Tutto questo avrebbe ovviamente comportato una minaccia al libero scambio, come lo stesso Samuelson notava con preoccupazione (pur continuando a sostenere il programma economico del candidato democratico!): «Una volta erano i repubblicani dalla parte del protezionismo. Ora lo sono i democratici. Con loro al governo il rischio proibizionista è sempre dietro l’angolo».

Anche qui, la morale mi sfugge ancora: è giusto difendere il lavoro a scapito del mercato? Cioè, se uno è simpatico gli diciamo di no, ma poi glielo lasciamo fare?
La tentazione di sfogliare le riviste del 1996 o del 2000 è forte, almeno per sciogliere qualche dubbio. Ma per adesso continuerò a saltare dal 1992 al 2024 con la consapevolezza che Trump è stato il Worst. President. Ever.

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