martedì 28 febbraio 2017

Ich klage an

A proposito di quanto sostiene lo scrittore Martin Amis («La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità»), bisogna in effetti ricordare che non furono dei raffinati registi canadesi o spagnoli a realizzare i primi film sull’eutanasia, ma i più convinti sostenitori del progetto Aktion T4, il “fiore all’occhiello” del programma eugenetico nazista. Uno dei “capolavori” del genere fu Ich klage an (“Io accuso”) di Wolfgang Liebeneiner, al cui cospetto impallidisce persino Mare Dentro di Amenabar anche per il successo che ebbe al botteghino (15 milioni di spettatori).


Il programma “Fuori Orario” (Rai Tre), che lo trasmette regolarmente da dieci anni a questa parte, lo presenta sul suo sito con queste parole:
«Il film, uno dei migliori realizzati nel corso del Terzo Reich, è stato realizzato con l’intento di preparare e di promuovere segretamente il programma di eutanasia voluto da Hitler. La trama narra le vicende di una giovane donna che si ammala di sclerosi multipla e chiede al marito, brillante medico, di morire prima dell’inizio dell’agonia. Incapace di trovare una cura l’uomo accoglie il suo desiderio ed è accusato di omicidio. L’intreccio psicologico è tratteggiato con grande cura e sensibilità, anche grazie al fatto che è ispirato a una vicenda reale. Il film tuttora è bandito in Germania per il suo contenuto controverso perché pur portando lo spettatore a riflettere sull’argomento prende decisamente le difese dell’accusato. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1941».
Quanta delicatezza; e pensare che il soggetto fu scritto da uno dei medici che parteciparono all’Aktion T4 (anche lui uomo di “grande cura e sensibilità”?).
A questo punto, potremmo suggerire agli autori del programma qualche altro entusiasmante titolo, come il commovente Jud Süß, pellicola neorealista sulla ribellione di una comunità contadina contro i potenti; oppure Der ewige Jude, scrupoloso documentario sulla propagazione del giudaismo nel mondo, impreziosito da delicati toni animalisti.

La verità è che il legame tra eutanasia e nazismo resta ancora un tabù. Ricordo quando qualche anno fa, Gad Lerner presentò su La7 l’ottima pièce di Marco Paolini, Ausmerzen, dedicata proprio all’Aktion T4. I toni del dibattito che ne scaturì furono a dir poco surreali: in quell’occasione il buon Gad trovò modo di paragonare l’eutanasia ai respingimenti degli immigrati, alla xenofobia, ai tagli del governo (c’era Berlusconi...), alla pena di morte, all’omofobia, alla riduzione delle cattedre di sostegno, alle politiche demografiche della Cina, al «pregiudizio contro gli zingari, che magari continua ancora oggi»; l’unico paragone che si vietò fu quello fra eutanasia ed eutanasia!

Probabilmente un giorno per distinguere l’eutanasia nazista da tutte le altre sarà necessario introdurre una nuova definizione: la Wikipedia spagnola suggerisce “cacotanasia”, che in effetti ben si adatta all’ipocrisia dei suoi sostenitori attuali.

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