mercoledì 22 febbraio 2017

Grazie Donald, bombardaci Dresda!


Veniamo subito al punto: l’euro è una creazione americana che i tedeschi hanno gestito credendo fosse il nuovo marco del nuovo Reich, e ora gli americani ne hanno abbastanza.

La nuova dottrina dopo la fine della Guerra Fredda doveva essere quella dell’analista neo-con Robert Kagan (tra l’altro supporter della Clinton nelle ultime elezioni), il mito di Marte & Venere: gli Stati Uniti nella parte di bombardatori-trivellatori e l’Unione Europea come un enorme continente-cuscinetto pronto a concedere riposo ai guerrieri.
È una dialettica che si è potuta apprezzare innumerevoli volte negli ultimi anni: mentre Washington cercava l’indipendenza energetica con il gas di scisto e stralciava qualsiasi accordo internazionale sulle emissioni, Bruxelles propagandava utopie verdi, decrescita felice e frugale, l’energia eolica al posto di quella efestica (visto che siamo in tema di mitologia). Mentre gli americani gestivano l’immigrazione a seconda dei loro interessi, gli europei invece indossavano la maschera umanitaria e accoglievano profughi tra gli applausi. Eccetera.
Inutile dilungarsi: l’accordo era questo, e se qualcosa è andato storto è stata colpa sia delle potenze egemoni (Germania e Francia) che delle classi dirigenti degli altri Paesi (che si sono vendute al peggior offerente). Per non dire poi della qualità umana delle élites giunte al potere a Bruxelles, un misto di superomisti in carrozzella, evasori fiscali alcolizzati e colonialisti ottocenteschi dalle classiche tendenze pédé.

In fondo, se questo “sistema” fosse stato gestito con un minimo di decenza, sarebbe potuto durare anche mille anni: è vero, sarebbe stato ingiusto, iniquo e criminale, ma almeno resiliente. Era su questo che contavano gli americani: per esempio, nel caso della moneta unica, essi credevano di poter gestire un fenomeno economicamente irrazionale con una politica razionale. I Paesi che avessero tratto enormi vantaggi dai provvedimenti sui cambi avrebbero dovuto utilizzare il surplus delle esportazioni per incrementare la domanda interna: solo in tal modo la Germania sarebbe potuta diventare la “locomotiva” (un titolo che ha usurpato per nascondere invece la sua vera natura di zavorra dell’economia mondiale).
Ormai certe cose gli “europeisti” non riescono più nemmeno a comprenderle: non è un’utopia pretendere che un cittadino tedesco compri macchine italiane o francesi, perché la “morale” della storia avrebbe dovuto essere proprio questa. Non ragioni economiche, ma politiche: ora invece siamo intrappolati nel mito della “Germania bella e buona” che è esentata dalle procedure di infrazione perché appunto “troppo brava”.
Un discorso simile vale anche per l’immigrazione: non doveva essere l’ennesima “trovata” di Berlino per continuare la guerriglia commerciale con gli altri Paesi dell’Unione, ma il “biglietto da visita” di un’Europa multietnica e multiculturale, che gli Stati Uniti avrebbero potuto utilizzare come alibi per le loro campagne imperialistiche in nome dell’Occidente “tollerante e accogliente”. L’immigrazione dunque non avrebbe dovuto far aumentare il PIL tedesco, ma al contrario costringerli a misure espansive.

Da inizio secolo ogni amministrazione americana, di “destra” o di “sinistra”, ha tentato la via “democratica” per riportare i tedeschi con i piedi per terra. Il povero Obama ha messo in gioco tutta la sua credibilità nella “questione europea”, fallendo miseramente.
Ricordiamo quanto accade nel luglio 2015, quando Schäuble e Merkel volevano gestire l’euro come fosse cosa loro e Washington, incredula, fu costretta a ricordargli chi comandava.
È stata una sceneggiata indegna delle storie dei rispettivi Paesi, assieme a quel che ne è seguito: Berlino ha voluto mettere in conto ad Atene anche l’orgoglio ferito, massacrando una nazione con la quale avrebbe dovuto condividere lo stesso spazio politico ed economico.

L’amministrazione democratica agì a più livelli. In primo luogo chiamò in causa la diplomazia, nelle vesti dell’ambasciatore Anthony Luzzatto Gardner, che provò, da “poliziotto buono”, tra convegni e interviste, a ricordare (alla Germania) il “rischio geopolitico” di un’uscita della Grecia dall’euro, e (a tutti gli altri) che i tedeschi col loro surplus dovevano promuovere la crescita (perché la UE è pur sempre una “comunità”).
Vedendo che la moral suasion non funzionava, Obama provò a far intervenire i francesi, sempre interessati a contenere l’egemonia tedesca, anche se in quel momento subalterni a Berlino (per l’esposizione delle loro banche verso Atene): fecero il minimo indispensabile, rispolverando Jacques Attali, Jack Lang e le favole dell’Europe culturelle. Quando poi venne il momento di calare la mannaia, la “solidarietà socialista” verso Tsipras si squagliò all’istante.
Per tutta risposta, Merkel e Schäuble poi sguinzagliarono i loro piccoli Quisling, ammaestrandoli a ripetere che “Atene deve uscire dall’euro” perché “Non possiamo pagare i privilegi dei greci” e “Non possiamo permettere che contagino le economie ariane”. Il culmine lo raggiunse la “Welt” (giornale legato alla CDU), con un articolo apertamente razzista, Griechenland zerstörte schon einmal Europas Ordnung (11 giugno 2015), in cui si affermava che i greci venivano tenuti dentro l’Unione unicamente per “romanticismo politico”, in quanto creduti discendenti di Socrate e Pericle, nonostante fossero soltanto feccia levantina («Un misto di slavi, bizantini e albanesi»).

A quel punto, Obama alzò il livello premendo sul Fondo Monetario Internazionale. Ricordo un’intervista tragicomica a Carlo Cottarelli (direttore esecuto dell’FMI) al “Corriere” (Obama ha ragione, l’austerity è eccessiva, 19 luglio 2015), nella quale il “nostro” (diciamo così) riuscì contemporaneamente a dire che «il Fondo monetario è indipendente, ha proprie regole precise» e che l’intervento sul debito greco era stato “ispirato” dalle dichiarazioni del Presidente americano: «Le considerazioni di Obama sono proprio il motivo che ha portato il Fondo a dire che il debito della Grecia non sia sostenibile».
Il seguito lo conosciamo, ma forse non riusciamo a vedere il collegamento tra la disfatta della linea “democratica” e l’ascesa dei cosiddetti “populisti”. Il fatto che a dare il via siano stati propri gli inglesi, ci invoglia a credere che questa sia tutto sommato una “demolizione controllata”, seppur gestita dai “poliziotti cattivi”: del resto agli americani serviva un passaggio almeno nelle apparenze traumatico per riprendere il controllo su un continente dalla deriva. E anche se gli Stati Uniti sono adesso costretti a essere più sbrigativi (nel suo programma economico, Trump fa scrivere che la Germania è una manipolatrice di moneta), i desiderata saranno sempre gli stessi, soltanto privi dell’infiocchettatura arcobaleno.

Per concludere, mi torna in mente un aneddoto sul litas, la moneta che i lituani hanno abbandonato  nel 2015 per passare all’euro. Sulla banconota da 10 erano raffigurati i due eroi nazionali, i piloti americo-lituani Steponas Darius e Stasys Girėnas che nel 1933 tentarono il volo da New York a Kaunas ma precipitarono in Pomerania. Non ricorda un po’ la parabola dell’euro, nato negli Stati Uniti e schiantatosi in Germania?
Facezie a parte, ora possiamo scrivere sui muri “Grazie Donald, bombardaci Dresda”, perché va bene l’anti-americanismo di maniera stile Yankee Go Home, ma se noi vogliamo tornare a casa come cechi e slovacchi (e non come serbi e bosniaci), allora si rende necessaria una punizione almeno simbolica per quelli che hanno utilizzato l’euro solo per umiliare quei Paesi coi quali avrebbero invece dovuto collaborare. Trump sarà sbrigativo, ma non violento, perché a ogni epoca corrispondono dei standard di brutalità da non oltrepassare.

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