venerdì 10 febbraio 2017

Delle foibe non interessa a nessuno

 Il “Giorno del ricordo” è sempre piuttosto malinconico, dato che alla fine l’unica cosa che ci ricorda è che siamo una nazione di sconfitti: non è infatti paradossale che l’unica occasione in cui si possa stabilire un minimo di equilibrio nella rievocazione di quella tragedia, sia tutto un fioccare di negazionismi e riduzionismi.
Ci sono 364 giorni per ricordarci che gli italiani erano fascisti, che erano cattivi, che se lo meritavano ecc. Almeno in una sola giornata ci si potrebbe limitare a un rispettoso silenzio?
Poi per il resto dell’anno si continui pure con le risatine e le prese per i fondelli (e le foibe? e i marò?).

D’altronde non esiste una legge per cui si possono mettere in galera i revisionisti: in questo caso non vale il reato d’opinione, si può negare ciò che si vuole.
Per esempio, in un volume recente di Marco Fraquelli, Altri duci (Mursia, 2014), che vorrebbe essere una ricerca sui fascismi europei tra le due guerre, ma che si rivela un misero piluccare da fonti destrorse (condotto per giunta con un’insopportabile snobismo, come a dire: io non vi scopiazzo, vi miglioro), trovo un capitolo dedicato al fascismo sloveno che è in realtà un’aggressiva requisitoria contro quelli che l’autore definisce i “foibologi”. Una turba che comprende addirittura Giorgio Napolitano, reo nel 2007 di aver parlato di «un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”». No, ribatte lo storico (permettendosi di correggere colui che per il resto è assolutamente intoccabile), non c’entra quella roba: è l’assenza di una “Norimberga italiana” che «ha probabilmente esacerbato gli animi e alimentato lo spirito di vendetta» (p. 443). Tutto il resto non sono che “analisi di parte”.
Quindi le foibe sarebbero la conseguenza di un malessere psicologico… Almeno questa tesi (non meno pretestuosa delle altre) ha il dono di non interpretarle come una punizione “severa ma giusta” contro gli italiani-tutti-fascisti (perché così, alla fine, le vedono i revisionisti).

In pratica, per ricordare le foibe nel giorno in cui andrebbero ricordate, bisogna sempre inquadrare gli eventi nel giusto contesto storico, quindi partire dalle vicende della Serenissima e arrivare fino a Melania Trump costretta a italianizzarsi per fare la modella a Milano.
Non saranno un po’ tendenziosi, certi “inquadramenti”? Col passare degli anni si trova sempre qualche pretesto per sabotare la ricorrenza: all’inizio si polemizzò persino sulla data, il 10 febbraio (giudicata “offensiva”), poi si chiamò in causa una presunta slavofobia (e la germanofobia di chi ricorda la Shoah, dove la mettiamo?), infine quando si è visto che non era possibile convincere le istituzioni a interrompere tale “vergogna”, si è giunti a parlare di un “mito delle foibe” che non mi pare abbia avuto così tanto tempo per attecchire (dato che non si riesce nemmeno a coprirlo uno straccio di liturgia). Va benissimo, ma allora, tanto per dire, perché non si organizza una bella manifestazione davanti all’ambasciata di Israele nel “Giorno della Memoria”? Oppure perché la tv non trasmette, dopo Schindler’s List, anche un film su Dresda? E i palestinesi? e i curdi? e gli armeni? 

Quante vittime, nel nostro pazzo mondo (basta che non siano italiane).
Questo è il punto: a una nazione sconfitta non è concesso avere un “culto dei martiri” o costringere altre nazioni a celebrarlo. Purtroppo i primi a essere schiavi di tale mentalità da sconfitti sono gli stessi che col loro ossessivo controcanto credono di rendere giustizia alla storia. Eppure è la Storia, per chi vuole ipostatizzarla, che monda di anno in anno la ricerca della verità.
L’Italia si è già presa una piccola rivincita nei decenni passati, costringendo un’iniqua e decadente Balcania a re-italianizzarsi per motivi culturali, politici ed economici. Alla faccia non dico di tutta la violenza irripetibile causata dall’“annessionismo slavo” (bravo Re Giorgio!), ma almeno del maquillage toponomastico (in una terra dove peraltro i nomi delle piazze sono sempre precari, vuoi per una guerra civile o per esigenze turistiche).

Un’altra rivincita, più amara, è stata il bagno del sangue degli anni ’90 che ha mostrato come la pulizia etnica non fosse affatto una prerogativa dell’“italianizzazione”. Tuttavia non vorrei anch’io deturpare il “Giorno del ricordo” (a quello ci hanno già pensato le nostre istituzioni), per giunta infangando popoli contro i quali non ho nulla (anche perché noi italiani possiamo parlar male solo di noi stessi).
Per questo preferisco concludere con una testimonianza “conciliante” (seppur polemica): l’intervista all’immenso Umberto Smaila rilasciata a “Il Giornale” l’anno scorso, Delle Foibe non interessa a nessuno. Devo ammettere che come cantore dell’amministrazione austro-ungarica l’ho trovato più coinvolgente dei soliti Rumiz o Magris: quelle corse in scooter da Fiume ad Abbazia, il dialetto fiuman («I veri fiumani dicono ja per dire sì, retaggio dell’Austria-Ungheria»), le simpatie del padre per l’autonomismo di Zanella... Ricordi che meriterebbero di non sparire nel nulla (ma Smaila mica può mettersi a scrivere romanzi, ha cose più serie da fare):
«È incredibile come la guerra ha cambiato i destini di una famiglia: io avevo tre zii, cognati di mia madre, che hanno avuto tre cognomi diversi. Il primo, lo zio Romano Bradicich, partì in camicia nera alla conquista dell’Abissinia e si fece ben 11 anni di prigionia sotto gli inglesi, ha vissuto anche lui a Verona. Suo fratello Anselmo era andato a fare il comandante delle navi da crociera a Genova e aveva cambiato il cognome in Bradini, non volendo avere più niente a che fare con le terre natìe. L’ultimo fratello, un comunista in buona fede, era andato partigiano, era rimasto in Jugoslavia e il suo cognome era Bradicić, alla croata. Ci sarebbe da fare un film su una storia così».

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