mercoledì 1 febbraio 2017

Dal Vangelo secondo Donald


I giornali si sono accorti che l’amministrazione Trump vuole “fare qualcosa” con l’euro; la posizione tuttavia era chiara sin dall’inizio: The Donald ne aveva parlato ripetutamente in campagna elettorale e lo aveva fatto scrivere nel suo programma economico (Scoring the Trump Economic Plan, 29 settembre 2016).
Ora i giornali prendono a pretesto un’intervista al “Financial Times” dell’estensore del piano, Peter Navarro (direttore del National Trade Council), probabilmente per inserire l’iniziativa nel quadro di un fantasmagorico “fascismo imminente”, nonostante fosse una cosa nell’aria ormai da anni (chiaramente ci voleva un simulacro di “rottura” per non scandalizzare i semplici).

Ad ogni modo, credo sia arrivato il momento che i giornalisti italiani si facciano tradurre almeno le parti più importanti del programma, che in effetti sono numerose: ogni pagina contiene ottimi spunti che potrebbero essere utilizzati anche nella polemica spicciola.
Per esempio, a p. 10 si trova un fortissimo argomento contro tutta la propaganda sulla “automatizzazione” (la difesa del lavoro è obsoleta perché oggi fanno tutto i robot). Scrive Navarro:
«Dall’inizio della globalizzazione, la percentuale dell’attività manifatturiera nella forza lavoro è calata costantemente da un picco del 22% nel 1977 all’8% di oggi. A quelli che incolpano l’automazione per il declino della produzione, consigliamo di guardare alle due economie più tecnologicamente avanzate del mondo, la tedesca e la giapponese, ognuna delle quali è leader mondiale nel settore della robotica. Nonostante il calo degli ultimi anni, la Germania mantiene ancora quasi il 20% della sua forza lavoro nel settore manifatturiero, mentre il Giappone quasi il 17%.
Per esser chiari, quando parliamo di manufacturing, non stiamo parlando di magliette a buon mercato e giocattoli di plastica. Parliamo di componenti aerospaziali, apparecchiature biomediche, prodotti chimici, microchip, elettronica, motori, autoveicoli, prodotti farmaceutici, materiale rotabile, robotica, stampa 3D, resine, industria navale e altro ancora».
Una dimostrazione ulteriore che il programma non è stato letto da chi avrebbe interesse a farlo (soprattutto perché impossibilitato da Madre Natura a capire cosa sta accadendo osservando semplicemente quel che sta accadendo), è la proposta avanzata sulle, stesse gazzette di oggi, di “escludere gli Stati Uniti dal WTO” (sempre il solito gaffeur, che non nominano nemmeno per la vergogna che proviamo ad avere un rappresentante del genere).
A costoro Navarro aveva già anticipatamente risposto evocando quella “carezza sulle spalle” di manzoniana memoria che i commentatori preferiscono chiamare soft power: «Donald Trump è ormai consapevole che l’unica via per correggere le iniquità è di usare lo status degli Stati Uniti di più grande economia mondiale, di più grande consumatore e di più grande importatore del mondo per far pressione sul WTO e convincerlo a riequilibrare le sue politiche» (p. 13).

Infine, ecco l’attacco alla Germania (e alla Cina) che Navarro ha dovuto esplicitare sul “Financial Times” a favore dei dummies:
«In un mondo di valute liberamente fluttuanti, il dollaro si indebolirebbe e lo yuan si rafforzerebbe perché gli Stati Uniti detengono un grande deficit commerciale con la Cina e il resto del mondo. Le esportazioni americane verso la Cina aumenterebbero e le importazioni cinesi diminuirebbero, e la bilancia commerciale si riequilibrerebbe. Il problema tuttavia è che la Cina ostacola questi aggiustamenti essenziali.
[...] Un problema simile è rappresentato dall’Unione monetaria europea. Mentre l’euro fluttua liberamente sui mercati valutari internazionali, tale sistema permette alla Germania di mantenere il valore della sua valuta al di sotto del livello a cui dovrebbe essere se il marco esistesse ancora. In effetti, la debolezza delle economie europee meridionali dell’eurozona mantiene l’euro a un tasso di cambio inferiore rispetto a quello che il marco avrebbe come valuta indipendente. Questa è una delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti hanno un grande deficit commerciale con la Germania (75 miliardi di dollari nel 2015) anche se i salari tedeschi sono relativamente elevati» (pp. 15-16).
Contro questo tipo di politiche monetarie (definite senza mezzi termini currency manipulation), Trump-Navarro rivolge un ultimo, accorato, appello: «Just as these Chinese leaders have been exploiting American weakness by cheating in the trade arena, they will acknowledge the strength and resoluteness of Trump and rein in their mercantilist impulses» (p. 21).
Riusciranno gli Stati Uniti a essere abbastanza persuasivi? Nel mondo immaginario dei media, nel quale la Germania è un gigante economico che aiuta gli altri Paesi a “stare a galla” con “l’ombrello dell’euro”, effettivamente no. Nel mondo reale, invece, dato che gli Stati Uniti possono fare il cazzo che vogliono (chiedo scusa per l’ennesimo tecnicismo, ma certe formule sono richieste dalle circostanze), ovvero affossare un’economia solo alzando la voce, allora sì.

Uno dei pochi ad aver capito le conseguenze economiche di Trump sembra essere Niall Ferguson, che in un’intervista al “Corriere” ha affermato: «Trump sta cercando di riscrivere le regole dell’ordine economico internazionale, perché secondo lui la Germania e la Cina hanno basato la loro crescita sul deficit commerciale degli Stati Uniti. Si sono servite della domanda americana per vendere i loro prodotti, senza contraccambiare. […] Non c’è molto che i cinesi e i tedeschi possano fare, dipendono troppo dall’accesso al mercato statunitense. Avrebbero dovuto fare di più in questi anni per sviluppare la loro economia interna e esprimere domanda per i prodotti degli altri Paesi».
Insomma, chi governa ora negli Stati Uniti è convinto che la Germania abbia vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Che sia vero o no, poco importa: in un modo o nell’altro, i tedeschi dovranno pagare il conto, e penso sarà particolarmente salato per non aver mai risposto alle ingiunzioni degli americani negli ultimi anni. Bisogna infatti riconoscere all’amministrazione Obama di essersi impegnata per far capire alla Germania che stare in un’Unione vuol dire condividere le perdite e non solo gli utili. Purtroppo tutti i tentativi (dall’intervento sul debito greco alle multe a Volskwagen e Deutsche Bank) sono caduti nel vuoto, anche a causa dell’ignavia delle altre classi dirigenti europee. Adesso ci vuole uno shock che riporti Berlino coi piedi per terra senza metterla in ginocchio.
Ferguson evidenzia due dettagli che possono essere sfuggiti ai famigerati osservatori: il primo è che «i commentatori che credono nell’ordine mondiale emerso negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso […] trovano difficile immaginarne un altro, in parte perché questo li ha favoriti». Che significa? È la stessa cosa di cui parla Trump quando contrappone domestic workers e mobile owners of capital. Lo scenario riguarda quindi anche i giornalisti, e persino gli economisti: pure loro alla fine qualcosa dovranno mangiare, perciò quando non li paga lo Stato, essi si rivolgono ai potentati finanziari internazionali o alle élites che a essi rispondono. Il programma economico di Trump è del resto un esempio di come anche gli economisti possono essere de-globalizzati, semplicemente impedendo che vengano ancora pagati da Tina.
Il secondo punto è ancora più intrigante: «La Gran Bretagna del ’700 […] aveva la leadership tecnologica di gran lunga, aveva l’indipendenza energetica grazie al carbone e non era affatto propensa a tenere i mercati aperti come si pensaEra mercantilista verso il resto del mondo: basta chiedere agli indiani. Così puntava a gestire e conservare il suo vantaggio. Gli Stati Uniti oggi potrebbero essere in una posizione simile».
Quindi lo studioso inglese sta dicendo che è la potenza egemone a decidere qual è il sistema economico più adatto per il mondo. Già… come abbiamo fatto a dimenticare chi aveva il coltello dalla parte del manico? La locomotiva tedesca… la Cina  (e il Giappone, però quello di Hiroo Onoda).

Quando tale follia finirà, sarà stato comunque utile aver sfogliato tali paginette, soprattutto da parte di chi nutre un irrefrenabile odio nei confronti del nuovo Presidente americano e rischia di ammalarsi di Post-Trump Stress Disorder. Infatti, il manifesto contiene diversi riferimenti ai cosiddetti “sconfitti della globalizzazione” che i liberal di mezzo mondo ora stanno chiamando in causa per schierarsi dalla parte del vincente senza perdere la faccia. Vedi per esempio, p. 19: «Four decades of one-sided globalization and chronic trade deficits have shifted wealth and capital from workers to the mobile owners of capital».
Visto che tra un po’ tutti cominceranno a cantare la stessa canzone, perché l’America è l’America, sarà il caso di prepararsi il raccontino consolatorio sui poveracci hanno “votato male” proprio perché sono poveracci (però evitando di affermare un attimo dopo che “non c’è alternativa alla globalizzazione”…).
Per il resto, Roma locuta, causa finita est.

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