domenica 19 febbraio 2017

Bausani in rete


Alessandro Bausani (1921–1988) è senza dubbio uno degli studiosi italiani più sottovalutati: dopo anni che non si ristampava più nulla, sono stati di recente proposti al pubblico un saggio sull’islam e la versione delle quartine di Khayyam. La sua produzione è tuttavia vastissima e copre un ampio campo dello scibile. Per farsene un’idea, basterebbe solo basarsi sulle risorse presenti in rete.

Prima di tutto, un ricordo del noto Roberto Vacca, figlio dell’arabista Virginia De Bosis che fu la prima “maestra” di Bausani (essendo sua vicina di casa).

Poi un’altra testimonianza (in francese), di un allievo, l’orientalista Luigi Santa Maria (1919–2008) da “Archipel” (n. 38/1989), che lo ricorda, in riferimento al suo campo di studi (l’Indonesia) «comme le fondateur des études insulindiennes en Italie». 

Ancora dal punto di vista biografico, l’orientalista Biancamaria Scarcia Amoretti (altra allieva) firma un contributo per l’Encyclopædia Iranica (in inglese) che, oltre a offrire un ritratto esaustivo dello studioso, aggiunge anche qualche elemento sull’influenza che la conversione di Bausani al bahá’ísmo ebbe sulla sua opera: per esempio, in uno dei suoi apporti più importanti alla cultura nazionale, la traduzione del Corano, come scrive Scarcia Amoretti, «Bausani understood […] the expression ḵ-ātam al-nabiyyin […] in Baha’i terms: Mohammad, as with all past and future prophets, was the “seal” only of his temporal cycle».

Sempre restando nell’ambito personale, troviamo una lettera al padre risalente al 1949 e più volte citata dai biografi, nella quale Bausani spiega i motivi del suo passaggio da un cattolicesimo “quasi medioevale” al bahá’ísmo, quel culto nato in Persia nell’Ottocento i cui adepti sembrano essere gli ultimi custodi rimasti della memoria del Nostro.
Va infatti riconosciuto alla Bahá’í Italia non solo di aver realizzato per il ventennale della scomparsa una pregevole monografia sull’esperienza religiosa dello studioso (per opera di Julio Savi), ma anche di averla resa disponibile online (L’esperienza religiosa di Alessandro Bausani, Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2008).

Al di là del bahá’ísmo (che fu anche la religione di Dizzy Gillespie e John Titor, e che per questo rispettiamo profondamente), permangono in rete altri contributi più prettamente linguistici: vogliamo citare il ricordo del “Bausani bascologo” (perché sapeva anche il basco) di uno dei suoi alunni più brillanti, l’iranista Gianroberto Scarcia (marito della Biancamaria Scarcia Amoretti succitata), riprodotto sul sito ufficiale sito dell’Accademia Reale della Lingua Basca, “Bausani Bascologo: note in margine” (in Yadnama. In memoria di Alessandro Bausani, Bardi Editore, Roma, 1991). Tra gli studi di Bausani sull’euskara, Scarcia ricorda «un’analisi archeoastronomica del nome dei primi tre giorni della settimana basca» (tanto per citare…).
Anche nelle parole dell’allievo emerge comunque l’approccio “bahá’ísta” che il Nostro adottò nella vita e nell’“arte”: «L’essenziale della storia umana, per Bausani, risied[e] […] nel continuo rinnovamento, nella continua “Rivelazione”, che, vista da parte umana, è continua invenzione».
Non vorremo dilungarci troppo sul punto ma, per farla breve, Bausani interpretò la sua nuova fede non come un’abiura (egli si considerava ancora “cattolico”, sebbene in senso meramente etimologico) ma come percorso necessario per risolvere la contraddizione tra, appunto, la vita e l’arte e, nel frangente storico in cui si trovò a operare, tra intellettuali e popolo. Difficile dire se riuscì nel suo intento (il volume della Bahá’í approfondisce il tema, in particolare per quanto concerne il suo ideale di “teodemocrazia”); ad ogni modo tale scelta non tolse nulla alla sua onestà intellettuale, la quale gli venne riconosciuta niente meno che dal leggendario Padre Mariano da Torino, oltre che da decine di altre personalità dall’estrazione la più disparata (Pio Filippani-Ronconi, Vincenzo Poggi S.J., Alfonso Di Nola, Raniero Gnoli e persino Muhammad Zia-ul-Haq, Presidente del Pakistan tra i ’70 e gli ’80).

Dulcis in fundo, un contributo del Maestro in persona, Is classical Malay a “Muslim language”? (“Boletín de la Asociación Española de Orientalistas”, XI, 1975), nel quale Bausani sviluppa in modo non banale il concetto elementare di “lingua islamica” («A language that, at a certain moment of its history, presents itself deeply influenced […] by the great cultural languages of Islam: Arabic and Persian»), dimostrando una profonda conoscenza del malese (una delle trenta lingue in cui poteva esprimersi).

2 commenti:

  1. Ho letto tanti anni fa la storia della letteratura persiana di Bausani Nn mi ricordo il titolo e il libro non lo possiedo piú. Il ricordo che ne ho è che non ho mai letto un saggio di questo tipo il cui autore antipatizzasse tanto con la cultura da lui trattata. Ricordo lo stridente anacronismo di giudicare autori che erano mistici e teologi sulla base di un materialimo marxista abbastanza scolastico. Ricordo male? Lo spero.

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  2. Parla di quella scritta con Pagliaro? Non ricorda del tutto male, ma forse ricorderà anche quale era l'"andazzo" di quell'epoca. La "captatio benevolentiae" di stampo marxista era una condizione indispensabile per essere minimamente considerati. E Bausani non voleva rompere i legami con quel mondo, nonostante la sua conversione a una sorta di "islam libertario".

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