mercoledì 18 gennaio 2017

Venere privata


I romanzi di Scerbanenco saltano fuori per ogni dove dalla mia cameretta petrarchesca ma, per motivi personali, la cosa non mi rallegra: sia chiaro, grandissimo scrittore, un figlio dell’Ucraina bianca (a noi piace anche quella nera), però le sue storie mi ricordano indirettamente lo squallore dei miei vent’anni, quando collezionavo tutta la paccottiglia legata alla criminalità lombarda, avete presente i romanzi di Lutring, i libri-intervista di quel cazzaro di Vallanzasca, tonnellate di dvd tipo Banditi a Milano, Milano odia: la polizia non può sparare, Milano: il clan dei calabresi, Milano trema: la polizia vuole giustizia, Milano violenta, Milano rovente, Milano calibro 9 (appunto da un racconto di Scerbanenco), La mala ordina (un altro racconto di Scerbanenco), Liberi armati pericolosi, Squadra volante (ambientato a Pavia!) ecc…
Se non fosse stato per alcune circostanze internazionali (in primis la crisi economica) e individuali (in primis... non ne parliamo), a quest’ora magari avrei un sito specializzato in estetica criminale lombarda, o roba del genere; e magari ci sarebbe scappata pure una collaborazione con “Stracult”, o roba del genere.
Era soltanto il 2005, ma per me è davvero un’altra epoca; di quella ossessione ora non resta che qualche rovina, perché alla fine ho (s)venduto tutto (anche se ciò rientra in un fenomeno più grande di rigetto della semi-cultura, ma questa è ancora un’altra storia).

Non so bene da cosa sia nata l’attrazione per il “criminale lombardo” : forse dall’idea suggestiva che una razza minchiona come la mia (non cito ancora Gadda) possa generare delinquenti di livello. 
Noi nordici degli anni ’70-’80 siamo tutti nati in cattività, in particolare quelli come me cresciuti nelle periferie più meridionalizzate che sono passati direttamente dalla criminalità sudista a quella afro-araba-slava-balcanica (e pure cinese).
Gli ultimi criminali a parlare con cadenza lombarda mi pare di averli visti in È arrivato mio fratello (quello che brucia la mano a Pozzetto, Dalmazio Grenti, se non sbaglio aveva fatto il caratterista pure nel già citato Squadra volante). Poi c’è Massimo Boldi in Scuola di ladri, che non è molto credibile, nemmeno come “Pera” in Fracchia la belva umana o lo “Scoreggione” ne Il ragazzo di campagna.

Beh, recentemente tutto ciò è riemerso a causa dell’ottimo Luca Micheletti, che si è messo a fare proprio Lutring in un film che non ho visto, Italian Gangsters. Se si producono cose del genere, è perché alla fine il mio discorso fila: abbiamo nostalgia di criminali a noi etnicamente e linguisticamente affini per una miriade di ragioni. Delle quali la più importante, ora che ci penso, è che i nostri dialetti in fondo sono abbastanza paciosi, concepiti per cantare in osteria o discutere di fresatrici, trapani elettrici e pialle. Non sono aggressivi come quelli australi: se uno ti rapina in napoletano, calabrese o siciliano (per non dire in romeno, arabo o albanese), il terrore si impadronisce della tua anima; se invece ti rapina in milanese la cosa è già di per sé meno stressante.

Ecco, il pezzo è quasi completo (per citare un altro grande, Maurizio Milani, che ha dovuto prendersi una laurea in ’ndrangheta proprio per le problematiche di cui stiamo parlando); manca solo qualche parola su Scerbanenco. Giusto due cose sul primo romanzo che ho riletto, Venere privata (1966), uno di quelli che mi piace meno (non che gli altri mi facciano impazzire, in verità). È tutto costruito sul topos della “tratta delle bianche”, uno degli incubi dell’epoca a livello nazionale e internazionale (la white slavery) che in realtà risale ai tempi delle scorribande saracene (che ci vuole a fare l’Umberto Eco di turno? Peccato esser nati quando non pagano più per fare l’Eco di turno).
L’ambientazione anni ’60-’70 di Venere privata mette angoscia: i biscotti al plasmon, la Giulietta blu-scuro, le Minox, la Montecatini, i viaggi a Tahiti, le ragazze paragonate a Françoise Hardy, i trentenni che vanno al giardino zoologico per divertirsi, le commesse della Rinascente che studiano dizione, e via andare.
Alcuni squarci milanesi sono però degni di menzione: per esempio un vecchio cliente di un barbiere, «un tonitruante ambrosiano, esattamente del genere che ottiene tanto successo alla televisione, un tipo magro, ossuto, vagamente odioso per la sua volgarità e il colorito vinaceo del volto» (chissà con chi ce l’aveva… Massimo Boldi?), oppure l’indimenticabile descrizione delle peripatetiche del parco Sempione (che oggi, apprendo dalla cronaca, esistono ancora dopo aver cambiato razza – pure loro):
«In quel tratto di viale che dall’Arco del Sempione mira al Castello Sforzesco, anche appena passate le dieci del mattino, vi sono sul bordo dello stradone accattivanti figure femminili, d'estate sommariamente ma aderentissimamente vestite che sanno di operare in una grande metropoli dove non vi sono provinciali limiti di orario o conformistiche divisioni tra notte e giorno e che a qualunque ora, dalle 00,00 alle 24,00, un cittadino può rallentare con la sua auto, e fermarsi a chiedere la loro cooperazione».
Alquanto spassosa anche la descrizione del fotografo erotico, “invertito”, “anomalo”, “pederasta schifoso”, “un vero, squallido terzo sesso”, appartenente a una “orrenda nuova specie”, col suo “spirito di contraddizione femminile” (date una tessera onoraria di Pravyi Sektor a quest’uomo!).
Segnalo anche il neologismo “milanerìa” e un aforisma da non dimenticare (spero sia farina del suo sacco): «I difetti si ereditano e i pregi sono invece recessivi».

Infine, avrei voluto soffermarmi sui ricordi personali suscitati dalla rilettura, ma non è necessario. Cito solo un passaggio che mi ricorda quasi alla lettera (è inquietante!) i colloqui con la mia ragazza dell’epoca.


In realtà il suo discorso era leggermente più complesso: parlava di uno scrittore americano (o giù di lì) che aveva scritto il romanzo della vita e poi si era suicidato a ventisei anni. Lei ne aveva ventidue o ventitrè, e mi disse “Anch’io farò lo stesso, scriverò un capolavoro, lo pubblicherà Adelphi e a ventisei anni la farò finita”. Poi mi ha lasciato senza addurre motivazioni plausibili, ha pubblicato un racconto per un’antologia di sfigati ma fortunatamente non ha mantenuto la promessa: ricordo che il giorno dopo il suo ventiseiesimo compleanno (e per una settima intera) setacciai la stampa locale (e pure Google News) in cerca di una qualche barlume di sincerità in quella bugiarda patologica. No, neppure lì; come diceva Pavese, «le donne mentono, mentono sempre e ad ogni costo. E non c’è da stupirsi: hanno la menzogna nei genitali stessi. Chi saprà mai quando una donna ha goduto?».

In conclusione, evitate di fare tutto ciò di cui si è parlato finora.

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