venerdì 13 gennaio 2017

Varsavia a noi!


Sull’ultimo numero di “Sette”, settimanale del “Corriere” (ormai quasi più caro dello stipendio mensile di un tagiko), leggo un articolo dedicato all’amata Varsavia, firmato da E. Vigna: A Varsavia Marx è morto e anche la messa è finita. Ora si cerca l’anima nel narghilè e tra i vegani.
Non è difficile intuire l’impostazione: i giovani, la generazione Erasmus, l’Europa e “le zaffate di odore di canne” (cito direttamente dal pezzo).

Vediamo quindi il giornalista che si imbatte in una studentessa che “si aggiusta i capelli biondi caduti davanti agli occhi profondi”, in una personal trainer che cammina “dimenando la coda bionda”, in una “volontaria ambientalista” con “occhi sinceri azzurri come il cielo” e in un’altra studentessa ventitreenne “alta, bionda, smalto nero sulle lunghe dita” che sogna di fare la regista.
Tutte così, le varsovine (o varsoviane): bionde, poliglotte, atletiche, internazionaliste, pronte ad affollare i corsi di pittura e i locali alternativi…
Ecco, se dovessi dare un giudizio su Varsavia basandomi su 90% delle informazioni presenti nell’articolo, dovrei dedurre che la capitale polacca è una delle città nelle quali mi troverei peggio, accerchiata com’è da vegani, gay, femministe, studenti orgamsus e piddinume assortito, e al cui confronto persino Milano mi parrebbe Pyongyang.
Invece anche il buon Vigna è costretto, nell’ultimo trafiletto, ad ammettere (a malincuore) che a Varsavia non sono tutti così: ci sono pure gli studenti d’arte che per mantenersi fanno ritratti di Jarosław Kaczyński, i giovani che la domenica affollano le chiese (e che “s’inginocchiano tutti e per scambiarsi il segno di pace usano lo sguardo”) e le ragazze che pensano che “chi protesta [contro l’aborto] è stupido”. Alla fine spunta fuori persino una “ventenne rossa agguerritissima” che ammette che le manifestazioni anti-governative non sono poi così popolari tra i suoi coetanei, e che le “Euromaidan” organizzate nella città sono perlopiù guidate da sessantenni (con “baffoni bianchi e facce da film di Wajda”), nel migliore dei casi nostalgici di Wałęsa (e nel peggiore di Gomułka e Jaruzelski).

Alleluia! Ogni tanto la verità bisogna dirla. A noi (a noi!) Varsavia piace proprio perché è “europea” nel senso migliore del termine, ovvero, per citare il compianto Bud Spencer, dove non c’è bisogno di essere “frocio o comunista” per viverci bene. Il che non significa che non puoi esserlo (c’è a chi piace), ma che non deve diventare l’unico stile di vita socialmente approvato. Insomma, non è che se uno non indossa i vestiti giusti, non ha il tatuaggetto, non passa le giornate a fumare marijuana e a fingere di essere di sinistra, deve per forza diventare un reietto e un morto di f.
Lo stesso discorso chiaramente vale per il versante opposto del giovanilismo (a cui accenna l’articolista: «Sotto i grattacieli, ecco le discoteche dal “dress code” rigoroso, che non permette l’ingresso alle ragazze senza tacco 10»), anche se parlare dei “discotecari” con toni da tg scandalistico americano non è considerato politicamente scorretto (a meno che ovviamente non frequentino un locale gay).

C’è spazio per tutti, nell’immensa Warszawa: persino per chi vuol passar le sue giornate a bere birra e vodka con preti e camerate (non sono i versi di una canzone oi! che ho scritto, la rima mi è uscita spontaneamente). Non trascuriamo l’anima clerico-fascista, reazionaria, antisemita e russofoba di questo popolo, che del resto convive in delicato equilibrio con quella umanistica, bohémien e internazionalista: lo dico soprattutto come avvertenza, perché si tratta di una componente talmente forte e radicata nei polacchi (non so per quali motivi, forse per la loro unicità etnico-linguistica), che a furia di negarla questi finiscono per far diventare “di destra” pure le canne, i tatuaggi e il libertinaggio (in realtà lo stanno già facendo, come ho tentato di spiegare nei miei trattati di filologia polacca, in particolare qui e qui).

Tornando al pezzo, l’unica cosa di cui parla che ho visto anch’io a Varsavia – essendo notoriamente uno sfigato, perché negarlo– è la libreria Moda na Czytanie (l’articolista ne accenna solo perché ci lavora un’altra studentessa bionda), “dove”, scrive Vigna, “i volumi stanno in bella mostra appoggiati su cassette da frutta, a cominciare da Tiziano Terzani e Oriana Fallaci tradotti in polacco e per lo più ignorati dalla clientela giovane”. Forse ognuno vede soltanto quel che vuol vedere, ma Terzani e Fallaci non li ho proprio notati, mentre in compenso ho potuto constatare una prevalenza di libri a tema decisamente nazionalistico, diversi testi contro l’islam (forse la Fallaci era lì in mezzo) e una sezione anti-russa a parte. Di Terzani nulla, ma se l’hanno tradotto, a parte domandarmi cosa ci dovrebbe fare un polacco col suo libro, mi auguro a questo punto che nessuno lo legga, perché c’è il rischio che gli spetti lo stesso “successo” tributato dagli italiani alle frasi più belle di Osho.

Nessun commento:

Posta un commento