domenica 15 gennaio 2017

Una scarica di Beretta (Roberto)


L’anno scorso ho offerto la mia modestissima penna al Dizionario elementare del pensiero pericoloso, poi pubblicato dall’Istituto di Apologetica all’inizio di quest’anno. Non è solo per la mia trascurabile collaborazione (peraltro originata esclusivamente dalla generosità dei curatori) che ho preferito disinteressarmi delle (prevedibili) polemiche che hanno accompagnato l’uscita del volume; ma è soprattutto perché, in generale, l’attuale “dibattito” tra cattolici (o presunti tali) mi appare di una piattezza che va ben al di sotto del livello di un qualsiasi talk show: siamo quasi al puro e semplice trolling, talvolta persino in nome di Papa Francesco.

Per questo non provo alcun desiderio di entrare in contrasto con imbrattacarte ancor più modesti del sottoscritto, soprattutto se costoro fanno parte di quella legione che, dopo aver passato anni a contestare qualsiasi parola proferita dal povero Ratzinger, con l’avvento di Bergoglio hanno riscoperto le delizie dell’infallibilità pontificia – la quale, per inciso, sembra valga davvero per tutto, tanto che in curia chi aveva resistito alle pressioni di un noto Camerlengo per “convertirsi” alla Vecchia Signora, ha poi dovuto comprarsi la sciarpa bianconera quando ha scoperto che Bergoglio è pure juventino

Detto questo, devo riconoscere che c’è una critica che mi ha colpito più di altre, ed è quella di Roberto Beretta in una nota per “Vino Nuovo” pubblicato qualche giorno fa (12 gennaio). Beretta, oltre a essere una nota firma delle pagine culturali di “Avvenire”, per anni ha collaborato allo stesso Istituto di Apologetica attraverso “Il Timone”. Quel che più mi ha irritato del suo commento non è tanto il contenuto (del resto evanescente: secondo lui sarebbe sbagliato criticare i pensieri “pericolosi” perché tutti ne abbiamo avuto qualcuno nella vita), quanto il fatto che egli abbia stroncato il volume senza nemmeno aprirlo.
In pratica Beretta ha letto il titolo della copertina, è rimasto turbato da un aggettivo (pericoloso) e ha preferito mettere immediatamente il libro all’indice. Il lato più ridicolo della faccenda però non è nemmeno questo (anche se è piuttosto indicativo della “tendenza” con cui abbiamo a che fare); ciò che trovo davvero imbarazzante, soprattutto dal punto di vista personale, è che per stilare la voce riguardante Tiziano Terzani, ho utilizzato nientepopodimeno che… un articolo di Roberto Beretta! Mi riferisco precisamente a Il guru & lo gnomo. Terzani va in banca, pubblicato sulla terza pagina di “Avvenire” il 13 settembre 2006 (attualmente scomparso dal portale del quotidiano, ma ancora reperibile attraverso archive.org e su di uno stravagante sito dedicato alla Comit, seppur senza indicazione di autore).

Purtroppo il pezzo è saltato dalla bibliografia poiché, per restare nei limiti di lunghezza stabiliti, si è preferito tagliare una parte del mio contributo; tuttavia quando ho riproposto, in maniera più disinvolta, il materiale “scartato” proprio su questo blog (Quando Mattioli crede in te, 7 gennaio 2017), non ho avuto problemi a citare ancora il suo contributo.
Alla luce di tutto ciò, mi verrebbe da dire che la stroncatura superficiale e a tratti puerile con cui il buon Beretta ha voluto assestare una “bacchettata preventiva” a quelli del “Timone”, a tempo debito potrebbe ritorcerglisi contro, a meno che egli non sia infine disposto a “mettere all’indice” anche se stesso.
È quindi con un certo grado di chutzpah che ripubblico qui di seguito il suo famoso pezzo sui “pericolosi” legami tra Mattioli e Terzani, stigmatizzando ovviamente tale approccio così soggettivo e parziale nel raccontare quella che fu invece solo una grande amicizia (dai trascurabili risvolti economici), che però il Beretta non si perita di far risaltare in modo sconcertante, giungendo addirittura a chiamare in causa la gnosi e il maoismo, l’esoterismo e il nichilismo! Ma dai, Beretta, che ti passava per la testa: chi è che non ha mai avuto pensieri pericolosi...
Che ci faceva ogni sera un maoista nell’ufficio di Raffaele Mattioli, dove si decidevano i destini della finanza italiana? 
Il guru & lo gnomo Terzani va in banca 
C’è pure un’altra lettura: il banchiere era noto per i suoi interessi esoterici e forse l’ultima fase “induista” dello scrittore toscano ha finito per saldare una sorta di debito inconscio. Al grand commis della Comit interessavano i giornalisti “migliori”, al cronista ambizioso e giovane servivano soldi per andare all’estero. Risultato: uno stipendio in nero di 4500 euro al mese per un rapporto di geopolitica asiatica. E anche se “TT” in quel periodo diceva di cercare un’alternativa al mondo occidentale... 
di Roberto Beretta
Il guru e il banchiere. La grisaglia e il sari. Il maestro della spiritualità orientale e uno dei più spregiudicati esponenti del capitalismo occidentale. La sinistra utopista e la destra addirittura “degli intrighi”.
Che ci fa Tiziano Terzani, di sera, nella penombra di un ufficio riservato ai piani alti della più importante banca d’affari italiana, a parlare con il maestro di Enrico Cuccia, il potentissimo gran sacerdote della finanza laica, il grand commis della più esclusiva oligarchia liberale della Penisola, insomma: con Raffaele Mattioli? Nel dibattito assai estivo sul “terzanismo” e sui molti fans conquistati da TT – il giornalista toscano di “Der Spiegel” e dell’“Espresso”, passato nel suo itinerario essenzialmente asiatico dagli articoli a favore dei Vietcong alla propaganda della nonviolenza – questo elemento ancora non è stato sottolineato.
Eppure Terzani stesso ne parla senza remore, anzi quasi divertito, nella lunga intervista autobiografica rilasciata al figlio Folco prima di morire nel luglio 2004 e recentemente uscita in libreria per Longanesi (pp. 466, euro 18,60) sotto il titolo La fine è il mio inizio: che sembra una sentenza zen di schietta provenienza indù e invece è una colta citazione del suddito di Sua Maestà coloniale e britannica T. S. Eliot.
Dunque, all’inizio degli anni Settanta il giovane Terzani è appena rientrato in Italia da un soggiorno di studio negli Stati Uniti, dove ha imparato il cinese e il giornalismo a spese dei “capitalisti”. Attraverso il collega Corrado Stajano, viene presentato a “quell’uomo meraviglioso... coltissimo, intelligente, coraggioso, che si chiamava Raffaele Mattioli” ed era all’epoca presidente della Banca Commerciale Italiana, transitato indenne (e anzi con crescente potere) in tale funzione dal regime fascista – durante il quale aiutò vari antifascisti – ai governi democristiani del dopoguerra – quando cominciò a corteggiare intellettuali di sinistra e cattocomunisti. Mattioli dice di voler portare la sua banca in Oriente e dunque gli interessa il giovane giornalista che sta per partire come corrispondente per l’Asia: “E qui cominciò – scrive Terzani – una stupenda, segreta, romantica serie di incontri con quel vecchio”.
Ogni sera TT usciva dalla redazione del suo giornale, entrava “da una porta secondaria” nella banca e incontrava Mattioli “in una stanza tappezzata di libri”. “Questo bellissimo rapporto con quel vecchio andò avanti per mesi” e alla fine il colto banchiere (era molto amico, tra gli altri, di Bacchelli, Manzù, Paolo Grassi, Malaparte, Montale...) propose al cronista: “Scrivimi una volta al mese una lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari Paesi del Sud-est asiatico, e io al mese ti pago mille dollari”; contratto suggellato all’istante grazie al cognato di Mattioli, che era anche l’amministratore delegato della Comit e che – apparso misteriosamente, secondo uno scenario davvero da “gnomi” della finanza, da “una porticina nella libreria” – ricevette l’ordine: “Fagli un contratto in modo che lui ogni mese riceva, discretamente, su un conto privilegiato che gli apriamo, questi soldi”. Il che puntualmente avvenne tra il 1972 e il 1973, quando l’ormai affermato reporter tornò da Mattioli a dire: “Non ho più bisogno dei mille dollari al mese” (ma qui le date proposte da Terzani non tornano del tutto, visto che lui dice di essere partito per l’Oriente a fine 1971 e Mattioli venne estromesso dalla Comit il 22 aprile 1972).
In una stagione in cui sembra normale che i giornalisti facciano anche gli informatori, potrebbe sembrare un innocuo contratto di consulenza tra un imprenditore alla ricerca di notizie utili e un giovane bisognoso di soldi per avviare la sua nuova avventura; tra l’altro – rivela il biografo Giancarlo Galli – Mattioli incontrava volentieri “i cronisti migliori... senza distinzioni politiche, purché siano di razza”. Se non fosse per due elementi. Il primo e più prosaico è l’entità della paga: 1000 dollari esentasse di quell’epoca, se non ingannano le stime e i cambi, corrispondono a circa 4500 euro attuali! Al valore dei primi anni Settanta, la cifra equivaleva a 6 volte lo stipendio medio, che si aggirava sulle 120 mila lire: niente male, per un solo “rapporto di geopolitica” al mese, no?
Comunque, l’elemento più sorprendente è un altro, e cioè l’apparente assoluta distanza ideale tra i protagonisti della vicenda. Da una parte Terzani, che si autodescrive come ferocemente antiamericano e di sinistra – tanto che voleva far nascere il primo figlio a Cuba e chiamarlo Mao (sic!) –, amico di molti contestatori, simpatizzante delle varie rivoluzioni comuniste dell’epoca, insomma uno che studiava la Cina come un paradiso in cui cercare “un’alternativa al mondo occidentale” e aveva scritto persino un elogio del Grande Timoniere, rimasto “fortunatamente” (avverbio dell’autore) inedito.
Dall’altra parte Mattioli, ovvero il simbolo stesso del potere oligarchico e altoborghese, il burattinaio occulto dei peggiori capitalisti “oppressori del popolo”, lo spregiudicato manovratore di trame internazionali che poteva ospitare a casa sua addirittura Rockefeller: il quale, nell’immaginario dell’epoca, era il contraltare esatto di Mao. Com’è possibile che TT, il quale protesta scelte assolutamente “morali” (anche se all’epoca parzialmente differenti da quelle dell’ultima parte di vita) e la sua sincera ricerca della “verità”, non sapesse queste cose, anzi addirittura accettasse emolumenti così cospicui dalla parte opposta a quella per cui diceva di lottare?
E c’è un altro livello di lettura, quello “religioso”. Mattioli era anche il banchiere “eretico”, non credente e anzi ferocemente anticlericale fattosi però seppellire nel 1973 (grazie a una procedura eccezionale tenacemente e personalmente perseguita) all’abbazia di Chiaravalle e nella tomba di un’eretica boema, né si può ignorare che – secondo le indagini di Maurizio Blondet – egli avrebbe fatto parte di un inquietante gruppo intellettuale di tendenza gnostica e nichilista. In questo senso, il “rivoluzionario” e maoista Terzani poteva ben incontrare l’interesse del vecchio banchiere (il quale, del resto, non aveva mai disdegnato di trattare anche coi comunisti, da Togliatti in poi).
È pure curioso infine che Mattioli sia stato introdotto alla sfolgorante carriera Comit – durata ben 47 anni – dalla seconda moglie e da un’amica del banchiere Giuseppe Toeplitz, rispettivamente l’una cultrice di esoterismo tibetano e l’altra esperta di induismo: e qui sembra che l’ultimo Terzani, versione “guru”, abbia davvero chiuso il cerchio, ripagando abbondantemente il suo debito inconscio con l’antico e generoso finanziatore.

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